Tendere alla perfezione

Tratto dal “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica” di A. Tanquerey (pubblicato nel 1927) propongo la parte in cui si parla dell’obbligo di tendere alla perfezione da parte di tutti coloro che vivono una vita cristiana. Riassumo e ometto citazioni latine.

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Esposta la natura della vita cristiana e la sua perfezione, ci resta ad esaminare se ci sia per noi un vero obbligo di progredire in questa vita oppure se basti di serbarla gelosamente come si custodisce un tesoro.

Dell'obbligo propriamente detto.
In materia così delicata è necessario usare la maggior precisione possibile. È certo che bisogna e che basta morire in stato di grazia per salvarsi; pare quindi che non ci sia per i fedeli altro obbligo stretto che quello di conservare lo stato di grazia. Ma la questione sta appunto qui: sapere se si può conservare per un tempo notevole lo stato di grazia senza sforzarsi di progredire. Ora l'autorità e la ragione illuminata dalla fede ci mostrano che, nello stato di natura decaduta, non si può restare a lungo nello stato di grazia senza sforzarsi di progredire nella vita spirituale e di praticare di tanto in tanto alcuni dei consigli evangelici.
L'argomento d'autorità.

La Sacra Scrittura non tratta direttamente una tal questione; posto che ha il principio generale della distinzione tra precetti e consigli, non dice ordinariamente ciò che nelle esortazioni di Nostro Signore è obbligatorio o no. Ma insiste tanto sulla santità che si addice ai cristiani, ci mette davanti agli occhi tale ideale di perfezione, predica così apertamente a tutti la necessità della rinunzia e della carità, elementi essenziali della perfezione, che ad ogni animo imparziale nasce subito la convinzione che, per salvarsi, è necessario, in certe occasioni, far di più di quello che è strettamente comandato e quindi sforzarsi di progredire.

A) Così Nostro Signore ci presenta come ideale di santità la perfezione stessa del nostro Padre celeste: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste"; tutti quelli quindi che hanno Dio per padre, devono accostarsi a questa divina perfezione; il che non può evidentemente farsi senza un qualche progresso. Tutto il discorso della montagna non è in sostanza che il commento e lo sviluppo di quest'ideale. La via da tenere per questo è la via della rinunzia, dell'imitazione di Nostro Signore e dell'amor di Dio: "Chi viene a me e non odia (cioè non sacrifica) il padre, la madre, la moglie, i figliuoli, i fratelli, le sorelle e persino la vita, non può essere mio discepolo". Bisogna dunque, in certi casi, preferire Dio e la sua volontà all'amore dei genitori, della moglie, dei figli, della propria vita e sacrificar tutto per seguire Gesù; il che suppone un coraggio eroico che non si avrà al momento opportuno se non vi si è preparati con sacrifici di supererogazione. È questa certamente via stretta e difficile e ben pochi la seguono; ma Gesù vuole che si facciano sforzi seri per entrarvi: non è questo un chiederci di tendere alla perfezione?

B) Né altrimenti parlano i suoi apostoli. S. Paolo rammenta spesso ai fedeli che sono stati eletti per diventar santi; il che non possono fare senza spogliarsi dell'uomo vecchio e rivestirsi del nuovo, cioè senza mortificare le tendenze della corrotta natura e senza sforzarsi di imitare le virtù di Gesù. Né a ciò potranno riuscire, aggiunge S. Paolo, senza studiarsi di pervenire "alla misura dell'età piena di Cristo"; il che significa che, essendo incorporati a Cristo, noi ne siamo il compimento, e spetta a noi, col progredire nell'imitazione delle sue virtù, di farlo crescere e di integrarlo. Anche S. Pietro vuole che tutti i suoi discepoli siano santi come colui che li ha chiamati alla salute. E come lo possono essere senza progredire nella pratica delle cristiane virtù? San Giovanni nell'ultimo capo dell'Apocalisse invita i giusti a non smettere di praticar la giustizia e i santi a santificarsi sempre più.

C) Questa conclusione sgorga pure dalla natura della vita cristiana, che, al dire di Nostro Signore e dei suoi discepoli, è una lotta ove la vigilanza e la preghiera, la mortificazione e la pratica positiva delle virtù sono necessarie per riportar vittoria: "Vigilate e pregate per non entrare in tentazione". Dovendo lottare non solo contro la carne e il sangue, cioè contro la triplice concupiscenza, ma anche contro i demoni che in noi la aizzano, abbiamo bisogno di armarci spiritualmente e di valorosamente lottare. Ora in una lotta che duri a lungo, si è quasi fatalmente vinti se uno si tiene soltanto sulla difensiva; bisogna quindi ricorrere pure ai contrattacchi, cioè alla pratica positiva delle virtù, alla vigilanza, alla mortificazione, allo spirito di fede e di confidenza. Tal è veramente la conclusione che ne trae S. Paolo, quando, descritta la lotta che dobbiamo sostenere, dichiara che dobbiamo stare armati da capo a piedi come il soldato romano, "cinti i lombi con la verità, vestiti dell'usbergo della giustizia, calzati i piedi pronti ad annunziare il Vangelo della pace, con lo scudo della fede, l'elmo della salute e la spada dello Spirito". Col che ci mostra che, per trionfare dei nostri avversari, bisogna fare di più di quanto è strettamente prescritto.

2° La Tradizione conferma quest'insegnamento. Quando i Padri vogliono insistere sulla necessità della perfezione per tutti, dicono che nella via che conduce a Dio e alla salute, non si può rimaner stazionari, ma o che si avanza o che si retrocede". Così S. Agostino, facendo notare che la carità è attiva, ci avverte che non bisogna fermarsi per via, appunto perché l'arrestarsi è un retrocedere; e Pelagio medesimo, suo avversario, ammetteva lo stesso principio, tanto è evidente. Quindi S. Bernardo, che da taluno è detto l'ultimo dei Padri, espone questa dottrina in forma drammatica: "Non vuoi progredire? No. Vuoi dunque retrocedere? Niente affatto. Che vuoi dunque? Voglio vivere in modo da star fermo nel punto in cui sono… Ciò che tu vuoi è cosa impossibile, perché nulla a questo mondo rimane nel medesimo stato". E altrove aggiunge: "Bisogna necessariamente salire o discendere; chi vuol fermarsi, cade infallantemente". Anche il S. P. Pio XI, nell'Enciclica del 26 gennaio 1923 sopra S. Francesco di Sales, dichiara nettamente che tutti i cristiani, senza eccezione, devono tendere alla santità.

L'argomento di ragione.La ragione fondamentale per cui dobbiamo tendere alla perfezione è quella appunto dataci dai Padri.

Ogni vita, essendo movimento, è essenzialmente progressiva, nel senso che, quando cessa di crescere, comincia pure a decadere. La ragione è che vi sono in ogni vivente delle forze disgregative, le quali, ove non siano infrenate, finiscono col produrre la malattia e la morte. Lo stesso avviene della nostra vita spirituale: a fianco delle tendenze che ci portano al bene, ve ne sono altre, attivissime, che ci trascinano al male; a combatterle, il solo mezzo efficace è di accrescere in noi le forze vive, l'amor di Dio e le virtù cristiane; allora queste tendenze cattive s'indeboliscono. Ma se desistiamo dal fare sforzi per progredire, i nostri vizi si ridestano e, riprendendo vigore, ci danno più vivi e più frequenti assalti; e se non ci scotiamo dal nostro torpore, viene il momento in cui, di debolezza in debolezza, cadiamo in peccato mortale. Tal è, ahimè! la storia di molte anime, come ben sanno i direttori che hanno esperienza.
Ecco un paragone che farà capir la cosa. Per salvarci dobbiamo risalire una corrente più o meno violenta, quella delle nostre passioni disordinate che ci trascinano al male. Finché ci sforziamo di spingere avanti la nostra navicella, riusciamo a risalir la corrente o almeno a contrappesarla; ma, appena cessiamo di remare, veniamo dalla corrente travolti e indietreggiamo verso l'Oceano, ove ci attendono le tempeste, vale a dire le tentazioni gravi e forse anche le miserande cadute.

2° Vi sono precetti gravi che in certe occasioni non possono essere osservati se non con atti eroici. Ora, tenendo conto delle leggi psicologiche, non si è ordinariamente capaci di compiere atti eroici, se prima non vi si è preparati con sacrifici, cioè con atti di mortificazione. S'avvera quindi dovunque quella legge morale che, per non cadere in peccato, bisogna fuggirne il pericolo con atti generosi che non cadono direttamente sotto precetto. In altre parole, per colpire nel segno si deve mirare un poco più in alto; e per non perdere la grazia bisogna rinvigorir la volontà contro le tentazioni pericolose con opere di supererogazione; bisogna insomma tendere alla perfezione.