5 novembre 2016

Chi siamo veramente? (parte 1)


(parte prima)

Il problema che più sta a cuore all'uomo contemporaneo è quello del senso della vita. Gli uomini tendono a vivere in  modo superficiale, immersi in questioni banali o in chiacchiere vuote, sempre in preda alla noia. Il mondo appare loro vuoto e privo di significato. In un mondo in cui il successo economico garantisce l'agiatezza materiale, è necessario che i valori culturali, sociali e religiosi riacquistino un significato più pregnante, altrimenti l'uomo sarà sempre più sazio, ma continuerà a sentirsi profondamente insoddisfatto. Per dare un senso alla vita occorre partire dalla scoperta della propria identità.
Quando l'uomo si identifica con ciò che possiede o con il ruolo che vorrebbe assumere, non sa più chi è veramente: avere e apparire "uccidono" l'essere. Ecco che allora è costretto a vivere a un livello superficiale o a mettersi in mostra per evitare il confronto con diretto con la propria condizione esistenziale. Prima o poi però, e molto spesso nel momento traumatico della prova, si porrà la domanda: "Chi sono io?, "Che senso ha la mia vita?", "Sono libero di dare un senso alla mia esistenza o questo mi viene imposto dagli avvenimenti, dalle abitudini, dalla routine, dalle norme, dagli altri o dalle convenzioni sociali?"
Se cerca di rispondere con lucidità a simili interrogativi non può sottrarsi alla necessità di operare una conversione. Deve innanzitutto riconoscere che il suo "io" esteriore, quello di tutti i giorni, non è il suo vero "io"; esso si nasconde sotto una maschera fittizia e illusoria. Durante tutta la sua esistenza egli ha continuato a camuffarsi sotto false vesti con cui proteggere o nascondere la sua identità più vera.
La conversione deve partire prima di tutto da un ritorno al cuore, un pellegrinaggio al centro dell'essere. L'uomo deve abbandonare tutte le sicurezze che lo tengono attaccato alla riva per tuffarsi nel più profondo di se stesso; deve prendere coscienza di quanto è racchiuso nel fondo del proprio cuore per andare a scoprire la perla della propria identità e ciò richiede da parte sua uno sforzo di attenzione per poter penetrare dentro di sé e ritrovare la pace del cuore.
E' allora che l'individuo fa la dolorosa esperienza del suo nulla e della sua impotenza di fronte a Dio. Un'esperienza penosa, ma profondamente serena e colma di pace, perché lo pone in contatto diretto con la fonte del proprio essere, della propria vita e della propria gioia. Egli ritrova così la sua identità la sua ragione di vita, e dà un senso alla propria esistenza.

(tratto da Jean Lafrance, Preferire Dio, Gribaudi, Milano 1997)