L'anima buona è obliosa

Che diremo del ricordo degli amici, dei figli, della moglie, nonché del ricordo della patria e di tutte le altre cose che anche un animo nobile può ricordare senza vergognarsi? L’immaginazione porta con sé questi ricordi, ciascuno con la propria passione; ma l’uomo nobile ricorda tutto senza passionalità. Forse in principio la passione era presente nell’immaginazione; anzi le passioni più nobili risiedono nell’anima saggia, in quanto anch’essa ebbe un certo rapporto con l’anima inferiore.

Ma conviene che l’anima inferiore desideri agire con la memoria come l’anima superiore, specialmente se sia nobile anch’essa, poiché può darsi che un’anima sia migliore o originariamente o per l’educazione ricevuta dall’anima superiore; questa però deve cercare di dimenticare volentieri ciò che le proviene dall’anima inferiore; poiché è possibile che, anche se è saggia l’anima superiore, quella inferiore sia di cattiva natura e sia dominata dall’anima superiore solo con la forza. Quanto più tende all’Intelligibile, tante più cose essa dimentica, a meno che tutta la sua vita, anche quaggiù, non sia tale da aver ricordi soltanto delle cose migliori: infatti, anche quaggiù, è bello sottrarsi alle sollecitudini umane e perciò, necessariamente, anche ai loro ricordi: sicché, se qualcuno dicesse che l’anima buona è obliosa, direbbe giustamente in questo senso.

Essa fugge dal molteplice e conduce il molteplice ad unità, abbandonando l’indeterminato. Solo così essa non ha più con sé il molteplice, ma è leggera e sola con se stessa: infatti, anche quaggiù, allorché desidera esser lassù, pur rimanendo sulla terra, abbandona qualsiasi altra cosa: poche infatti sono le cose che di qui essa porta lassù: anzi, nella sua dimora celeste il più lo lascia perdere.

(Plotino, Enneadi, IV 3,32, Rusconi, Milano 1992, pp. 611-613)