Come asinelli che portano acqua



Dio si compiace molto nel vedere un'anima prendere umilmente per mediatore suo Figlio e amarlo tanto che, pur vo­lendo elevarla a un altissimo grado di contempla­zione, se ne riconosce indegna, dicendo con san Pietro: «Allontanatevi da me, Signore, perché sono uomo pec­catore» (Luca 3,8).
Io l'ho provato; Dio ha condotto per questa strada la mia anima; altri, ripeto, ne seguiranno una più breve. Ciò che io ho capito è che tutto questo edificio della preghiera deve essere fon­dato sull'umiltà e che quanto più un'anima si abbassa nell’orazione, tanto più Sua Maestà la innalza. Non mi ricordo che mi abbia fatto nessuna delle grandi grazie di cui parlerò altrove, se non quando mi sentivo annientata dalla vista della mia profon­da miseria. Perfino, per aiutarmi a conoscermi meglio, Sua Maestà mi faceva capire cose che da sola non avrei saputo im­maginare. Sono convinta che quando l'anima fa da parte sua qualche sforzo per aiutarsi in questa orazione di unione, anche se lì per lì sembra trarne profitto, tornerà assai presto a cadere, come avviene di un edificio senza fondamenta, e temo che non arriverà mai alla vera povertà di spirito, la quale consiste nel non cercare conforti o piaceri nell'orazione ­– ora che si son la­sciati andare quelli della terra – ma trovare consolazione negli affanni, per amore di colui che in essi sempre visse, e mantenersi tranquilla nelle sofferenze e nell'aridità. Quantunque abbia a soffrirne un po’, non giungerà mai a quell'inquietudine e a quella pena di alcune persone che, se non attendono sempre a lavorare con l'intelletto e a far pratiche di devozione, pensano che tutto sia perduto, come se un cosi gran bene potesse esser merito dei loro sforzi. Non dico che non ci si debba adoperare a ottenerlo e a stare ben raccolti davanti a Dio, ma che, se non si riesce ad avere neppure un buon pensiero, come altra volta ho detto, non ci si disperi. Siamo servi inutili; di che cosa pen­siamo mai d'esser capaci?

Il Signore vuole che ce ne rendiamo conto e che diven­tiamo come asinelli che portano su l'acqua con la noria. Essi, anche se hanno gli occhi bendati e non capisco­no quello che fanno, tireranno fuori più acqua che non il giardi­niere con tutto il suo zelo. Bisogna camminare su questa strada con libertà, mettendosi nelle mani di Dio. Se Sua Maestà vuole innalzarci a far parte dei principi della sua corte e dei suoi inti­mi, seguiamolo di buon grado; in caso contrario, serviamolo in umili occupazioni e guardiamoci, come ho detto talvolta, dal metterci noi nel posto migliore. Dio ha cura dei nostri interessi più di noi, e sa quello che conviene a ciascuno. A che serve go­vernarsi da sé, quando si è già data a Dio tutta la propria vo­lontà? Se uno ha una brutta voce, per quanto si sforzi di cantare, non riuscirà a farla diventare bella; se, invece, Dio vuol dargliela buona, non ha bisogno di sgolarsi per migliorarla. Supplichiamolo, dunque, sempre di farci gra­zie, ma con umiltà, anche se con piena fiducia nella magnani­mità di Dio. E poiché ci è permesso di stare ai piedi di Cristo, procuriamo di non allontanarcene, stiamoci comunque sia, imi­tando la Maddalena; quando l'anima sarà diventata forte, Dio la condurrà nel deserto.

(Teresa d'Avila, Libro della mia vita, Mondadori, Milano 1996, capitolo XXII, 11-12)