16 giugno 2013

Parole della mistica: distacco e abbandono

Antonello Lotti, Foto personale

Premessa:

Fra le molte/poche parole della mistica, ce ne sono alcune che diventa indispensabile conoscere. In questo e nei prossimo post cercherò di fornirne alcune prese da testi importanti, come quello seguente.
Faccio presente che da poco è uscito un nuovo libro di Marco Vannini, dal titolo Lessico mistico. Le parole della saggezza, Le Lettere, Firenze, 2013, in cui vengono chiariti termini mistici secondo il suo personale percorso di studio, cioè, come è scritto in Premessa: "solo nel suo senso spirituale, per cui non si deve cercare in esso niente di irrazionale, esoterico, paranormale, eccezionale" (cfr. p. 7).

DISTACCO

I. Definizione. E' l'atteggiamento interiore di uno spirito libero da qualsiasi legame equivoco ed egoistico verso persone e cose. Anche se in senso più ampio esso può coincidere, e di fatto coincide, con altri termini come:  mortificazione, rinuncia,  spogliamento,  abnegazione, ecc., non va confuso, da una parte, né con l'insensibilità e la durezza, e dall'altra, con l'egoistica indifferenza verso tutto e verso tutti oppure con il disprezzo delle cose create, oppure con la falsa tranquillità di chi si gode beatamente la propria pace e il proprio benessere. Il suo significato specifico è precisamente questo:  libertà interiore di fronte alle persone e alle cose. Ma cosa significa e comporta questa libertà e quali atteggiamenti e comportamenti il cristiano deve assumere?

II. Alcuni punti fermi. Occorre partire da alcuni punti fermi per capire la portata e il contenuto del distacco ai fini di evitare errori di eccesso opposto, sempre possibili. a. Innanzitutto, la bontà sostanziale della creazione che rimane tale anche dopo il  peccato. «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1,31). Prendere sul serio la creazione. Il mondo creato è buono in tutti i suoi aspetti e si sottrae a qualsiasi arbitraria valutazione umana, anzi è il fondamento e il criterio di ogni valutazione, come pure di qualsiasi realizzazione. Tutto il mondo creato, in quanto appunto creazione, è un insieme che forma un tutto a capo del quale vi è l'uomo e che deve essere ricondotto a Dio dall'uomo. «Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1Tim 4,4). b. La realtà del  peccato: «L'uomo tentato dal maligno, fin dall'inizio della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio. Rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create» (GS 13). Il quadro delle relazioni intime tra l'uomo e il cosmo è tragicamente turbato dalla realtà del peccato. E turbato l'orientamento dell'uomo verso le cose, appunto perché è scossa la relazione, la finalizzazione dell'uomo a Dio. c. Il fatto dell' Incarnazione: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Dal momento che Dio, in  Gesù Cristo, ha scelto di assumere tutta la vicenda dell'uomo per farne il luogo della salvezza, la realtà mondana è diventata la via attraverso cui egli ci visita, ci parla e ci salva. E la logica dell'Incarnazione. Questa scelta di Dio impone di riconsiderare tutta la realtà mondana, con i suoi valori, le sue contraddizioni, le sue speranze... come una realtà ormai salvata. d. Cieli nuovi e terra nuova: salvati, nella  speranza. (cf Rm 8,24). Incorporato al Cristo, morto e risuscitato nel Cristo, fatto tempio dello  Spirito Santo, l'uomo è un essere salvato. Nello stesso tempo, cammina per realizzare pienamente la sua salvezza che si manifesterà completamente al compimento dei cieli nuovi e della nuova terra. Il cristiano partecipa dell' eternità, ma la sua vita si svolge nel tempo. E questa tensione dialettico‑esistenziale tra l'eterno e il temporale è il tempo del cristiano: tempo di salvezza già presente ma ancora in via di realizzazione. Tempo di speranza.

III. Comportamenti. E su questi punti fermi che vanno compresi il significato e il contenuto del d. ed è sempre da essi che deve nascere una conseguente cultura dei comportamenti, ancorata profondamente ad una visione cristiana del mondo e sostenuta da una robusta e profonda spiritualità.

a. Visione cristiana del  mondo: «Abitano nella propria patria, ma come stranieri, partecipano a tutto come cittadini, e tutto sopportano come forestieri; ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è terra straniera» (Lettera a Diogneto). La «riserva escatologica» della  Chiesa e del cristiano non sopporta adattamenti e compromessi mondani, esige la domanda e la sollecitazione costante verso nuovi traguardi e nuove mete. Prendere coscienza intellettualmente e soprattutto nei comportamenti concreti che non c'è una cristianità da ricercare, un'altra patria terrena da attendere o da costruire, ma quella in cui si trova a vivere è la sua patria e che in essa il cristiano deve operare con il massimo di impegno, per il suo miglioramento, per la sua crescita e al tempo stesso con il massimo di d. interiore e di libertà.

b. Spiritualità del «conflitto»: non è facile vivere un atteggiamento di impegno e di d. insieme, di pieno coinvolgimento nella realtà, qualunque essa sia, e al tempo stesso di interiore libertà cristiana. Questo «dualismo» cristiano di impegno e di d., di incarnazione e di trascendenza - vissuto come esperienza esistenziale oltre che come dato teologico - va superato in una sintesi che insieme dia una qualche garanzia tra le  tentazioni opposte della fuga dal mondo o della caduta nel pragmatismo. E questo è possibile solo a livello di una profonda vita interiore. Assumere il «conflitto» come elemento essenziale del bagaglio culturale e spirituale del cristiano significa allora vivere in una continua ricerca, con lacerazioni e tensioni, che consenta di credere nel valore delle cose e al tempo stesso di relativizzarle. E' questo il senso ultimo del distacco come esperienza esistenziale spirituale.

(B. Zomparelli, tratto dal Dizionario di mistica, AA.VV., Libreria Editrice Vaticana, 1998)
 

ABBANDONO

Il termine abbandono può avere due significati, l'uno passivo, l'altro attivo. L'anima può essere realmente, o apparentemente, abbandonata da Dio o può abbandonarsi a Dio.

Rimanendo nell'ambito proprio della mistica, ci soffermeremo sul significato più propriamente passivo dell'abbandono.

II. Nell'esperienza mistica. Il verbo latino derelinquere, da cui la parola italiana "derelizione", indica, nell'esperienza mistica propria di un'anima già avanzata nel cammino di perfezione, l'abbandono totale dell'uomo da parte di Dio. Questi, almeno in apparenza, abbandona l'uomo, che pur ha chiamato a percorrere il cammino spirituale della fede, lasciando in lui un senso di solitudine, di aridità, di desolazione. L'uomo, in realtà, non è abbandonato da Dio. Quest'ultimo lo mette alla prova abbandonandolo all'esperienza dolorosa di chi sente che il Padre lo ha consegnato alla morte. Dio si tira indietro rispetto alle sue promesse, respinge l'amore che ha suscitato. E questa la forma più dura della purificazione interiore, che passa per alcuni gradi: l'uomo dapprima sente che Dio si è allontanato, resta silenzioso e assente, quasi dimentico del suo amore, poi avverte il deserto, senza luce, senza consolazione di vita e percepisce che questo deserto è il castigo della sua colpa, che Dio, somma giustizia, vendica l'enormità del suo peccato e che questo castigo è per sempre.

Ma Dio non costringe mai all'esperienza della morte se non per costruire la vita. L'esperienza dell' abbandono si risolve nell'ultima purificazione del cammino di perfezione nell'intima comunione con Cristo salvatore, facendo zampillare nell'anima l'atto di abbandono perfetto, che la introduce nella piena partecipazione alla redenzione di Cristo.

Tale esperienza mistica, come tutte quelle della vita cristiana, trova il suo fondamento nel Vangelo, negli insegnamenti e nelle azioni del Signore. Gesù Cristo è il modello di ogni abbandono, dalla greppia di Betlemme e dalla fuga in Egitto alla sua vita nascosta a Nazaret, dalle tentazioni nel deserto e dal mistero del suo battesimo nel Giordano alla sua gloriosa trasfigurazione, dall'orazione sanguinosa nel Getsemani al glorioso mistero della sua morte in croce sul Golgota.

Tale è la grandezza di questo abbandono che tutta l'esperienza antica trova in esso il suo significato pieno, così che i misteri dell'antica alleanza sono figura di quello del Salvatore: "Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell'agnello fu sgozzato. Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato. Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l'agnello che non apre bocca, egli è l'agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnello senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato alcun osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione. Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l'umanità dal profondo del sepolcro".

Caratterizzato dal Cristo della passione, ogni abbandono è, dunque, sperimentato nella vita interiore del credente come dono del Padre.

I grandi mistici hanno descritto, sotto diverse forme, l'esperienza della desolazione interiore: s. Teresa d'Avila parla della lotta ascetica, propria del cammino di perfezione che passa per varie tappe e gradi di orazione, come di uno sforzo per condurre l'uomo accanto a Dio, e della vita mistica nella quale la vita cristiana raggiunge la sua pienezza, come quella che "mette in luce la vera dimensione cristiana della vita nascosta nella nuova creatura, sviluppa e fa emergere i rapporti che legano la vita del singolo cristiano a quella della Chiesa, accorcia le distanze tra la vita presente, in fede e grazia, e la vita celeste". Allo stesso modo, s. Giovanni della Croce insegna che "perché un'anima giunga allo stato di perfezione, ordinariamente deve passare prima per due forme principali di notti che gli spirituali chiamano purificazioni dell'anima; noi le chiamiamo notti, perché l'anima, sia nell'una che nell'altra, cammina come di notte, al buio"."Questa notte oscura è un influsso di Dio nell'anima, che la purifica nella sua imperfezione ed ignoranza abituale, naturale e spirituale... dove Dio istruisce in segreto l'anima nella perfezione dell'amore, senza che essa faccia nulla né intenda cosa sia questa contemplazione!". S. Francesco di Sales insiste, invece, sull'imitazione di Gesù Cristo come ricerca della perfezione: il massimo dell'amore è rimettersi interamente a lui, come il Cristo in croce fra le braccia del Padre nella "totale rimessa a Dio", nel perfetto abbandono nelle sue mani realizzato tramite l'esperienza della "desolazione".

Alla base di tutto, c'è la fede nell'infinita amorosa sapienza di Dio, che dona la vita alle sue creature. L'uomo non può fare di meglio che aderire completamente alla "buona" volontà del Padre, che tutto dispone per il nostro bene. "La perfezione consiste nell'unire talmente la nostra volontà a quella di Dio in modo tale che la sua e la nostra non siano più che uno stesso volere e non volere; e chi eccellerà di più in questo punto, sarà il più perfetto".

I precetti evangelici di Mt 6,25-34; Lc 11, 9-13; 12,22-31; 22,42 e Mt 26,39, culminanti, con l'evocazione del Sal 31,6, nella preghiera di Lc 23,46, sfociano nell'insegnamento apostolico di 1 Pt 5,6-11 e Rm 8,28-30. Dalla memoria fiduciosa dell'amore del Padre, che mai si dimenticherà dei suoi figli, nascono anche e, per certi versi, soprattutto, nell'esperienza lacerante dell’abbandono, la certezza della fede, la determinazione dell'obbedienza, l'invocazione della speranza e, infine, la luce della carità. Così per Adamo, così per Abramo, Isacco e Giacobbe, così per Mosè, per Davide, per Giovanni Battista, così per Maria, Vergine e Madre, così per ogni creatura rinata nel battesimo, tralcio della vera vite, incorporata a Cristo Signore nell'impegno di una vita nuova (cf Rm 6,2-5; Gal 3,26-28; Ef 4,20-25), secondo il beneplacito dell'Altissimo, in eterno.

(D. Micheletti, tratto dal Dizionario di mistica, AA.VV., Libreria Editrice Vaticana, 1998)