L'autentico trovarsi

Chi ama deve porsi questa domanda, a mio giudizio fondamentale: amo l'altro o lo uso per amare me stesso? Si potrebbe anche dire: amo l'altro per quello che è oppure amo soprattutto il suo amarmi, ossia il fatto che mi considera, mi apprezza, mi esprime il suo consenso? E' innegabile che ognuno di noi sente forte l'esigenza del consenso degli altri e l'amore è certamente la forma più esaltante di consenso, un consenso che non si vuol condividere con alcuno. Chi mi ama deve amare solo me, perché solo così mi sento fortificato dall'amore. Si è portati a ragionare in questo modo, ma se l'amore si riducesse a questo aspetto, allora non si farebbe che strumentalizzare l'altro per riempire le proprie insicurezze e i propri dubbi: in fondo, non si amerebbe l'altro, ma solo e sempre se stessi, perché l'unico obiettivo sarebbe quello di cercare conforto e conferme.

Si cercherebbe una certificazione alla propria identità e l'altro avrebbe soltanto tale funzione. Questo aspetto credo che sia presente nell'esperienza dell'amore, dal momento che nessuno di noi è così forte da poter prescindere totalmente dalla ricerca di consenso, tuttavia non può essere l'unico, perché se lo fosse, l'egocentrismo finirebbe per uccidere l'amore. L'egocentrismo è il male dal quale dobbiamo guardarci. La volontà di possedere l'altro esprime un bisogno ineludibile, ma non può non venire temperato e corretto dalla dedizione per l'altro, dall'aspetto oblativo dell'amore che induce l'io a uscire da sé per cercare l'altro, nella consapevolezza che, solo in questo slancio che oltrepassa l'egoismo, l'io può trovare un effettivo rasserenamento, una vera pace. Donarsi, insomma, apparentemente equivale a un perdersi, ma sostanzialmente è l'autentico trovarsi.

(Aldo Stella, in Mogol e Aldo Stella, Il corpo dell'anima, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1999, p. 96-97)