La solitudine apre alla realtà


Una delle nostre difficoltà sta nel fatto che cerchiamo la felicità attraverso qualcosa, attraverso una perso­na, un’immagine, un’idea; attraverso la virtù, l’azione o la compa­gnia. Pensiamo che la felicità, o la realtà, o comunque vogliate chiamarla, possa venire trovata in qualcosa. Così crediamo che attraverso determinate azioni, attraverso determinate idee o determi­nate compagnie troveremo la felicità.
Mi sento solo, e voglio trovare qualcuno o qualcosa che mi dia la felicità. Ma la solitudine rimane, c’è sempre, anche se celata. Poiché mi spaventa, e poiché non conosco la sua più intima natu­ra, cerco qualcosa a cui afferrarmi. Immagino che una cosa, una persona, mi farà felice. Così la nostra mente è sempre alla ricerca di qualcosa. In una casa, nell’arredamento, negli altri, nelle idee, nei rituali, nelle immagini speriamo di trovare qualcosa, di ottenere qualcosa. E quelle cose, quelle persone, quelle idee acquistano un’importanza straordinaria, perché attraverso di esse pensiamo di trovare ciò che cerchiamo. E così ne diventiamo dipendenti.
Ma rimane questa cosa incompresa, irrisolta, che è l’ansia, la paura. Vedendola sempre lì, voglio usarla, utilizzarla per superarla, ma nel tentativo di superarla la mia mente rende tutto banale, perché vuole usare e sfruttare tutto per i suoi scopi. Se vi uso per il mio appagamento, per la mia felicità, voi non contate più, perché l’unica cosa che mi interessa è la mia felicità. Se la mia mente pensa di poter ottenere la felicità attraverso una persona, una cosa o un’idea, trasformo tutto in uno strumento momentaneo. Non sono interessato alla cosa, ma voglio qualcosa in più, qualcosa al di là.
Dunque, non è fondamentale capire questa solitudine, il dolore e il male di questo enorme vuoto? Forse, comprendendoli, non userò più le cose solo per la mia ricerca di felicità, non userò Dio come mezzo per ottenere la pace, o i riti per provare più sensazioni, mag­giore esaltazione e ispirazione. Questa paura, questo senso di solitu­dine e di vuoto corrode il mio cuore dall’interno. Posso capirli? Posso risolverli? Siamo tutti soli, non è vero? Nessuna cosa (musica, libri, la politica o la religione) è davvero in grado di cancellare la solitudine. Posso svolgere attività sociali, identificarmi con modelli di pensiero, ma, qualunque cosa faccia, la solitudine è sempre lì, nel profondo del mio inconscio, nell’intimo del mio essere.
Che cosa posso fare? Come posso portarla alla luce e risolverla definitivamente? La mia tendenza è quella di condannarla, non è vero? Ciò che non conosco mi fa paura, e la paura è il risultato di aver condannato qualcosa. In realtà non conosco la qualità della so­litudine, la sua natura, ma la mente l’ha già giudicata qualcosa di te­mibile. La mente si fa delle opinioni riguardo a un fatto, si fa delle idee riguardo alla solitudine. E queste idee, queste opinioni, creano la paura e mi impediscono di osservare realmente la solitudine.
Spero di riuscire a essere chiaro. Sono solo, e la cosa mi spaven­ta. Che cosa provoca questa paura? Non sarà il fatto che ignoro le implicazioni dell’essere solo? Se conoscessi davvero la solitudine, non ne avrei paura. Ma, formandomi un’idea su ciò che la solitudi­ne potrebbe essere, fuggo lontano. È questa fuga che genera la paura, non l’osservazione diretta della solitudine. Per osservarla, per stare con lei, non posso condannarla. Se sono in grado di stare con lei, sono anche in grado di osservarla, di amarla.
Questa solitudine, di cui ho paura, è semplicemente una parola? O non sarà una condizione indispensabile, forse la porta che mi consentirà di trovare? Questa porta può condurmi al di là, nella si­tuazione in cui la mente comprende quello stato in cui è unica, incontaminata. Tutti i processi che allontanano dalla solitudine non sono che deviazioni, fughe, evasioni. Se la mente riesce a stare con la solitudine senza condannarla, forse, attraverso una mente siffatta, incontreremo lo stato dell’unicità, uno stato che non è solitudine ma unicità, indipendenza, in cui non si cerca più attraverso le altre cose.
È necessario essere soli, conoscere quell’unicità che non dipen­de dalle circostanze, quell’unicità che non è isolamento, quell’uni­cità che è creatività, in cui la mente non cerca più (né la felicità, né la virtù) e neppure si oppone a qualcosa. Solo una mente che è unicità può trovare, non la mente contaminata e corrotta dalle esperienze passate. Così, forse, la solitudine che tutti proviamo, se viene compresa, può aprirci la porta sulla realtà.

(Jiddu Krishnamurti, Sull’amore e la solitudine, Discorso di Londra del 17 aprile 1953)