L'abbandono e la pace dell'anima

Foto tratta da: https://pixabay.com

L'abbandono è ciò che, per essenza, dà la pace all'anima. Chi si abbandona deve appoggiarsi su colui nel quale ripone la sua fiducia, deve avere la certezza che colui al quale ha dato pieno affidamento di sé fa ciò che è bene e conveniente nelle faccende che gli affida, avendo la capacità e la più ampia conoscenza di quel che contribuisce alla sua felicità.
Ma l'essenziale dell'abbandono è l'appoggiarsi interamente su colui al quale ci si è pienamente affidati con la convinzione che egli farà non solo ciò a cui è tenuto, ma anche, per sollecitudine e generosità, ciò a cui non è obbligato. Sette cause fanno sì che l'uomo si abbandoni alle creature. Un uomo conosce l'affetto e l'amicizia che un altro gli dimostra; avendo per lui affetto, simpatia, amore, si abbandona e il suo animo si affida a quest'amico con completa fiducia.
Egli trova in lui un amore effettivo, che previene tutti i suoi desideri; sa che quest'amore è senza cedimenti e senza debolezze; è sicuro che il suo amico è pienamente disposto a occuparsi dei suoi affari; giacché se non appare chiaramente una costante sollecitudine, ma al contrario si svelano la mancanza d'interesse e l'incuria, l'abbandono non può essere completo. Quando si trovano riunite queste due condizioni: l'intera simpatia e la sollecitudine generosa dell'amico, allora senza dubbio l'abbandono può radicarsi.
L'amico deve essere forte, invincibile per realizzare i desideri di colui che gli si abbandona; deve essere onnipotente per abbattere gli ostacoli. Se si mostra debole, l'abbandono non può essere perfetto; malgrado il suo amore e la sua provvidenza, l'amico è incapace, impotente. L'amore, la premura e la potenza sono quindi le tre virtù che radicano l'abbandono.
L'amico deve conoscere ciò che è più utile a colui che si abbandona a lui, non deve ignorare la via della sua felicità nelle cose nascoste o visibili, né quanto può migliorare la sua sorte Se non lo sa, infatti, l'anima di colui che si abbandona non può riposare tranquilla. La conoscenza del bene, il potere di compierlo, una premura diligente, un grande amore, rendono inclini all'abbandono e lo rafforzano.
L'amico deve anche essere l'unica guida di colui che si abbandona fin dal suo concepimento, durante la sua gestazione, nei suoi primi mesi, nella sua infanzia, nella sua adolescenza, nella sua maturità e nella sua vecchiaia, sino alla fine del corso della sua vita. Quando queste caratteristiche appaiono chiaramente, l'anima cede a chi le possiede, si appoggia su di lui a causa dei favori sovrabbondanti e dei doni permanenti di cui l'ha colmata. Una necessità irriducibile fa sì che l'abbandono cresca.
La vita di colui che si abbandona deve essere così bene rimessa nelle mani dell'amico che nessuno possa fargli del bene o del male, colpirlo o preservarlo da danni, se non l'amico stesso, come fa per lo schiavo chiuso nelle sue prigioni. Quando ci si trova in tali condizioni in potere di un padrone, la cosa più opportuna è abbandonarsi a lui.
Infine, l'amico deve avere una generosità assoluta e un amore infinito verso chi lo merita come pure verso chi non lo merita. I suoi doni devono essere permanenti, la sua grazia senza interruzione, senza fine.
L'essere che possiede tutte queste virtù riunisce le condizioni determinanti dell'abbandono. Chi sa che un tale amico esiste, deve obbligatoriamente rimettere in lui la sua speranza e la sua anima, sul piano del pensare e dell'agire, per tutte le cose visibili e nascoste; deve affidarsi a lui, volere la sua volontà, accettare i suoi giudizi e le sue opere.
Esaminiamo queste sette virtù: esse non appartengono a nessuna creatura, ma le troviamo tutte nel Creatore, sia egli glorificato.
Dio sa tutto e il suo potere non viene mai meno; chi resisterebbe impunemente alla sua onnipotenza? Sua è la grandezza, la forza, lo splendore, l'eternità, in pienezza di gloria. Egli è in mezzo a noi come un eroe che salva; preserva la vita dell'uomo dal concepimento sino alla fine dei suoi giorni: è il padre, il creatore che fa e che sostiene. In piena verità il salmista canta:


Su di te mi appoggio sempre fin dal grembo materno,
tu stesso mi traesti dal seno materno (Sal 71,6).

Egli cola l'uomo come latte, lo fa cagliare come formaggio, lo riveste di pelle e di carne, lo intesse di nervi e di ossa; gli concede la sua grazia insieme alla vita. Numerosi sono i testi che mostrano l'uomo nella realtà della sua sottomissione al Signore. 
La Bibbia ci parla dei favori infiniti e della grazia del Signore. Egli è buono verso tutti; ognuna delle sue opere è piena del suo amore. Per una grazia eterna, egli dà il cibo a ogni essere; apre la sua mano e sazia ogni vivente.
La ragione umana afferma che, esclusa ogni creatura, Dio solo possiede le sette virtù che ho enumerato.
Quando queste idee appariranno chiaramente all'uomo, la sua convinzione della realtà delle grazie del Signore ne verrà rafforzata.
Egli si abbandonerà e si affiderà a lui, su di lui farà affidamento per la guida della sua vita; non metterà in dubbio la sua equità, non si adirerà contro ciò che avrà scelto per lui. Malgrado ogni sventura e ogni sofferenza, proclamerà il nome del Signore, come Davide, elevando il calice della salvezza e invocando ancora il nome del Signore.



(tratto da: Bahyà Ibn Paquda, I doveri del cuore, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988, pp. 223-226. L'opera in questione è del tardo secolo XI e l'Autore è un ebreo che scrive in arabo una sorta di "Summa" poetica e mistica a gloria del Dio unico).