27 novembre 2013

Stranieri nella chiesa


Nel 2004, Alberto Melloni aveva pubblicato il libro dal titolo: "Chiesa madre, chiesa matrigna" (Einaudi, Torino), da cui ho tratto la seguente riflessione sull'essere "stranieri" nella chiesa. Erano gli ultimi mesi di vita di Giovanni Paolo II, prima dell'avvicendarsi di Benedetto XVI, col suo pontificato rinunciatario. Il testo pertanto risente di quei momenti e denunciava proprio l'incapacità della chiesa di "fare i conti con i mille volti quotidiani dell'uomo contemporaneo". Stiamo attraversando una nuova epoca, almeno per la chiesa cattolica? Non saprei certo dirlo, anche perché non penso, per quanto grande sia, che basti un uomo a rifondare l'intera chiesa del popolo di Dio. Staremo a vedere se quella di domani (dal testo di Melloni sono passati quasi dieci anni) sarà una chiesa diversa, capace proprio di fare quei conti di cui si diceva. Intanto, molti si sentono ancora "stranieri" in questa chiesa.

Se la società riconosce e «desidera riconoscere» sempre più spazio «civile» ai cristiani, è nella chiesa che diventa sempre più difficile abitare. Lo si coglie nello zelo di chi ne tiene vive le strutture a prezzo di un tedium ecclesiae al quale sfuggono i santi e gli in­vasati; lo si coglie nel continuo esodo di credenti che non passano più da una confessione all'altra, dalla pratica all'agnosticismo, ma semplicemente si spo­stano dentro la chiesa su soglie marginali.
In ambito cattolico questo è un fenomeno visto­so: certo le opportunità di essere albergati in un grup­po di propri «simili» non mancano e i pedaggi per il transito fra le zone della chiesa sono abbastanza bas­si. Ma l'esperienza della chiesa come madre attiva - la chiesa dalla quale si viene accolti, si viene accom­pagnati nelle stagioni della vita, si viene iniziati alla vita interiore - è sempre più rara: non si resta privi della giustificazione, della grazia, del perdono, ma si dubita che la chiesa possa esserne custode e dispensatrice.
Questa chiesa non perdona e i cristiani lo sanno. Non perdona nel confessionale perché l'implosione della penitenza auricolare - ampiamente annunciato - non ha avuto nessuna cura, se non la riproposizio­ne della penitenza auricolare. Tale forma di «pro­cesso», definitasi nelle isole britanniche medievali, che accusa i peccati a un ministro ordinato incarica­to di ascoltare, giudicare, assolvere e imporre una pe­na sulla base di tariffe oramai soltanto spirituali, non ha avuto altro che modesti ritocchi dopo il Vaticano II. Ad essa mal s'adattava il «metodo» con cui il con­cilio aveva riformato la liturgia (levare le incrosta­zioni del devozionalismo per ritrovare una forma più antica e pura del celebrare) e la questione della mi­sericordia sulla quale Giovanni XXIII aveva imper­niato «tutto» il Vaticano II non aveva trovato altra ricezione, se non quella di una rinuncia alle condan­ne e alle «armi della severità».
Su questa base Paolo VI promulgò nel 1973 una riforma del rito che, pur proponendosi di largheg­giare nelle forme di assoluzione individuale o collet­tiva, non riusciva ad affrontare il punto sostanziale del nesso fra perdono e comunione, che, ancora trent'anni dopo, agita tutte le chiese. In ambito cattoli­co il risultato odierno - fotografato dal motu proprio di Giovanni Paolo II Misericordia Dei del 2003 - è quello di una discrasia fra norme e realtà, fra descri­zioni e impressioni.
Nella pratica cattolica - vale in Occidente, ma an­che nel terzo mondo - la partecipazione all'eucare­stia è oggi quasi totalmente slegata dall'accesso al­la confessione «sacramentale». Se fosse smarrito il «senso del peccato», come lamenta tanta letteratura, al fondo, si tratterebbe solo di una crisi. Il problema è che invece resta inespresso il «senso del perdono» di cui fedeli e infedeli hanno bisogno. Messi alle stret­te fra rinunciare al perdono e rinunciare all'eucare­stia, alcuni rinunciano a tutto, altri - il grosso dei fe­deli? - decidono di rinunciare a una cosa sola, o d'i­stinto o per scelta.
Intuito della plebs Dei? Abuso? E di chi? Il con­cilio di Trento aveva anatematizzato chi diceva che l'eucarestia non ha il potere di rimettere i peccati. È di questa dimensione medicinale dell'eucarestia che si appropriano tutti coloro - sono per lo più occi­dentali - che non s'avvicinano al confessionale, vuoi perché si ritagliano una disciplina scontata, vuoi per­ché non osano rischiare che gli venga negata l'asso­luzione, vuoi perché non vogliono caricare i preti in cura d'anime di dilemmi troppo pesanti per le loro anime ? Forse no. Fra la descrizione della morale e quella della vita lo iato, però, si va ampliando.
Chiunque s'immagini nei panni del confessore cat­tolico alle prese coi doveri d'ufficio - non solo fra i cristiani della borghesia europea, ma fra quelli del mondo povero - se ne rende ben conto. In teoria og­gi dovrebbero essere considerate colpevoli le coppie infertili che desiderino prole al punto da ricorrere a pratiche di fecondazione assistita, le coppie di fatto, quelle canonicamente sposate che regolino la propria fertilità in modo non «naturale»; alle coppie nella quali uno dei partner sia sieropositivo il confessore dovrebbe chiedere di vivere praticando la perfetta continenza o il suicidio volontario del coniuge sano: è un male che pochi se la sentano? Chiunque s'im­magini nei panni di un cattolico peccatore capisce che andare a sfidare il buio del confessionale con tali que­stioni richiede un coraggio, un'ipocrisia o un'indif­ferenza verso la disciplina della chiesa che, grazie a Dio, non è alla portata di tutti.
Il risultato è che il clero decide di non far valere con pertinacia queste regole contro comunità e sin­goli già provati dalla vita: ed è un sintomo di saggezza pastorale. Per i fedeli del mondo ricco vuol dire riti­rarsi a decidere dell'accesso all'eucarestia da soli: en­tro lo spazio sacro della coscienza, essi sono costret­ti a portare pesi troppo grandi per gli individui; per i fedeli del mondo povero significa scegliere o subi­re una disciplina che «deve» ignorare il loro modo di vivere e celebrare la comunione.
E i singoli fedeli - i milioni di copie vendute dal piccolo commentario di Henri Nowuen al quadro di Rembrandt sul figliol prodigo ne costituiscono la pro­va - sono un po' stanchi del fai da te: ai fedeli in­combe l'onere di autoassolversi previamente o di au-tocondannarsi da sé; ai parroci quello di ignorare la irritualità delle situazioni o di rimarcarle con catti­veria che spesso fa difetto; alle comunità resta il po­tere smodato di decidere tramite improvvisati sine­dri e improbabili rote un equilibrio fra ciò che è ac­cettabile e ciò che è «scandaloso».
In questo cozzare di poteri e coscienze restano co­munque escluse dall'eucarestia cattolica alcune cate­gorie. La più pubblicizzata è quella di coloro che non sono in grado di vivere vite di relazione a due in ca­stità perfetta: perché alle coppie omosessuali o a quel­le che, pur desiderandolo, non possono contrarre va­lidamente il matrimonio cattolico (i cosiddetti «di­vorziati risposati») la vigente disciplina concede di nutrire sentimenti di amore, che però diventano col­pevoli nel momento in cui si dovessero esprimere ses­sualmente. Se questo accade - e accade - non c'è nes­suna possibilità di remissione, se non scegliere fra il ripudio di ciò che sembra un dono, l'accettazione del­la condizione di penitenti perpetui, o il passaggio a una delle tante chiese che s'incontrano fra la presunta severità latina e l'ipotetica liberalità della comunio­ne anglicana.
Il tentativo compiuto nel 1991 da tre vescovi te­deschi per affrontare diversamente il problema dei divorziati s'è arenato su un pregiudiziale «no» pro­nunciato dalle autorità romane. Nemmeno quei pa­stori (fra i quali gli attuali cardinali Walter Kasper e Karl Lehmann) erano partiti dall'esigenza prima che riguardava queste persone, cioè la somministra­zione reciproca del perdono fra ex coniugi; avevano però riflettuto sul fatto che altre chiese (sia nell'or­todossia che nel protestantesimo) avevano trovato il modo di sanare queste situazioni non certo in nome di un allentamento della disciplina, ma in una fedeltà al vangelo e alla loro tradizione confessionale. Cer­cando una soluzione coerente con la tradizione ca­nonica cattolica, che riconosce l'esistenza di matri­moni nulli, essi proposero di concedere ai fedeli cat­tolici divorziati e risposati di accostarsi ai sacra­menti, qualora avessero acquisito «nel tempo» chia­ra coscienza della nullità del vincolo contratto, an­che se per ragioni economiche o giuridiche non ave­vano domandato una sentenza di nullità. Stoppata dalla preoccupazione romana e pontificia di conce­dere una sorta di autogiurisdizione ai fedeli, questa riflessione è rimasta congelata: ma nel frattempo la realtà ha continuato a creare situazioni sempre me­no comprensibili anche alla maggioranza delle cop­pie osservanti.
Cosi aumenta il numero di coloro che, privi della riammissione alla «cittadinanza» spirituale, diventa­no stranieri nella chiesa: una condizione più diffusa fra i ricchi cattolici del mondo sviluppato, ai quali il privilegio di un alto reddito pro-capite e di una cul­tura democratica consente di torturarsi con i proble­mi religiosi. Fuori dalle terre di antica cristianità l'a­bitabilità della chiesa sembra maggiore, perché mag­giore è il grado di responsabilità che si prendono coloro che assicurano il governo pastorale. Ma il no­do è stretto.

16 novembre 2013

Spirito di sapienza o di curiosità


Lo spirito di curiosità genera confusione e ci allontana dallo Spirito della sapienza che, invece, ci dà pace: è quanto ha affermato stamani il Papa nella Messa celebrata nella Cappella di Casa Santa Marta, in Vaticano il 14 novembre 2013. Il servizio di Sergio Centofanti (da Radio Vaticana):

L’omelia del Papa inizia con il commento sulla prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, dove si descrive “lo stato d’animo dell’uomo e della donna spirituale”, del vero cristiano e della vera cristiana che vivono "nella sapienza dello Spirito Santo. E questa sapienza li porta avanti con questo spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile”:
“Questo è camminare nella vita con questo spirito: lo spirito di Dio, che ci aiuta a giudicare, a prendere decisioni secondo il cuore di Dio. E questo spirito ci dà pace, sempre! E’ lo spirito di pace, lo spirito d’amore, lo spirito di fraternità. E la santità è proprio questo. Quello che Dio chiede ad Abramo - 'Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile' - è questo: questa pace. Andare sotto la mozione dello Spirito di Dio e di questa saggezza. E quell’uomo e quella donna che camminano così, si può dire che sono un uomo e una donna saggia. Un uomo saggio e una donna saggia, perché si muovono sotto la mozione della pazienza di Dio”.
Ma nel Vangelo – sottolinea il Papa – “ci troviamo davanti ad un altro spirito, contrario a questo della sapienza di Dio: lo spirito di curiosità”:
“E’ quando noi vogliamo impadronirci dei progetti di Dio, del futuro, delle cose; conoscere tutto, prendere in mano tutto… I farisei domandarono a Gesù: ‘Quando verrà il Regno di Dio?’. Curiosi! Volevano conoscere la data, il giorno… Lo spirito di curiosità ci allontana dallo Spirito della sapienza, perché soltanto interessano i dettagli, le notizie, le piccole notizie di ogni giorno. O come si farà questo? E’ il come: è lo spirito del come! E lo spirito di curiosità non è un buono spirito: è lo spirito di dispersione, di allontanarsi da Dio, lo spirito di parlare troppo. E Gesù anche va a dirci una cosa interessante: questo spirito di curiosità, che è mondano, ci porta alla confusione”.
La curiosità – prosegue il Pontefice – ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: “Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna”. E il Papa commenta: “Ma, guardi, la Madonna è Madre! E ci ama a tutti noi. Ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni”. “Queste novità – afferma - allontanano dal Vangelo, allontanano dallo Spirito Santo, allontanano dalla pace e dalla sapienza, dalla gloria di Dio, dalla bellezza di Dio”. Perché “Gesù dice che il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione: viene nella saggezza”. “Il Regno di Dio è in mezzo a voi!”, dice Gesù: è “questa azione dello Spirito Santo, che ci dà la saggezza, che ci dà la pace. Il Regno di Dio non viene nella confusione, come Dio non parlò al profeta Elia nel vento, nella tormenta” ma “parlò nella soave brezza, la brezza della sapienza”:
“Così Santa Teresina - Santa Teresa di Gesù Bambino - diceva che lei doveva fermarsi sempre davanti allo spirito di curiosità. Quando parlava con un’altra suora e questa suora raccontava una storia, qualcosa della famiglia, della gente, alcune volte passava ad un altro argomento e lei aveva voglia di conoscere la fine di questa storia. Ma sentiva che quello non era lo spirito di Dio, perché era uno spirito di dispersione, di curiosità. Il Regno di Dio è in mezzo a noi: non cercare cose strane, non cercare novità con questa curiosità mondana. Lasciamo che lo Spirito ci porti avanti, con quella saggezza che è una soave brezza. Questo è lo Spirito del Regno di Dio, di cui parla Gesù. Così sia”.