L'anima disinteressata

In questo post cito François de Salignac Fènelon, in un brano tratto dalla sua opera "Spiegazione delle massime dei Santi sulla vita interiore", San Paolo, 2002, curato come sempre dal grande Marco Vannini. Associato per le sue idee e il suo supporto a Madame Guyon al movimento Quietista, in questo brano parla dell'anima "disinteressata", ossia quell'anima che si è totalmente affidata a Dio e alla sua volontà, perdendo la propria identità, il proprio desiderio, la propria autonomia. Quest'anima non desidera che l'amore (somma di tutte le virtù) e arriva a non desiderare neanche l'amore come felicità e bene, ma Dio solo.

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ARTICOLO XXXIII
VERO

Vi è nello stato passivo un'unione di tutte le virtù nell'amore, cosa che non esclude mai l'esercizio distinto di ogni virtù. È la carità, come dice san Tommaso seguendo Sant'Agostino, che è la forma o il principio di tutte le virtù. Ciò che le distingue o le specifica è l'oggetto particolare al quale viene applicato l'amore. L'amore che si astiene dai piaceri impuri è la castità, e questo stesso amore, quando sopporta dei mali, prende il nome di pazienza.

Questo amore, senza uscire dalla sua semplicità, diventa di volta in volta tutte le diverse virtù, ma non ne vuole nessuna in quanto virtù, cioè in quanto forza, grandezza, bellezza, regolarità, perfezione. «L'anima disinteressata non ama più le virtù», come san Francesco di Sales ha sottolineato, «né perché sono belle e pure, né perché sono degne di essere amate, né perché rendono più belli e più perfetti coloro che le praticano, né perché sono meritorie, né perché preparano la ricompensa eterna, ma soltanto perché sono la volontà di Dio. L'anima disinteressata», come questo grande santo diceva di Madre Chantal, «non si lava delle sue colpe per essere pura e non si adorna delle virtù per essere bella, ma per piacere al suo Sposo, e se la bruttezza fosse stata per lui altrettanto piacevole, lei l'avrebbe amata tanto quanto la bellezza».

Si esercitano dunque tutte le virtù distinte senza pensare che sono virtù, in ogni momento non si pensa che a fare la volontà di Dio, e l'amore geloso fa si che non si desideri più essere virtuosi per se stessi e, insieme, che non lo si sia mai, se non quando non si è più interessati a esserlo. Possiamo dire in questo senso che l'anima passiva e disinteressata non vuole più neanche l'amore in quanto è la sua perfezione e la sua felicità, ma soltanto in quanto è ciò che Dio vuole da noi. Da qui deriva che san Francesco di Sales dice che «torniamo a noi stessi amando l'amore invece di amare il beneamato». Altrove questo santo dice che «il desiderio della salvezza è buono, ma» che «è ancora più perfetto non desiderare niente».

Vuole dire che non bisogna neanche desiderare l'amore di Dio in quanto nostro bene. Infine, per dare a questa verità tutta la precisione necessaria, questo santo dice che «bisogna fare in modo di non cercare in Dio se non l'amore della sua bellezza, e non il piacere che c'è nella bellezza del suo amore». Questa distinzione sembrerà una sottigliezza a coloro i quali non sono stati ancora istruiti dall'unzione: ma è sostenuta da una tradizione di tutti i santi fin dall'origine del cristianesimo, e non si può criticarla senza criticare i santi che hanno posto la perfezione in questa gelosia casi delicata dell'amore. Parlare in questo modo è ripetere quello che i santi mistici hanno detto dopo san Clemente e dopo gli Asceti sulla sospensione delle virtù, e che ha grande bisogno di essere spiegato con precauzione infinita.

FALSO
Nello stato passivo, l'esercizio distinto delle virtù non è più opportuno, poiché il puro amore che le contiene tutte eminentemente nella sua quiete dispensa in maniera assoluta le anime dal loro esercizio. Parlare in questo modo è contraddire il Vangelo, è mettere la pietra dello scandalo nella via dei figli della Chiesa (cfr Rm 14,13), è dare loro il nome di viventi mentre sono morti.