Il dolore di non credere



Lo affermo per esperienza: il dolore di non credere è enorme e talora insopportabile. Non credere è un dolore, poiché il non credente si trova tra i credenti e si chiede quale sia la differenza, che cosa lo distingua da quegli amici che stima e con i quali condivide molte esperienze di vita e molti principi. Un dolore che si fa rabbia contro quel Dio che si mostra sempre all'amico e mai a te. Ogni sera va a casa sua e da me, che abito nell'appartamento accanto, nulla. E anche il mio è ben arredato e sono altrettanto disposto ad accoglierlo. Se viene e si fa riconoscere, io prometto di credere, ma non posso credere soltanto perché voglio credere. Basterebbe che questo Dio bussasse anche alla mia porta, dietro cui sto a origliare per essere pronto ad aprire, ma non è mai successo. Qualche sera sono stato davanti all'uscio per guardarlo mentre entrava dal mio amico, ma si è negato persino a questo atto di voyeurismo. Provo rabbia perché mi prende in giro. Io ci sono, ma se occorre essere in due, vivaddio, vieni. Mi sembri un sadico.
Quando parlo in questo modo, di solito suscito scandalo in quei credenti che non hanno letto Giobbe, e mi si ribatte con sentenze tremende, che ribadiscono come tutto dipenda da me, perché certo lui è venuto. E subito dopo con la parabola delle vergini stolte che hanno consumato l'olio e quando giungono i loro mariti non li vedono.
Non è il mio caso. Allora la sentenza alternativa: non disperare, vedrai che il Signore capita, anche se preferisce farlo nei momenti di disgrazia e di disperazione. E allora mi arrabbio, e faccio gesti scaramantici e mi indigno di fronte alla prospettiva di un Dio che mi si presenti solo dopo aver provocato una tragedia. Perché non si fa vedere in uno dei rarissimi orgasmi che la mia età rende possibili?
Il dolore di non credere si affaccia sempre, nell'ordinario, ma soprattutto in situazioni particolari: quando ci si sente deboli o impotenti nell'affrontare una difficoltà propria o dei propri cari. Quando si deve far fronte a una malattia che d'un tratto ha cambiato il nostro mondo poiché ha stravolto la gerarchia delle preoccupazioni e delle paure. Insomma, credere, per un uomo insicuro che talora è ancora più insicuro, è una medicina meravigliosa.
Il dolore più grande è il credere che esista per gli altri e non per te. Io ho amici credenti: ebbene io non dubito che loro lo abbiano incontrato, credo nel loro Dio. Ho fiducia nelle loro parole e soprattutto nelle loro testimonianze. Ma non credo nel Dio che non viene da me. Questo mi imbarazza perché mi sento uno schivato, un indegno, un appartenente alla casta degli intoccabili. Credere in Dio degli altri, ma non nel tuo.
Non credo, essendo il più fedele degli infedeli. Non credo e sono contento dei tanti che pregano perché io mi converta. Il problema è che, nel mio caso, non c'è nulla da convertire, c'è semplicemente da attendere l'incontro, e io aspetterò fino all'ultimo giorno. E anche nella morte voglio essere portato in una cattedrale, nella casa del Signore, e dargli l'ultima possibilità.

(Vittorino Andreoli, Capire il dolore, BUR, Milano 2007, pp. 76-78)

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Nota personale:

Lo psichiatra Andreoli narra le varie esperienze del dolore (non quello fisico, ma quello mentale o esistenziale). Narra del dolore della condizione umana, di quello nelle varie fasi della vita; ci parla del linguaggio del dolore, della dialettica fra dolore e speranza, con un ultimo, breve, capitolo sulla gioia che spezza il dolore, lo annulla.Si tratta di un libro da meditare, che fa pensare e riflettere su tanti aspetti del nostro vivere. Ci fa comprendere come il dolore sia non solo una categoria universale, ma un'esperienza o meglio un insieme di esperienze comuni a tutti gli esseri umani, in ogni fase della vita, in ogni momento dell'esistenza. Capire il dolore significa, come è scritto nel sottotitolo, superarlo in qualche modo, accettandolo nei suoi vari aspetti e momenti, "perché la sofferenza lasci spazio alla gioia".