27 dicembre 2015

Rime del cuore morto

Rime del cuore morto
 O piccolo cuor mio, tu fosti immenso
 come il cuore di Cristo, ora sei morto;
 t’accoglie non so più qual triste orto
 odorato di mammole e d’incenso.

 Uomini, io venni al mondo per amare

 e tutti ho amato! Ho pianto tutti i pianti
 vostri e ho cantato tutti i vostri canti!
 Io fui lo specchio immenso come il mare.

 Ma l’amor onde il cuor morto si gela,
 fu vano e ignoto sempre, ignoto e vano!

 Come un’antenna fu il mio cuore umano,
 antenna che non seppe mai la vela.

 Fu come un sole immenso, senza cielo
 e senza terra e senza mare, acceso
 solo per sé, solo per sé sospeso

 nello spazio. Bruciava e parve gelo.

 Fu come una pupilla aperta e pure
 velata da una palpebra latente;
 fu come un’ostia enorme incandescente,
alta nei cieli fra due dita pure,


 ostia che si spezzò prima d’avere
 tocche le labbra del sacrificante,
 ostia le cui piccole parti infrante
 non trovarono un cuore ove giacere. 

(Sergio Corazzini [1886-1907], tratto dalla raccolta "L'amaro calice", 1905)

25 dicembre 2015

La pace (vera) del Natale

 Dante Gabriel Rossetti, Ecce Ancilla Domini, 1850

Il supremo richiamo del Mistero del Natale è il porsi dell'obbedienza nel mondo. Così l'umanità coglie la pace profonda che le viene dal ritrovare la sua giusta posizione: quella della creatura. "Pace in terra agli uomini che attendono la Sua venuta". Non si può costruire se non nella pace. Il Signore, che è venuto per ricostruire, per rifare l'uomo, il mondo (uno, se non nascerà di nuovo, non può vedere il Regno di Dio) è venuto portando innanzitutto la pace. "Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te". Questa è la pace, la sicurezza del disegno di Dio sopra di noi: nella parola che Dio ci ha detto e ci dice, nel suo disegno che ci coinvolge. Questa sicurezza nel Dio che ci chiama, nel Suo ordine, è la fede. "Il mio giusto vive di fede". La grazia del Natale è la grazia della pace, che è il frutto della fede, della sicurezza della Sua parola. Alla fine dell'Avvento, dell'attesa (= sicurezza che verrà) è un'altra sicurezza: la sicurezza che Dio è già venuto, che già opera in noi.
La pace, il sentire che la propria vita è fondata sulla sicurezza, è sostenuta con forza, non può derivare se non nella coscienza dell'autorevolezza del Padre. Tanto più c'è, in noi, la coscienza del rapporto con il Padre, tanto più tutto è stabile nella nostra vita. Analogamente, nell'affascinante gratuità, nella bellezza ricca di quell'avvenimento in cui si è percepito e scoperto il significato di ogni cosa nel suo ricordo (nel senso forte: "fate questo in memoria mia") sta la vera tranquillità del nostro operare. Se non siamo fondati in questa suprema sicurezza, per sentirci tranquilli dobbiamo continuare a farci da fare da mattina a sera, per sentirci giustificati. Bisogna vivere la fedeltà a quel Fatto, cioè averne coscienza (e coscienza di esso è coscienza di sé).

(Luigi Giussani, Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca Book, Milano 1991, pp.41-2)