La vera comunione

Mandato della chiesa è di essere luogo del superamento di tutte le barriere e le discriminazioni culturali e sociali, politiche ed etniche, luogo della diversità riconciliata, delle differenze compaginate in comunione: così essa non solo è riflesso della comunione dinamica delle persone trinitarie, ma è icona dell’umanità riconciliata, immagine del cosmo redento, profezia del Regno.
È sulla comunione che la chiesa gioca l’obbedienza alla propria vocazione ricevuta da Dio e l’adempimento della propria testimonianza e missione nel mondo.
Come profondità della vita divina, la comunione viene trasmessa agli uomini in un processo di impoverimento, di svuotamento e di abbassamento di Dio motivato dall’amore, dal suo desiderio di comunione con l’umanità. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Giovanni 3,16); «Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche il Cristo ne è divenuto partecipe» (Ebrei 2,14): fonte della comunione è l’amore, suo mezzo è lo scambio verso il basso per cui colui che era in forma di Dio svuotò se stesso assumendo forma d’uomo e condividendo la condizione umana fino alla morte, anzi, «alla morte di croce» (Filippesi 2,8).
 
Insomma, forma e fondamento della comunione cristiana è la croce come mistero e passione di amore. All’interno di un’ottica centrata solamente sull’altro la chiesa rischia il corto circuito della comunità affettiva, della chiusura autosufficiente del gruppo su di sé, della gratificazione di un rapporto «io-tu» che diviene esclusivo. Oppure può scivolare, nell’ottica della rivalità e della contrapposizione, dell’«io contro l’altro», dando vita a una missione che diviene imposizione e assumendo le sembianze di una setta aggressiva verso il mondo. O ancora può finire col porsi come soggetto di carità, come benefattrice, come ente filantropico. Nel primo caso la comunione si atrofizza e si isterilisce, nel secondo viene tradita e misconosciuta, nel terzo viene ridotta ad attivismo caritativo.
Non basta «l’altro», ma occorre «il Terzo» e la sua trascendenza, e dunque si deve aver chiaro che l’altro, nell’ottica cristiana, è rimando al Terzo che è il Signore, il Creatore di tutti, Colui che in ogni uomo ha impresso la propria immagine.
(Enzo Bianchi, Lessico della vita interiore, BUR, Milano 2004, pp. 203-6)