Pace tra fede e ragione


La pace tra fede e ragione come fondamento di ogni altra pace
di Aldo Stella


La Lettera Enciclica “Fides et Ratio” costituisce un autentico manifesto per la Spiritualità del nuovo millennio. In essa, infatti, allorché si afferma, nel Prologo, che l’anima dell’uomo è come una colomba, la quale può elevarsi a contemplare la verità solo se utilizza entrambe le sue ali, e cioè la fede e la ragione, si mette in evidenza che una fede, che non si pacifichi con la ragione, è una mera superstizione e una ragione, che non si pacifichi con la fede, configura un intellettualismo pretenzioso e credulo. Con tale Enciclica, dunque, si decreta la fine di un conflitto millenario tra la fede e la ragione, giacché è la fede che riconosce la propria vocazione intrinsecamente razionale: chi crede, infatti, intende che sia vero ciò in cui crede e che sia vero in sé, nel senso che la sua verità non sia il prodotto della fede dell’uomo, come pretenderebbe Feuerbach. Per questa ragione acquista pieno significato il passo del Vangelo di Giovanni in cui si invita a cercare la Verità, dal momento che solo la Verità autentica libera dalle false verità, dagli idoli. Per converso, la ragione non potrà pensare di essere essa la Verità, ma solo la tensione verso la Verità, da quest’ultima evocata e orientata. Ragione è intenzione di verità e lo in-tendere non può ridursi al pre-tendere di essere pervenuti ad una qualche conoscenza che venga assunta come la verità. Chi pretende di possedere la verità, e questo vale per ogni forma di conoscenza, inclusa quella scientifica, diventa arrogante e vuole imporre la propria verità agli altri, non accorgendosi che egli crede di sapere, senza avvedersi che la sua è una fede ingenua: egli non sa di credere e crede di sapere. Anche quando si arriva ad una conoscenza che appare come massimamente evidente, dunque, non si dovrà mai dimenticare che l’evidenza risulta tale solo a muovere da assunti, che vengono presupposti acriticamente, senza venire discussi: vengono, cioè, assunti fideisticamente. Per evitare l’insensata assolutizzazione dell’opinione (la doxa) si dovrà, allora, ricorrere al dialogo, che indica la necessità di passare attraverso (dia) la ragione (logos) dell’altro per andare oltre i limiti del proprio punto di vista e aprirsi alla ragione autentica (il Logos), che permane l’Ideale del pensare, mai riducendosi ad una conoscenza di fatto raggiunta. A nostro giudizio, la pace tra la fede e la ragione, e solo tale pace, può creare le condizioni per ogni altra pacificazione, sia interiore che esteriore. Risulta ingenuo, pertanto, pensare che la pace possa realizzarsi solo con interventi politici o agendo nel tessuto sociale. Certo, tali interventi sono importanti, ma soltanto se guidati da una prospettiva ideale che indichi come l’unità tra gli uomini può realizzarsi in virtù della comune intenzione rivolta alla Verità. La pace, alla luce di quanto detto, non può quindi venire considerata il fine della ricerca, ma il mezzo più adeguato per realizzarla. Se si commette l’errore di assumere il mezzo come fine, ci si espone al rischio di considerare la pace come il Bene, laddove non può esserci pace dove c’è ingiustizia, sopruso, inganno. Questo non significa che il male debba essere combattuto con strumenti “maligni”; significa, piuttosto, ricordare che combattere il male è un dovere, così che quelle concezioni che non riconoscono l’emergenza del Bene sul male debbono venire considerate, esse, il male per eccellenza. Non per nulla, il Cristo è venuto con la spada, per separare prima e ricongiungere poi: separare il bene dal male, affinché nel Bene, e solo nel Bene, ci si possa poi tutti ricongiungere. E cercare il Bene, orientare cioè al Bene ogni pensiero e azione, è il compito dell’uomo: non la pretesa di dire che “questo” è bene, ma l’intenzione pura di anteporre il Bene al proprio presunto bene, al vantaggio personale, alle pretese egoiche. Non dimenticando mai che chi vuole solo il proprio bene finisce per fare solo il proprio male. Fede, insomma, è l’affidarsi alla Verità, confidando che sia la Verità a guidare la ricerca: ciò può realizzarsi solo se vengono messe tra parentesi le pretese dell’ego. Se, invece, si pensa di essere in grado di possedere la verità, allora si è già assunto l’ego come unica verità: la verità che funge da criterio di ogni altra. Ma se l’ego fosse la verità, perché il suo dolore? Perché il suo inappagato ricercare?


L'immagine è di Ugo Nespolo