Impedimenti


Impedimenti che possono provenire alla perfezione da altri oggetti esteriori piacevoli

L'amore disordinato ai parenti

Non sono soltanto le ricchezze, la gloria e l'onore mondano quegli oggetti esteriori pericolosi, che con la loro attrazione allontanano l'uomo devoto dalla perfezione. Ve ne sono altri, non meno lusinghieri, che attraversano il suo cammino spirituale e sono di grande ostacolo al suo progresso. Tra questi sono da porre in primo luogo i parenti, i quali con le attrattive del sangue, con l'affetto del cuore, con la familiarità del tratto, hanno la forza di ingenerare nei nostri petti un amore poco conforme, e talvolta del tutto alieno, da quelle leggi che la carità cristiana ci prescrive; e per conseguenza hanno la forza di allontanarci dalla perfezione cristiana, che si fonda tutta sulle leggi della carità.
Se ciò non fosse vero, Gesù Cristo non avrebbe dette quelle parole: «Se qualcuno viene dietro a me, e non odia il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle ed anche la propria vita, non si illuda, perché non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). E neppure avrebbe fatto quelle splendide promesse: «Chiunque lascerà la casa, i fratelli, le sorelle, o il padre, o la madre, o la moglie, o i figli, o i campi per amor mio, riceverà il centuplo su questa terra e avrà la vita eterna nel cielo (Mt 19,29)».
Se dunque non può essere seguace e discepolo di Gesù Cristo chi, con odio santo, non abbandona, o almeno non lascia d'amare disordinatamente i congiunti di sangue, bisogna dire certamente che quest'amore disordinato ai parenti è di grande impedimento alla sequela e all'imitazione di Cristo, e conseguentemente alla perfezione del cristiano. Se il Redentore promette qui un premio centuplicato, ed in futuro una gloria eterna ed immortale a chi si separa dai parenti più stretti, lasciandoli in abbandono, bisogna credere, con ogni fermezza, che in questo generoso distacco è posta una grande perfezione; e all'opposto, sarà una grande imperfezione l'essere esageratamente attaccato ai propri congiunti.

(Giovanni Battista Scaramelli (1687-1752), Direttorio Ascetico)