La pace (vera) del Natale

 Dante Gabriel Rossetti, Ecce Ancilla Domini, 1850

Il supremo richiamo del Mistero del Natale è il porsi dell'obbedienza nel mondo. Così l'umanità coglie la pace profonda che le viene dal ritrovare la sua giusta posizione: quella della creatura. "Pace in terra agli uomini che attendono la Sua venuta". Non si può costruire se non nella pace. Il Signore, che è venuto per ricostruire, per rifare l'uomo, il mondo (uno, se non nascerà di nuovo, non può vedere il Regno di Dio) è venuto portando innanzitutto la pace. "Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te". Questa è la pace, la sicurezza del disegno di Dio sopra di noi: nella parola che Dio ci ha detto e ci dice, nel suo disegno che ci coinvolge. Questa sicurezza nel Dio che ci chiama, nel Suo ordine, è la fede. "Il mio giusto vive di fede". La grazia del Natale è la grazia della pace, che è il frutto della fede, della sicurezza della Sua parola. Alla fine dell'Avvento, dell'attesa (= sicurezza che verrà) è un'altra sicurezza: la sicurezza che Dio è già venuto, che già opera in noi.
La pace, il sentire che la propria vita è fondata sulla sicurezza, è sostenuta con forza, non può derivare se non nella coscienza dell'autorevolezza del Padre. Tanto più c'è, in noi, la coscienza del rapporto con il Padre, tanto più tutto è stabile nella nostra vita. Analogamente, nell'affascinante gratuità, nella bellezza ricca di quell'avvenimento in cui si è percepito e scoperto il significato di ogni cosa nel suo ricordo (nel senso forte: "fate questo in memoria mia") sta la vera tranquillità del nostro operare. Se non siamo fondati in questa suprema sicurezza, per sentirci tranquilli dobbiamo continuare a farci da fare da mattina a sera, per sentirci giustificati. Bisogna vivere la fedeltà a quel Fatto, cioè averne coscienza (e coscienza di esso è coscienza di sé).

(Luigi Giussani, Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca Book, Milano 1991, pp.41-2)