Disposto alla speranza


Non solo si affligge, l'uomo, al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, e anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Ma l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell'eternità che porta con sé, irriducibile come è alla sola materia, insorge contro la morte. Dunque, una nativa vocazione alla trascendenza dispone naturalmente l'uomo alla speranza, e questa angosciante certezza della morte non nega in lui il desiderio del mistero, al di là di se stesso, quale principio di salvezza del proprio essere. la morte è resa momento nodale, carico di significato, tra la condizione del presente dell'esistenza e quella conclusiva; rivela la speranza come legame tra storia ed eternità, come approdo essenziale per la realizzazione del progetto eterno della vita. La speranza si inserisce nel dramma storico della salvezza, dove Cristo, con la sua morte, ha cambiato la statuto della morte umana facendone un momento, decisivo, del passaggio alla vita nuova. La speranza è prova e discernimento, ha un senso umano, ma, al tempo stesso, ne possiede anche uno che non si ricollega al solo desiderio o alla sola esperienza dell'uomo: va ricondotto alla promessa di Dio. Senza Gesù Cristo, nasciamo solo per morire; in lui l'uomo muore per nascere, ricevendo la vita. Si riscontra, nella croce del Cristo, una nuova luce di speranza: la storia, nonostante l'oscurità del male e l'intollerabile carico di sofferenza, è rischiarata da un gesto che sorregge il peso del vivere quotidiano. La speranza non ha sminuito in alcun modo il peso della morte: anche per Gesù questa è una terribile realtà. Gesù non pone la morte tra parentesi, cercando di fuggire da essa o semplicemente accettandola in modo stoico, nella sua inevitabilità; e neppure cerca di giustificarla con l'attribuzione di un valore etico, leggendola alla luce di una speranza di risurrezione e di vita, che la renderebbe solo transitoria. Ad essa offre il suo specifico senso personale e la assume per quello che in realtà significa: lo sradicamento della vita e la lacerazione di ogni rapporto. Non acquista un valore significativo in se stessa, ma per il suo legame all'orientamento fondamentale di tutta una vita. Non può essere in alcun modo banalizzata e ridotta a un appuntamento occasionale e purtroppo inevitabile: si inscrive nel senso e nel significato di tutto un tragitto esistenziale che porta a Gerusalemme. Gerusalemme è libertà-per-l'altro, luogo di confronto tra l'uomo e Dio, tra croce e gloria; spazio comune di quelle due libertà e fedeltà che si incontrano nel momento decisivo e definitivo per ogni storia. Gerusalemme è luogo della speranza; fa rileggere la morte e il morire dell'uomo nella prospettiva della libertà obbediente che si fa donazione: libertà, come scelta personale e consapevole di recarsi all'appuntamento; obbediente, perché la scelta diventa accoglienza e fedeltà a un progetto che, malgrado la sua tragica configurazione, è dono di salvezza; donazione, in quanto tutto passa attraverso la motivazione stessa dell'offerta: l'amore, totale dono di sé all'altro. Solo questo amore fiducioso qualifica l'obbedienza e la fedeltà umane di Gesù alla croce, come atto supremo di libertà. In questo dinamismo personale di libera donazione, si ricomprende l'opacità, disperante, della certezza della morte e, proprio perché ne conserva intatta tutta la drammaticità, apre all'incontro fiducioso della risposta fedele e gratuita di Dio.

(Orazio Francesco Piazza, La speranza. Logica dell'impossibile, Paoline, 1998)