La risurrezione del mondo



Di fronte alla risurrezione corporea di Gesù la mia teologia tace, come le donne al sepolcro ha paura. Non sa nulla. Qui la ragione lascia il posto alla fede, nel suo significato originario di fiducia. E' l'unica volta. Vedo tutta l'assurdità di un corpo che risuscita da morte, uno solo di fronte a miliardi di altri corpi che non hanno conosciuto e non conosceranno mai nulla di simile, ma solo la decomposizione nauseabonda o l'incenerimento col fuoco purificatore o l'essere dato in pasto agli avvoltoi o sbranato da qualche belva o divorato dagli squali, o bruciato sul rogo ad maiorem Dei gloriam e le ceneri disperse nel Tevere. Vedo tutto questo, e non so perché dovrei pensare che un corpo solo risorga. Infatti, non lo penso. C'è solo da prendere o lasciare, e io prendo. Perché l'accetto? Per amore del mondo. La risurrezione del corpo di Gesù è il simbolo di una salvezza anche del mondo: l'evento di un solo corpo che risorge è l'anticipazione di un destino cui anche gli elementi del mondo andranno incontro nella loro forma ideale. Della risurrezione del corpo di Gesù non ha bisogno l'anima spirituale, ma il mondo con i suoi elementi, che non devono perire ed essere incendiati, come vuole l'apocalittica, ma avere anche loro un destino di vita.

 
(Vito Mancuso, L'anima e il suo destino, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007, tratto liberamente dalle pp. 181-184)