Nell'intervallo di me stesso

Immagine tratta dal sito www.qumran2.net

Dopo tutte le giornate di pioggia, il cielo riporta l'azzurro che aveva nascosto ai grandi spazi alti. Tra le strade dove le pozzanghere dormono come stagni di campagna e la chiara allegria che rinfresca in alto, c'è un contrasto che rende piacevoli le strade sporche e primaverile il cielo di pieno inverno. E' domenica e non ho da fare. La giornata è così bella che non ho voglia neppure di sognare. Me lo godo con una sincerità dei sensi a cui l'intelligenza si abbandona. Passeggio come un commesso senza moglie. Mi sento vecchio solo per il gusto di sentirmi ringiovanire.
Nella grande piazza domenicale c'è un movimento solenne da giornata di un'altra specie. Alla chiesa dik S. Domingos c'è l'uscita della messa e sta per cominciarne un'altra. vedone persone che escono e persone che non entrano ancora, intraviste nell'attesa da altri che non guardano neppure chi sta uscendo.

Sono tutte cose senza importanza. Sono, come tutto nella banalità della vita, un sonno dei misteri e dei merli dei castelli da cui guardo, come un araldo appena arrivato, la pianura della mia meditazione.
Un tempo, da bambino, anch'io venivo a questa messa o forse all'altra, ma doveva essere proprio questa. Indossavo con la dovuta coscienza il mio unico vestito buono e assaporavo tutto, anche quello che non c'era ragione di assaporare. Vivevo dal di fuori e il vestito era pulito e nuovo. Cosa vuole di più chi deve morire e non lo sa, tenendo per mano la madre?
Un tempo assaporavo tutto questo, ma solo adesso forse comprendo quanto lo assaporassi. Entravo in chiesa come in un grande mistero e uscivo dalla messa come su su una grande radura. Era veramente così, ed è ancora veramente così. Solo l'essere che non ci crede ma lo è ha corpo di adulto e l'anima che ricorda e piange; tale creatura è la finzione e il disorientamento, il disordine e la tomba fredda.
Sì, colui che sono sarebbe insopportabile se non potessi ricordarmi di ciò che sono stato. E questa folla estranea che continua a uscire dalla messa e l'inizio della folla possibile che comincia ad arrivare per assistere all'altra sono come imbarcazioni che mi passano accanto, un fiuume lento, sotto le finestre chiuse della mia casa costruita sulla riva.
Memorie, domeniche, messe, piacere di essere stato, miracolo del tempo che è rimasto perché è passato e non si dimentica mai perché è stato mio... Diagonale assurda delle sensazioni normali, rumore improvviso di carrozzelle che fa risuonare le ruote in fondo ai silenzi chiassosi delle automobili, e comunque, per un paradosso materiale del tempo, sussiste oggi, proprio qui, tra quello che sono e quello che ho perduto, nell'intervallo di me stesso che chiamo io...

(Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Mondadori, Milano 2011, n.310 [310], 1.2.1931, traduzione a cura di Valeria Tocco)