La croce è la nostra unica speranza

Soltanto la cieca necessità è capace di gettare gli uomini nel punto dell'estrema distanza, proprio ai piedi della croce. I delitti umani, che sono la causa della maggior parte delle sventure, fanno parte della cieca necessità, perché i criminali non sanno quello che fanno.
Vi sono due forme di amicizia: l'incontro e la separazione. Esse sono indissolubili. Racchiudono entrambe lo stesso bene, il bene unico, l'amicizia. Perché quando due esseri che non sono amici sono vicini, non c'è incontro; quando sono lontani non c'è separazione. Racchiudendo il medesimo bene, le due forme sono ugualmente buone.
Dio crea se stesso e si conosce, perfettamente, non altrimenti che noi, miserabilmente, si capisce, fabbrichiamo e conosciamo gli oggetti fuori di noi. Ma Dio è anzitutto amore; Dio ama anzitutto se stesso. Questo amore, questa amicizia in Dio è la Trinità. Fra i termini uniti da questo rapporto d'amore divino c'è più che prossimità: c'è prossimità infinita, identità. Ma c'è anche distanza infinita a causa della Creazione, dell'incarnazione, della Passione. La totalità dello spazio, la totalità del tempo, interponendo il loro spessore, mettono una distanza infinita tra Dio e Dio.
Coloro che si amano, gli amici, hanno due desideri: l'uno, di amarsi tanto da penetrare l'uno nell'altro sino a divenire un essere solo; l'altro, di amarsi tanto che, se anche fossero divisi dagli oceani, la loro unione non ne verrebbe indebolita. Tutto ciò che l'uomo desidera veramente quaggiù è reale e perfetto in Dio. Tutti questi desideri impossibili sono in noi come un segno del nostro destino, e hanno per noi un effetto positivo dal momento in cui non speriamo più di raggiungerli.
L'amore fra Dio e Dio, che non è poi altro che Dio, è quel legame dal duplice potere: è il legame che unisce due esseri al punto da renderli indistinguibili e realmente uno solo e che, teso al di sopra della distanza, trionfa della separazione infinita. L'unità di Dio nella quale scompare ogni pluralità, l'abbandono in cui crede di trovarsi Cristo, pur senza cessare di amare perfettamente il Padre, sono due forme della virtù divina dello stesso amore, che è Dio stesso.
Dio è così essenzialmente amore che l'unità, pur essendo in certo senso la sua stessa definizione, è un semplice effetto dell'amore. E all'infinito potere unificante di questo amore corrisponde l'infinita separazione su cui esso trionfa; separazione che è poi tutto il creato, distribuito nella totalità dello spazio e del tempo, fatto di materia meccanicamente bruta, interposta fra Cristo e il Padre.
La nostra miseria ci dà il privilegio infinitamente prezioso di partecipare alla distanza che separa il Figlio dal Padre. Tale distanza è tuttavia separazione soltanto per coloro che amano; ma per essi la separazione, anche se dolorosa, è un bene, perché è amore. La stessa angoscia di Cristo abbandonato è un bene. Per noi, quaggiù, non può esservi bene maggiore che il parteciparvi. Dio non può essere pienamente presente per noi, perché vi è l'ostacolo della carne. Nell'estrema sventura, in compenso, può essere assente quasi perfettamente. Sulla terra, è questa l'unica nostra possibilità di perfezione; per tale motivo la croce è la nostra unica speranza. «Nessuna foresta possiede un tale albero, con quel fiore, quelle foglie e quel seme.»
L'universo in cui viviamo, del quale siamo una particella, costituisce la distanza posta dall'amore divino fra Dio e Dio. Noi siamo un punto in quella distanza, che consiste nello spazio, nel tempo e nel meccanismo che governa la materia.
Tutto ciò che noi chiamiamo male non è altro che quel meccanismo. Dio ha fatto in modo che la sua grazia, se riesce a penetrare al centro stesso dell'uomo e da lì a illuminare tutto il suo essere, può permettergli di camminare sulle acque senza violare le leggi della natura. Ma quando un uomo si allontana da Dio, si abbandona semplicemente alla legge di gravità. Si illude, poi, di avere la facoltà di volere o di scegliere, ma non è che un oggetto, una pietra che cade. Osservando da vicino, e con vera attenzione, lo spirito e la società umana, si constata che là dove il potere della luce soprannaturale è assente tutto obbedisce a leggi meccaniche, cieche e precise come la legge di gravità. Essere consapevoli di ciò è benefico e necessario. Quelli che noi chiamiamo criminali sono paragonabili a tegole che il vento ha divelto a caso e che cadono al suolo. La loro unica colpa è la scelta iniziale che li ha messi nel numero di quelle tegole.
Il meccanismo della necessità si può applicare a ogni livello: alla materia bruta, alle piante, agli animali, ai popoli, alle anime, e tuttavia rimane sempre identico. Considerato dal nostro angolo di visuale, secondo la nostra prospettiva, esso è totalmente cieco. Ma se ci trasferiamo con il nostro sentimento al di fuori di noi stessi, dell'universo, dello spazio e del tempo, là dov'è il nostro Padre, e se di là guardiamo questo meccanismo, esso ci appare ben diverso. Ciò che sembrava necessità diviene obbedienza. La materia è totale passività e di conseguenza totale obbedienza alla volontà di Dio. Essa è per noi un modello perfetto. Non può esistere altro che Dio e ciò che obbedisce a Dio. Per la sua perfetta obbedienza, la materia merita di essere amata da chi ama il suo padrone, come si guarda con tenerezza l'ago che fu già adoperato dalla donna amata, ormai morta. La bellezza del creato ci dà la misura dell'amore che esso merita da parte nostra. In quella bellezza, la necessità bruta diventa oggetto d'amore. Non vi è nulla di più bello della forza di gravità che si manifesta nelle pieghe fugaci delle onde marine o in quelle, quasi eterne, delle montagne.
Il mare non è meno bello ai nostri occhi perché sappiamo che talvolta vi affondano delle navi. Al contrario se, per salvare una nave, esso modificasse il moto delle onde, sarebbe un essere capace di discernere e di volere e non quel fluido perfettamente obbediente a ogni pressione esterna. In questa perfetta obbedienza risiede la sua bellezza.

(Simone Weil, "L'amore di Dio e la sventura", sta in Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1984, pp. 92-95)