La vera religione

È l’esperienza del distacco – l’esperienza filosofica per eccellenza – a dare esperienza dello spirito, e così a dare l’idea dell’immortalità dell’anima e della divinità dell’uomo. È allora, e solo allora, che si ri-conosce la divinità di Gesù, che viene perciò pensato come vero Dio e vero uomo. Certo, siamo noi a riflettere così, dando un senso che è vero perché proviene dal profondo dell’anima, dall’esperienza: non per obbedienza alla “rivelazione biblica”. Ogni altra divinizzazione è pura mitologia, destinata a sparire con la riflessione e la conoscenza storica, ma non v’è dubbio che senza divinità di Gesù il cristianesimo finisca.

Questo è proprio quel che sta accadendo ai nostri giorni, da quando la Chiesa ha abbandonato progressivamente la “fonte greca”, la filosofia e la metafisica, privilegiando assolutamente la Scrittura. Abbandonando l’idea di immortalità dell’anima – anzi, il concetto stesso di anima, che fin dalla sua origine porta con sé l’immortalità – per tornare all’antropologia biblica, che appare più realistica, concreta, mentre è soltanto più povera e materialistica, se ne va anche il concetto di spirito, bollato come “idealistico”. Allora non si può evitare il pensiero di Dio come Altro, anzi “totalmente altro”, e così scompare di fatto il cristianesimo, che invece è fondato sul concetto della divino-umanità, di Dio come spirito e dell’uomo parimenti come spirito. Quel che resta è una superstizione, giacché tale è comunque la religione priva di pensiero; anzi, una forma di idolatria, giacché una fede senza Logos è empietà.
Occorre perciò riconoscere con chiarezza che il cristianesimo, pur originato in Israele, si è costituito nel mondo greco, attraverso la razionalità, come religione filosofica per eccellenza, esso stesso come filosofia; anzi come la filosofia. Il cristianesimo è perciò una religione difficile, frutto di una riflessione filosofica e teologica articolata e complessa, che non si può sbrigare in poche parole, pena l’essere ricondotta a mera superstizione. Non meraviglia perciò la scristianizzazione e l’indifferentismo religioso del nostro tempo. In realtà esso è frutto del biblicismo, per due motivi, apparentemente opposti ma concomitanti.
Il primo è quello che potremmo definire per reazione, in quanto una persona mediamente colta, abituata al primato della scienza, non può onestamente credere a quelle leggende, e quindi finisce per buttar via tutto, ciò che comprende come falso e anche ciò che non comprende come vero, giacché nessuno più glielo mostra e comprenderlo non è facile. Il secondo motivo però è più grave, da un punto di vista propriamente religioso, giacché tutto sta all’interno della religione/superstizione e ne è per così dire una filiazione diretta: siccome in essa il divino è a servizio delle esigenze umane – e dunque essa è di fatto intimamente atea, anche se religiosa a parole – è normale che queste esigenze prendano il sopravvento e la vita vera si svolga concretamente in un ateismo pratico, ove la “credenza” religiosa può anche sussistere, ma solo come elemento marginale, cioè più o meno col ruolo che la mitologia pagana aveva per le classi colte del mondo antico.
 
(Marco Vannini, La religione della ragione, Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 83-87)