La nostra appartenenza

La nostra appartenenza fondamentale è certamente nella relazione che abbiamo con Dio, dipende interamente dall’iniziativa salvifica di quest’ultimo. È lui che, in Gesù, ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel suo regno. “Egli ci ha amati per primo” e spetta dunque a noi aderire con riconoscenza e fede a tale appello divino. Il monaco, coerentemente con il suo nome che implica tutto un programma di unità, di unificazione, cerca di penetrare nell’esclusiva appartenenza di Gesù al Padre. Egli non vuole appartenere né a se stesso, né ad altri signori, ma a Dio solo, e con cuore indiviso. “Chi non è sposato, dice san Paolo, si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore. Ma noi ci preoccupiamo veramente di piacere in questo modo al Signore? A me sembra che il clima spirituale dominante, anche per i cristiani – non oso esprimermi sui monaci – manifesti altri orientamenti. Anzitutto ostentiamo un individualismo estremo. Ciò che ci interessa non è tanto Dio, parlare con lui e appartenergli, ma cerchiamo un’esperienza personale, ci chiudiamo nella nostra personale ricerca spirituale, che la si chiami “meditazione trascendentale”, o “meditazione profonda”, o altro ancora. Bisogna ammettere che attualmente regna un egocentrismo spirituale che dipende dall’opinione corrente secondo la quale il mondo sarebbe soltanto apparenza e, in fondo, l’io e Dio coincidenti.
Se il criterio supremo della vita in Cristo non è più l’adesione di fede al Dio trinità ma l’esperienza personale, il passaggio al sincretismo religioso sarà presto fatto. Ed è noto come il presupposto del sincretismo sia appunto il relativismo per tutto quanto concerne la domanda fondamentale riguardo all’uomo. Purtroppo oggi si incontrano di frequente dei cristiani che hanno sposato questo tipo di mentalità, assolutamente scettica di fronte a una rivelazione divina che si presenti come la verità assoluta. Molti considerano tutte le religioni come equivalenti, tutte “vere”, concepite soltanto come insiemi di segni e simboli, tutte ingiuste e arroganti nel momento in cui non si accontentano del ruolo che viene loro assegnato. Sarebbe grave se ci lasciassimo (in particolari noi eremiti cristiani) contaminare da una mentalità del genere, così diffusa ai giorni nostri. È vero che la chiesa cui apparteniamo non rifiuta nulla di ciò che è vero e retto nelle religioni non cristiane; dunque nulla di sorprendente se, per esempio, uno di noi legge con profitto i testi indù. “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”, dice san Paolo. È lecito, e anzi necessario, dialogare con i non cristiani, ma in tale incontro non ci è possibile tacere ciò che abbiamo visto e udito del verbo di vita che si è manifestato ai nostri occhi.
Noi monaci non siamo affatto degli individualisti solitari che si dedicano per qualche motivo a una ricerca spirituale del tutto personale. Malgrado la nostra solitudine materiale facciamo parte del popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue meraviglie. Si può dire che in seno alla comunità ecclesiale le comunità contemplative vivano l’appartenenza a Cristo e alla sua chiesa in modo particolarmente esplicito proclamando più con la loro esistenza che a parole le meraviglie che Dio ha compiuto nella sua storia con gli uomini.

(Louis-Albert Lassus, Elogio del nascondimento, Qiqajon-Comunità di Bose, Magnano(BI) 2003, pp. 72-76)

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Nota personale:

Louis-Albert Lassus è stato un frate domenicano, particolarmente attratto dalla spiritualità camaldolese soprattutto dall’esperienza eremitica. Da questo brano, preso dai suoi ultimi manoscritti prima della malattia che lo portò alla morte, si possono dedurre molte considerazioni e obiezioni, in riferimento a quello che è già stato riportato in altre citazioni e in altre pagine del sito. Ovviamente considerazioni e obiezioni del tutto personali e non necessariamente condivisibili.
Anzitutto, credo che non esista un clima spirituale nella nostra epoca e che la spiritualità non sia solitaria o individualista, ma che semplicemente non sia. Non c’è spiritualità o ricerca di spiritualità nella nostra cultura tutta dominata da quel “nulla” che abbiamo ospitato. Si tratta del nichilismo, quell’ospite inquietante come già Nietzsche lo chiamava (cfr. il libro di Franco Volpi,
Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2004, recentemente ristampato in edizione economica. Si legga anche di Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2008). «Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?”; che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi si svalutano». Il nichilismo è dunque – scrive Volpi nell’op.cit. – la situazione di disorientamento che subentra una volta che sono venuti meno i riferimenti tradizionali, cioè gli ideali e i valori che rappresentano la risposta al “perché?” e che come tali illuminavano l’agire dell’uomo. E continua Galimberti, affermando che «il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso».
In questo clima, in cui il presente è l’assoluto, non c’è posto per la ricerca spirituale, lasciata a qualche isolato eremita che abita anonimamente le nostre città. Non sono più i conventi o i monasteri i luoghi dello spirito, né le cattedrali, tantomeno i santuari preposti soltanto alla ricerca disperata di una risposta tangibile alla nostra umana insufficienza. Non c’è più spiritualità neanche nella chiesa, sempre più impegnata nell’ambito della conquista del mondo (che sia tecnologico, o scientifico o culturale o morale) e sempre meno disposta a mettersi in discussione. Meglio la quantità della qualità: il poco sale del mondo è destinato a diventare una salina per rendere ormai amaro il nostro gusto spirituale. E la Bibbia e la sua adorazione fa diventare i cristiani sempre più protestanti, per i quali la “
sola scriptura” è garanzia di verità.
Non parlo di figure ormai in estinzione come quelle dei preti; emergono in questa società i preti anti-qualcosa che esercitano in modo nobile, umanamente, il proprio ministero, ma che hanno perso qualunque attrattiva come referenti spirituali. Chi andrebbe a domandare, se non delle cose materiali, a un sacerdote? Si potrebbe discutere con queste persone sempre più rare, dedite alla “cura pastorale” di sempre più parrocchie (e sempre più svuotate), dai tempi occupati dalla burocrazia ecclesiastica e dalle mille cose da fare? Si può entrare in un monastero di clausura e parlare con un monaco o una suora? A me non è stato possibile, nonostante sia da anni impegnato personalmente in una ricerca appassionata anche attraverso questo piccolo sito di spiritualità mistica.
Ma il mio “individualismo” condannabile non da Lassus ma da tutta la chiesa è stato l’unico modo di coltivare una vita un po’ più spirituale di quella che avrei potuto realizzare, partecipando da semplice devoto alla comunità ecclesiale. Non mi sento certo tagliato fuori da tanti che hanno il desiderio di vivere più profondamente la propria vita e in tutti questi anni ho avuto occasione di incontrare, anche attraverso internet, molte persone che hanno questa passione che ci accomuna tutti, in una fratellanza di intenti, in un’amicizia spirituale profonda, indipendente dalla religione di appartenenza. Certo, mi sento tagliato fuori da certi ragionamenti, banali e fuorvianti, sempre tesi alla condanna di ciò che sincretismo non è. Non mi sento “new age” (fenomeno credo ormai superato) e la chiesa farebbe bene a capire che non di questo deve avere paura, ma di tutti coloro che sono profondamente indifferenti a qualunque forma di spiritualità, ossia la maggior parte delle persone, anche fra i cristiani impegnati. La nostra appartenenza, mia e di tanti altri, deve essere a quello Spirito che dona la grazia, ossia "quella luce, quella bellezza, quella dolcezza, quella pace, che giunge nell'anima quando si è rinunciato a se stessi, ovvero si è abbandonata la volontà (il voler essere, voler avere, voler sapere) il legame all'io e al mio" (Marco Vannini, Sulla grazia, Le Lettere, Firenze 2008, p. 9).