L’iniziato all’interiorità

In una lettera al dottor Balthasar Walter, Jakob Böhme ricorda che non è opportuno mettere a disposizione di chiunque i suoi scritti, perché sono destinati “ai figli dei misteri”. Si potrebbe del resto dire lo stesso a proposito di Meister Eckhart di certi scritti di Henri Le Saux.
Böhme spiega il senso di tale riserva. Gli uomini che sono fuori di Dio e non sono in Dio non riescono ad afferrare “il mistero del regno di Dio”. Costoro “non conoscono Dio, poiché non percepiscono la parola di Dio nell’intimo della loro anima”. Ci sono persone che, pur appartenendo ad una tradizione, a una religione, pur osservando un culto esteriore e facendo parte di una comunità, non riescono a percepire la vastità interiore. In questo caso si continua a rimanere chiusi nella propria identità. Se la rinuncia non è totale, non può avvenire l’annientamento in Dio. Il modo di vedere, di osservare e vivere la lettera, trascurando lo spirito, costituisce un ostacolo insuperabile. È perciò impossibile che queste persone “passino in Dio”.
Per l’uomo profondo la scrittura, e quindi la lettera, è una mera forma e uno strumento artificiale. L’uomo attaccato alla lettera non è capace di scorgerne la caducità. Soddisfatto della buccia, ignora il sapore della polpa del frutto che racchiude la mandorla. Confinato in una confusione opaca, rimane in tale oscurità senza soffrirne, e può perfino sentirsi a suo agio, non potendo intuire la precarietà della sua situazione.

Dio si fa sentire nel silenzio interiore dell’uomo: la sua parola zampilla. Ma come intenderla senza alterarla? L’uomo è in grado di udirla senza deformarla? La parola di Dio è percepita da Dio e attraversa l’uomo, risuona in lui. La voce umana non sa interpretarla. Ciò significa la condanna al silenzio. Si può parlare… solo se si è visitati dall’ispirazione, che costringe a ripetere come “la Voce” ordinava a Ildegarda di Bingen di trascrivere quanto sentiva. Solo l’uomo “denudato” del deserto può lasciar sgorgare “la Voce” senza appesantirla con le proprie interpretazioni. Qui sta la difficoltà: non prendere le proprie parole per quelle della “Voce”.
I “figli dei misteri” sono avvinti, come trattenuti da una calamita. Nel deserto, che è il luogo della discriminazione, avviene una rivelazione segreta: l’uomo è ammaestrato da Dio. Tramite questo insegnamento l’uomo nasce in Dio.

(Marie-Madeleine Davy, Il deserto interiore, Servitium, Sotto il Monte (BG) 2001, pp. 159-160)