Vie di luce nelle nostre tenebre

Noi viviamo tra il giorno della risurrezione di Cristo e quello della sua venuta. Egli è colui che verrà alla fine dei tempi, per portare a compimento in tutto il creato la volontà del Padre. Per questo il cristianesimo vive nell’attesa, nella costante tensione verso il compimento; e dove tale attesa viene meno c’è da chiedersi quanto la fede sia viva, la carità possibile, la speranza fondata.
Gesù è colui che è venuto, viene e verrà. È venuto nell’Incarnazione, verrà nella gloria e nel frattempo non ci lascia soli: egli continua a venire a noi nei doni del suo Spirito, nella predicazione della parola di verità, nella liturgia e nei sacramenti, nella comunione attorno ai pastori nella Chiesa, nell’esperienza della sua misericordia che a ciascuno è possibile fare, per grazia, nell’intimo della coscienza. San Bernardo di Chiaravalle parla, con termini assai indovinati, di un medius adventus, di un dolce e misterioso venire a noi già oggi del Verbo, che ci visita per confortarci e darci forza nel cammino della vita. Così dice la liturgia: «Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno».

Dire che Gesù è colui che viene, significa rimandare soprattutto, come ricorda il Credo, al giorno in cui egli «verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti». Dio, infatti, ha l’iniziativa: egli chiama all’esistenza, ama di amore preveniente, elargisce con totale gratuità i suoi doni agli uomini. L’uomo, tuttavia, resta libero di accogliere o di rifiutare il dono della figliolanza divina in Cristo. È qui che si radica il tema del giudizio, così difficile oggi da esprimere senza dar luogo a malintesi, eppure così urgente. Si tratta, infatti, di una realtà presente nelle Scritture e nelle parole stesse di Gesù: la Chiesa non può dimenticarla, né può smettere di annunciarla per conformarsi alle attese mondane. Ma come parlare oggi del giudizio di cui Gesù è portatore? Come proclamare oggi le verità circa la vita eterna in modo che suscitino un profondo interesse negli uomini alla ricerca di «che cosa sperare» e siano capaci di scuotere le coscienze e di provocare conversione?

Anzitutto, dobbiamo osservare come la morte sia per ciascun uomo il momento della verità, della caduta delle maschere. Ciò che noi siamo realmente si esprime nello spazio tra l’inizio e la fine della nostra vita terrena. In termini umani, in questo svelamento finale, che ci rende responsabili di quanto abbiamo espresso nell’arco dell’unica vita a noi data, consiste il giudizio per ognuno di noi.
In questo spazio che è l’esistenza terrena, Dio parla all’uomo, gli indica in mille modi la via che porta alla vita. Come ricorda il Concilio: «La vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale».

Ma il giudizio non è solo un fatto personale: esso è anche la risposta di Dio alle domande di giustizia degli uomini. Alla fine dei tempi si rivelerà la giustizia e la verità del Signore e troveranno risposta i tanti perché, le tante sofferenze patite ingiustamente dagli uomini. Il regno di Dio è compimento della giustizia vera per tutti coloro che nel mondo hanno subìto afflizione e hanno atteso l’epifania del Signore; è incontro e riconciliazione tra ogni essere umano, e tra gli uomini e il Padre che è nei cieli.

Gesù ha annunciato in vari modi il giudizio e la vita eterna. Lo ha fatto con parole di rivelazione e di esortazione, nei discorsi escatologici dei Vangeli sinottici, e ponendo la carità come criterio del giudizio con cui, al suo ritorno glorioso, chiederà conto a ognuno dell’uso fatto del dono della vita (cf. Mt 25,31-46). Come ha ammonito san Giovanni della Croce, «alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore».

Ma proprio perché il fine ultimo delle nostre vite è l’amore e la comunione, non possiamo, in una visione veramente conforme al Vangelo, restare indifferenti nel vedere altri che rifiutano l’accesso al regno della vita, siano pure nostri nemici o persecutori. Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare: «Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47).

Gesù, nella sua vita, non ha condannato nessuno, ma ha mostrato in ogni recesso della nostra tenebra vie di luce, in ogni luogo della nostra disobbedienza la strada dell’adesione alla volontà del Padre. Le sue ultime parole dalla croce sono state di perdono verso i suoi persecutori. La croce stessa è stata lo svelamento di una verità che è misericordia, che apre alla speranza invitando l’uomo fino all’ultimo istante alla conversione. La croce è lo svelamento di un Dio che ha voluto condividere le nostre sofferenze facendosi solidale fin dove ha potuto con noi peccatori, cioè portando il suo amore al cuore della nostra stessa inimicizia. Dice san Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Si ricordino le parole di un Padre della Chiesa: «Il più grande peccato è non credere nelle energie della Risurrezione», ovvero disperare della misericordia divina.

(CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 2001, nn. 29-30)