Un passo verso il cielo


L'universo in cui viviamo, del quale siamo una par­ticella, costituisce la distanza posta dall'amore divino fra Dio e Dio. Noi siamo un punto in quella distanza, che consiste nello spazio, nel tempo e nel meccanismo che governa la materia.
Tutto ciò che noi chiamiamo male non è altro che quel meccanismo. Dio ha fatto in modo che la sua grazia, se riesce a penetrare al centro stesso dell'uomo e da lì a illuminare tutto il suo essere, può permettergli di cam­minare sulle acque senza violare le leggi della natura. Ma quando un uomo si allontana da Dio, si abbandona sem­plicemente alla legge di gravità. Si illude, poi, di avere la facoltà di volere o di scegliere, ma non è che un oggetto, una pietra che cade. Osservando da vicino, e con vera attenzione, lo spirito e la società umana, si constata che là dove il potere della luce soprannaturale è assente tutto obbedisce a leggi meccaniche, cieche e precise come la legge di gravità. Essere consapevoli di ciò è benefico e necessario. Quelli che noi chiamiamo criminali sono paragonabili a tegole che il vento ha divelto a caso e che cadono al suolo. La loro unica colpa è la scelta iniziale che li ha messi nel numero di quelle tegole.
Il meccanismo della necessità si può applicare a ogni livello: alla materia bruta, alle piante, agli animali, ai po­poli, alle anime, e tuttavia rimane sempre identico. Con­siderato dal nostro angolo di visuale, secondo la nostra prospettiva, esso è totalmente cieco. Ma se ci trasferiamo con il nostro sentimento al di fuori di noi stessi, dell'uni­verso, dello spazio e del tempo, là dov'è il nostro Padre, e se di là guardiamo questo meccanismo, esso ci appare ben diverso. Ciò che sembrava necessità diviene obbedien­za. La materia è totale passività e di conseguenza totale obbedienza alla volontà di Dio. Essa è per noi un modello perfetto. Non può esistere altro che Dio e ciò che ob­bedisce a Dio. Per la sua perfetta obbedienza, la materia merita di essere amata da chi ama il suo padrone, come si guarda con tenerezza l'ago che fu già adoperato dalla donna amata, ormai morta. La bellezza del creato ci dà la misura dell'amore che esso merita da parte nostra. In quella bellezza, la necessità bruta diventa oggetto d'amo­re. Non vi è nulla di più bello della forza di gravità che si manifesta nelle pieghe fugaci delle onde marine o in quelle, quasi eterne, delle montagne.
Il mare non è meno bello ai nostri occhi perché sap­piamo che talvolta vi affondano delle navi. Al contrario se, per salvare una nave, esso modificasse il moto delle onde, sarebbe un essere capace di discernere e di volere e non quel fluido perfettamente obbediente a ogni pres­sione esterna. In questa perfetta obbedienza risiede la sua bellezza.
Tutti gli orrori di questo mondo sono come le onde impresse dalla legge di gravità. Ecco perché essi hanno una loro bellezza, che talvolta un poema come l'Iliade riesce a rendere sensibile.
L'uomo non può mai sfuggire all'obbedienza verso Dio. Una creatura non può non obbedire. La sola scelta offerta all'uomo, in quanto creatura intelligente e libera, è di desiderare o non desiderare l'obbedienza. Anche se non la desidera, egli obbedisce sempre, perché è un og­getto che soggiace alla necessità meccanica. Se poi la de­sidera, oltre alla necessità meccanica, egli soggiace a un'al­tra necessità, costituita dalle leggi che regolano la sfera del soprannaturale. Alcune azioni gli diventano impossi­bili, altre si compiono tramite lui, talvolta quasi contro la sua volontà.
Se in alcune occasioni si ha l'impressione di aver di­sobbedito a Dio, ciò significa semplicemente che per un certo tempo non si è desiderata l'obbedienza. D'altra par­te, a parità di condizioni, un uomo non compie le stesse azioni, secondo che consenta o no all'obbedienza; allo stesso modo, una pianta, a parità di condizioni, cresce di­versamente se si trova in un luogo luminoso o nell'oscu­rità. La pianta non ha alcuna facoltà di controllare o di scegliere la propria crescita. Noi invece siamo come pian­te che posseggono un'unica facoltà di scelta: esporsi o no alla luce.
Cristo ci ha proposto a modello la docilità della ma­teria quando ci ha consigliato di osservare i gigli dei campi che non lavorano e non filano; essi cioè non si sono proposti di rivestire questo o quel colore, non hanno mes­so in moto la loro volontà, né disposto mezzi a questo scopo: hanno semplicemente accolto tutto ciò che la ne­cessità naturale ha dato loro. A noi paiono più belli che i tessuti pregiati, non già perché siano più sfarzosi ma perché sono docili. Anche una stoffa è docile, ma docile di fronte all'uomo, non di fronte a Dio. La materia è bella soltanto quando obbedisce a Dio, non quando obbe­disce all'uomo. Se talora in un'opera d'arte essa appare altrettanto bella che nel mare, nelle montagne o nei fiori, lo si deve alla luce di Dio che ha illuminato l'artista. Per giudicare belli gli oggetti fabbricati da uomini non ispirati da Dio bisogna aver sentito con tutta l'anima che questi stessi uomini sono soltanto materia che obbedisce senza rendersene conto. Chi è arrivato a capire ciò, trova tutto perfettamente bello quaggiù. Egli riconosce in tutto ciò che già esiste, o che si verifica, il meccanismo della neces­sità e vi gusta la dolcezza infinita dell'obbedienza. Questa obbedienza della materia è per noi, rispetto a Dio, ciò che è la trasparenza del vetro rispetto alla luce. Non appena sentiamo questa obbedienza con tutto il nostro essere, ab­biamo la visione di Dio.
Quando teniamo un giornale alla rovescia, vediamo lo strano aspetto dei caratteri di stampa. Quando lo met­tiamo a diritto, vediamo non più caratteri ma parole. Per il passeggero di una nave in mezzo alla tempesta, ogni scossa è soltanto un disturbo fisico. Al capitano invece rivela la complessa combinazione del vento, della corren­te, delle onde con l'andatura dell'imbarcazione, la sua forma e velatura, la posizione del timone.
Come si impara a leggere, come si impara un me­stiere, così si impara a sentire in ogni cosa, prima di tutto e quasi unicamente, l'obbedienza dell'universo a Dio. È veramente un tirocinio, e come ogni tirocinio richiede sforzi e tempo. Chi è arrivato alla fine non avverte nelle cose e negli eventi più differenze di quante non ne rilevi uno che sa leggere e che vede la stessa frase stampata pa­recchie volte, ora in inchiostro rosso ora azzurro, ora in certi caratteri ora in altri. Chi non sa leggere vi scorge­rebbe soltanto differenze. Per chi sa leggere, i vari modi si equivalgono, poiché la frase è la stessa. Chi ha termi­nato il tirocinio sente sempre e dappertutto, nelle cose e negli eventi, la vibrazione della stessa parola divina, infinitamente dolce. Ciò non vuol dire che egli non sof­fra. Il dolore costituisce il colore di certi eventi. Davanti a una frase scritta in inchiostro rosso, chi sa leggere, come chi non sa, vede sempre il rosso; ma quel colore rosso non ha la stessa importanza per l'uno e per l'altro.
Quando un apprendista si ferisce o lamenta stan­chezza, gli operai e i contadini usano una bella frase: « È il mestiere che gli entra in corpo ». Ogni volta che un dolore ci colpisce, possiamo veramente dirci che l'uni­verso, l'ordine del cosmo, la bellezza del mondo, l'obbe­dienza del creato a Dio entrano nel nostro corpo. E allo­ra, perché non benedire con la più tenera gratitudine l'Amore che ci manda questo dono?
Gioia e dolore sono doni ugualmente preziosi, che bisogna gustare a fondo, ciascuno nella sua purezza, senza volerli mescolare. Attraverso la gioia la bellezza del mondo penetra nella nostra anima, attraverso il dolore penetra nel nostro corpo. Tramite la sola gioia non potremmo diventare amici di Dio, così come non si diventa capitani di mare solo con lo studio dei manuali di navigazione. Il fisico ha la sua parte in ogni tirocinio. Sul piano della sensibilità fisica, soltanto il dolore rappresenta un contat­to con quella necessità che costituisce l'ordine del mondo, poiché il piacere non comporta l'impressione di una ne­cessità. Solo una parte più elevata della sensibilità è ca­pace di percepire nella gioia la necessità, e ciò soltanto attraverso il senso della bellezza. Per ottenere che il no­stro essere diventi un giorno interamente sensibile, in ogni sua parte, a quella obbedienza che è la sostanza della materia, perché si formi in noi quel nuovo senso che permette di intendere l'universo come vibrazione della parola di Dio, sono ugualmente indispensabili le virtù trasformatrici del dolore e della gioia.
Quando esse si presentano, bisogna aprire loro tut­ta la nostra anima, come si apre la porta al messaggero di una persona amata. Che cosa importa a una donna che ama se il messaggero che le porge un messaggio è rozzo o cor­tese?
Ma la sventura non è il dolore. La sventura è ben altro che un mezzo pedagogico di Dio.
L'infinità dello spazio e del tempo ci separa da Dio. Come potremmo cercarlo? Come potremmo andare verso di lui? Anche se si camminasse per secoli e secoli, non si farebbe altro che girare intorno alla terra. Anche in aereo. Non siamo in grado di muoverci verticalmente. Non possiamo fare neppure un passo verso il cielo. Dio attra­versa l'universo e viene fino a noi.
Al di là dello spazio e del tempo infinito, l'amore infinitamente più infinito di Dio viene ad afferrarci. Viene quando è la sua ora. Noi abbiamo facoltà di acconsentire ad accoglierlo o di rifiutare. Se restiamo sordi, egli torna e ritorna ancora, come un mendicante; ma un giorno, co­me un mendicante, non torna più.
Se noi acconsentiamo, Dio depone in noi un piccolo seme e se ne va. Da quel momento, a Dio non resta altro da fare, e a noi nemmeno, se non attendere. Dobbiamo soltanto non rimpiangere il consenso che abbiamo accor­dato, il sì nuziale *. Non è facile come sembra, perché la crescita del seme, in noi, è dolorosa. Inoltre, per il fatto stesso che accettiamo questa crescita, non possiamo fare a meno di distruggere ciò che potrebbe intralciarla, di estir­pare le erbe cattive, di recidere la gramigna; purtroppo queste erbacce fanno parte della nostra stessa carne, per cui tali operazioni di giardinaggio sono cruente. Ciò nonostante il seme, tutto sommato, cresce da solo e viene un giorno in cui l'anima appartiene a Dio, un giorno in cui non soltanto acconsente all'amore ma ama veramente, effettivamente. Bisogna allora che essa, a sua volta, attra­versi l'universo per giungere sino a Dio. L'anima non ama di un amore creato, come una creatura. Questo suo amore è divino, increato, perché essa è pervasa dall'amore di Dio per Dio. Dio solo è capace di amare Dio. Noi possiamo soltanto acconsentire a rinunciare ai nostri sen­timenti per cedere il passo, nella nostra anima, a questo amore. Ecco che cosa significa rinnegare se stessi. Noi sia­mo creati solo per acconsentire a questo.
L'amore divino ha attraversato l'infinità dello spa­zio e del tempo per venire da Dio fino a noi. Ma come può rifare il percorso in senso inverso quando proviene da una creatura finita? Quando il seme d'amore divino che è stato deposto in noi è cresciuto, è divenuto un al­bero, come possiamo, noi che lo custodiamo, riportarlo all'origine, rifare in senso inverso il viaggio che Dio ha fatto per giungere fino a noi, attraversare la distanza in­finita?
Sembra impossibile, ma un mezzo c'è. Questo mez­zo noi lo conosciamo bene. Sappiamo bene a che cosa somiglia quell'albero che è cresciuto in noi, quell'albero così bello sul quale si posano gli uccelli del cielo. Noi sappiamo qual è il più bello di tutti gli alberi. « Nessuna foresta ne possiede uno simile. » È qualcosa di ancora più orrido di una forca, l'albero più bello di tutti. È l'albero di cui Dio ha deposto in noi il seme, senza che noi sapessimo che seme fosse. Se lo avessimo saputo, non avrem­mo detto sì al primo momento. È l'albero che è spuntato in noi e che ormai non può più essere sradicato. Solo il tradimento può sradicarlo.
Quando si batte un chiodo con il martello, il colpo si trasmette per intero dalla larga testa del chiodo alla punta, senza che nulla vada perduto, sebbene essa non sia soltanto una punta. Se il martello e la testa del chiodo fossero infinitamente grandi, non avverrebbe diversamen­te. La punta del chiodo trasmetterebbe quel colpo infi­nito al punto su cui essa è posata.
L'estrema sventura, che è a un tempo sofferenza fi­sica, sconforto dell'anima e degradazione sociale, può es­sere paragonata al chiodo. La punta viene posata sul centro stesso dell'anima. La testa del chiodo è la necessità che si stende sulla totalità dello spazio e del tempo.
La sventura è un miracolo della tecnica divina. È un dispositivo semplice e ingegnoso che permette a quel­l'immensa forza cieca, bruta e fredda di penetrare nell'ani­ma di una creatura finita. La distanza infinita che separa Dio dalla creatura si raccoglie intera intorno a un punto per trafiggere l'anima al suo centro.
L'uomo cui accade questa cosa non ha parte alcuna in questa operazione. Egli si dibatte come una farfalla appuntata viva su un album. Ma può voler insistere ad amare attraverso l'orrore. Ciò non è impossibile, né in­contra ostacoli; si può quasi dire che non è difficile. Infatti, finché il dolore più grande non è ancora arrivato a far perdere i sensi, non raggiunge quel punto dell'anima che permette un buon orientamento.
Bisogna soltanto sapere che l'amore è un orientamen­to e non uno stato d'animo. Se lo si ignora, si cade nella disperazione al primo contatto con la sventura.
Chi riesce a mantenere la propria anima orientata verso Dio mentre un chiodo la trafigge, si trova inchio­dato al centro stesso dell'universo. È il vero centro, che non sta nel mezzo, che è fuori dello spazio e del tempo, che è Dio. Secondo una dimensione che non appartiene allo spazio, che non è il tempo, che è una particolare di­mensione, questo chiodo ha fatto un foro attraverso la creazione, attraverso lo spessore dello schermo che separa l'anima da Dio.
Tramite questa miracolosa dimensione, l'anima, sen­za lasciare il luogo e l'istante in cui si trova il corpo al quale è avvinta, può attraversare la totalità dello spazio e del tempo e pervenire alla presenza stessa di Dio.
Essa si trova al punto di intersezione tra la creazione e il creatore, là dove si intersecano i bracci della croce.
San Paolo pensava forse a cose di questo genere quando diceva: « Siate radicati nell'amore, per essere ca­paci di comprendere che cosa significa larghezza, lunghez­za, altezza e profondità, e di conoscere ciò che supera ogni conoscenza: l'amore di Cristo ».
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* Simone Weil nella « professione di fede » del suo studio per una dichiarazione degli obblighi verso l'essere umano (Écrits de Londres) scri­verà, a proposito del consenso: « Chiunque acconsente di fatto a orienta­re la propria attenzione e il proprio amore fuori del mondo, verso la realtà situata al di là di tutte le facoltà umane, sarà in grado di farlo. Perché allora, prima o poi, il bene scenderà in lui e, attraverso il suo spirito, irradierà tutt'intorno ». Il linguaggio cristiano parla di « adesione per amore » (cfr. Gv. 14,23; 15,10).

(tratto da: Simone Weil, Attesa di Dio, Rusconi, Milanmo 1972)