L'ora dell'impazienza


Un giorno ho accordato al filosofo Eufrate il permesso di suicidarsi. Nulla mi sembrava più semplice: un uomo ha il diritto di stabilire in quale momento la sua vita cessa d'essere utile. Non sapevo, allora, che la morte può divenire oggetto d'un amore cieco, d'una fame come quella dell'amore. Non avevo previsto le notti in cui avrei arrotolato il balteo intorno alla mia daga, per costringermi a riflettere due volte prima di servirmene. Arriano solo ha intuito il segreto di questo duello senza gloria contro il vuoto, l'aridità, la stanchezza, il disgusto d'esistere, che sbocca nel desiderio di morire. Volevo morire: non volevo soffocare; la malattia disgusta della morte; si vuol guarire, che è una maniera di voler vivere. Ma la debolezza, la sofferenza, mille miserie corporali dissuadono ben presto il malato dal provarsi a risalire la china: non si vuol saperne di tregue che sono tranelli, di forze vacillanti, di ardori incompleti, di questa perpetua attesa della prossima crisi. 



Mi riprese l'ossessione della morte, ma, questa volta, a provocarla erano cause visibili, confessabili; non avrebbe potuto sorriderne nemmeno il mio peggiore nemico. Nulla mi tratteneva più: si sarebbe ben compreso che l'imperatore, ritiratosi nella sua casa di campagna dopo aver sistemato gli affari del mondo, prendesse le misure necessarie per facilitare la propria fine. Ma la sollecitudine dei miei amici equivale a una sorveglianza assidua: ogni malato è un prigioniero. Non mi sento più la forza che mi ci vorrebbe per immergere la daga nel punto esatto, segnato un giorno con inchiostro rosso all'altezza del cuore. Per preparare il suicidio avrei dovuto adottare le precauzioni d'un assassino che predispone il colpo. Avevo la fiducia più completa in Giolla, il giovane medico d'Alessandria che Ermogene s'era scelto come sostituto durante la sua assenza l'estate scorsa. Aveva ritrovato la formula dei veleni straordinariamente sottili scoperti un giorno dal chimico di Cleopatra. Gli bastò un cenno per comprendermi; mi compiangeva; non poteva che darmi ragione. Ma il suo giuramento ippocratico gl'interdiceva di somministrare a un malato una droga nociva, sotto qualsiasi pretesto; rifiutò, irrigidendosi nel suo onore di medico. Insistetti; divenni perentorio; impiegai tutti i mezzi per tentare d'impietosirlo o corromperlo; sarà lui l'ultimo uomo che ho supplicato. Vinto, mi promise di andare a prendere la dose del veleno. L'attesi invano fino alla sera. Sul tardi, nella notte, seppi con orrore che l'avevano trovato morto nel laboratorio, una fiale di vetro tra le mani. Quel cuore schivo da compromessi aveva trovato questo mezzo per restare fedele al suo giuramento senza rifiutarmi nulla.

L'indomani Antonino mi si fece annunciare: l'idea che un uomo che egli s'era abituato ad amare e venerare come un padre soffrisse tanto da cercar la morte gli era insopportabile. Gli pareva d'aver mancato ai suoi obblighi di figlio. Mi prometteva di unire i suoi sforzi a quelli delle persone che mi stavano intorno per curarmi, per portare sollievo ai miei mali, rendermi la vita amabile e dolce sino all'ultimo, fors'anche guarirmi. Contava su di me perché continuassi a guidarlo e istruirlo il più a lungo possibile. So quel che valgono queste dichiarazioni, queste ingenue promesse; vi trovo tuttavia un sollievo, un conforto. Le semplici parole di Antonino mi hanno convinto; prima di morire, riprendo possesso di me stesso. Patientia: ieri ho visto Domizio Rogato, incaricato di presiedere a un nuovo conio; gli ho dato questo motto, la mia ultima parola d'ordine. L'esistenza m'ha dato molto, o perlomeno io ho saputo ottenere molto da lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per ragioni completamente opposte, mi sembra che non abbia più niente da offrirmi; ma non sono certo di non avere più nulla da imparare da lei. Ascolterò fino all'ultimo le sue istruzioni segrete.

Per tutta la vita, mi sono fidato della saggezza del mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni che questo amico mi procurava; devo a me stesso d'apprezzarne anche le ultime. Non respingo più quest'agonia fatta per me, questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie, forse ereditata da un antenato, preparata poco a poco da ciascuno dei miei atti nel corso della mia vita. L'ora dell'impazienza è passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a precipitare la mia morte.

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Nota Personale:
Traggo da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (1903-1987) questo brano dal capitolo "Patientia". Tutti i più grandi della storia si sono confrontati, in rapporto alla loro funzione pubblica, con il problema della morte, del male e della possibilità del suicidio dinanzi ad una prospettiva di sofferenza lenta e continua, inesorabile. D'altronde, il concetto di dignità umana era strettamente legato al ruolo o al rango sociale di un individuo. E l'invalidità corporea (malattia, infermità o menomazioni di qualunque tipo) era una diminuzione della propria dignità ed utilità sociale. Il brano, bellissimo nella sua sofisticata narrazione, ci illumina su ciò che poteva percorrere la mente di un grande personaggio. Sono riflessioni che possono rendersi attuali e farci comprendere che, spesso, il male sofferto in solitudine è una tentazione potente per terminare prima del tempo il nostro cammino terreno. A volte l'affetto che ci contorna ci fa riprendere possesso di se stessi, ma non sempre è occasione di ripensamento, a volte non basta neanche quello. Al termine, possiamo pensare con Adriano che la morte non è solo frutto di decisione personale (così come la nascita che ci è donata), rifugio dalle traversie di questo mondo e che la vita, fino all'ultimo, può insegnarci qualcosa di importante, se solo sappiamo usare pazienza, ossia la capacità di attendere fino alla fine che si compia il nostro destino.
 
(Già pubblicato in www.mistica.info in pagine non più presenti. La foto è personale.)