17 marzo 2013

Non preoccuparsi di se stessi



Quando Rabbi Hajim di Zans ebbe unito in matrimonio suo figlio con la figlia di Rabbi Eleazaro, il giorno dopo le nozze si recò dal padre della sposa e gli disse: "O suocero, eccoci parenti, ormai siamo così intimi che vi posso dire ciò che mi tormenta il cuore. Vedete: ho barba e capelli bianchi e non ho ancora fatto penitenza!". "Ah, suocero - gli rispose Rabbi Eleazaro - voi pensate solo a voi stesso. Dimenticatevi di voi e pensate al mondo!".
 
Questo può sembrare contraddire tutto quanto ho detto finora in queste pagine sull'insegnamento del chassidismo. Abbiamo imparato che ogni uomo deve ritornare a se stesso, che deve abbracciare il suo cammino particolare, che deve portare a unità il proprio essere, che deve cominciare da se stesso; ed ecco che ora ci viene detto che deve dimenticare se stesso! Eppure basta prestare un po' più di attenzione per rendersi conto che quest'ultimo consiglio non solo si accorda perfettamente con gli altri, ma si integra nell'insieme come un elemento necessario, uno stadio indispensabile, nel posto che gli compete. Basta porsi quest'unica domanda: "A che scopo?"; a che scopo ritornare in me stesso, a che scopo abbracciare il mio cammino personale, a che scopo portare a unità il mio essere? Ed ecco la risposta: "Non per me". Perciò anche prima si diceva: cominciare da se stessi. Cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé.
 
Il racconto ci presenta uno zaddik, un uomo saggio, pio e caritatevole che, giunto alla vecchiaia, confessa di non aver ancora compiuto l'autentico ritorno. La risposta che riceve sembra nascere dalla convinzione che egli sopravvaluti eccessivamente la gravità dei propri peccati e che, d'altro canto, sminuisca altrettanto eccessivamente il valore della penitenza fatta fino a quel momento. Ma le parole pronunciate vanno oltre e, in modo assolutamente generale, affermano: "Invece di tormentarti incessantemente per le colpe commesse, devi applicare la forza d'animo utilizzata per questa autoaccusa all'azione che sei chiamato a esercitare sul mondo. Non di te stesso, ma del mondo ti devi preoccupare! ".
Dobbiamo innanzitutto capire bene cosa viene detto qui a proposito del ritorno. Sappiamo che il ritorno si trova al centro della concezione ebraica del cammino dell'uomo: ha il potere di rinnovare l'uomo dall'interno e di trasformare il suo ambito nel mondo di Dio, al punto che l'uomo del ritorno viene innalzato sopra lo zaddik perfetto, il quale non conosce l'abisso del peccato. Ma ritorno significa qui qualcosa di molto più grande di pentimento e penitenze; significa che l'uomo che si è smarrito nel caos dell'egoismo - in cui era sempre lui stesso la meta prefissata - trova, attraverso una virata di tutto il suo essere, un cammino verso Dio, cioè il cammino verso l'adempimento del compito particolare al quale Dio ha destinato proprio lui, quest'uomo particolare. Il pentimento allora è semplicemente l'impulso che fa scattare questa virata attiva; ma chi insiste a tormentarsi sul pentimento, chi fustiga il proprio spirito continuando a pensare all'insufficienza delle proprie opere di penitenza, costui toglie alla virata il meglio delle sue energie.
 
In una predicazione pronunciata all'apertura del Giorno dell'Espiazione, il Rabbi di Gher usò parole audaci e piene di vigore per mettere in guardia contro l'autofustigazione: "Chi parla sempre di un male che ha commesso e vi pensa sempre, non cessa di pensare a quanto di volgare egli ha commesso, e in ciò che si pensa si è interamente, si è dentro con tutta l'anima in ciò che si pensa, e così egli è dentro alla cosa volgare; costui non potrà certo fare ritorno perché il suo spirito si fa rozzo, il cuore s'indurisce e facilmente l'afflizione si impadronisce di lui. Cosa vuoi? Per quanto tu rimesti il fango, fango resta. Peccatore o non peccatore, cosa ci guadagna il cielo? Perderò ancora tempo a rimuginare queste cose? Nel tempo che passo a rivangare posso invece infilare perle per la gioia del cielo! Perciò sta scritto: 'Allontanati dal male e fa' il bene", volta completamente le spalle al male, non ci ripensare e fa' il bene. Hai agito male? Contrapponi al male l'azione buona!". Ma l'insegnamento del nostro racconto va oltre: chi si fustiga incessantemente per non aver ancora fatto sufficiente penitenza si preoccupa essenzialmente della salvezza della propria anima e quindi della propria sorte personale nell'eternità. Rifiutando questo obbiettivo, il chassidismo non fa altro che trarre una conseguenza dall'insegnamento dell'ebraismo in generale. Uno dei principali punti su cui un certo cristianesimo si è distaccato dall'ebraismo consiste proprio nel fatto che quel cristianesimo assegna a ogni uomo come scopo supremo la salvezza della propria anima. Agli occhi dell'ebraismo, invece, ogni anima umana è un elemento al servizio della creazione di Dio chiamata a diventare, in virtù dell'azione dell'uomo, il regno di Dio; così a nessun'anima è fissato un fine interno a se stessa, nella propria salvezza individuale. È vero che ciascuno deve conoscersi, purificarsi, giungere alla pienezza; ma non a vantaggio di se stesso, non a beneficio della sua felicità terrena o della sua beatitudine celeste, bensì in vista dell'opera che deve compiere sul mondo di Dio. Bisogna dimenticare se stessi e pensare al mondo.
 
Il fatto di fissare come scopo la salvezza della propria anima è considerato qui solo come la forma più sublime di egocentrismo. Ed è quanto il chassidismo rifiuta in modo assolutamente categorico, soprattutto quando si tratta di un uomo che ha trovato e sviluppato il proprio sé. Insegnava Rabbi Bunam: "Sta scritto: 'E Kore prese . Ma cosa prese? Se stesso voleva prendere; perciò nulla di ciò che faceva poteva essere buono". Per questo contrappose al Kore eterno il Mosè eterno, l'"umile", l'uomo che, in quello che fa, non pensa a se stesso: "In ogni generazione ritornano l'anima di Mosè e l'anima di Kore. E se una volta l'anima di Kore si sottometterà di buon grado all'anima di Mosè, Kore sarà redento". Così Rabbi Bunam vede in un certo senso la storia del genere umano in cammino verso la liberazione come un evento che si svolge tra questi due tipi di uomini: l'orgoglioso che, magari sotto l'apparenza più nobile, pensa a se stesso, e l'umile che in ogni cosa pensa al mondo. Solo quando cede all'umiltà l'orgoglio è redento, e solo quando questo è redento, il mondo a sua volta può essere redento.
 
Dopo la morte di Rabbi Bunam, uno dei suoi discepoli - il Rabbi di Gher, appunto, dalla cui predica per il Giorno dell'Espiazione ho citato alcuni brani - afferma: "Rabbi Bunam aveva le chiavi di tutti i firmamenti. E perché stupirsene? All'uomo che non pensa a se stesso si consegnano tutte le chiavi".
 
E il più grande discepolo di Rabbi Bunam, colui che, tra tutti gli zaddik, fu il personaggio tragico per eccellenza, Rabbi Mendel di Kozk, disse una volta alla comunità riunita: "Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro agli altri, non pensare a se stessi". Il che significa: primo, che ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri; secondo, che ciascuno deve rispettare il mistero dell'anima del suo simile e astenersi dal penetrarvi con un'indiscrezione impudente e dall'utilizzarlo per i propri fini; terzo, che ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo, guardarsi dal prendere se stesso per fine.
(Martin Buber, tratto da "Il cammino dell'uomo")

9 marzo 2013

La mistica come spazio interiore


Pubblico molto volentieri, perché la trovo particolarmente interessante, la recensione che Andrea Fiamma (http://andreafiamma.blogspot.it/) ha pubblicato sul suo Blog, ma prima ancora nelle pagine della Rivista di Ascetica e Mistica (Edizioni Nerbini: http://www.nerbini.it/). Il testo è disponibile anche in lingua italiana, per l'editore Queriniana http://www.queriniana.it/, che peraltro ha in catalogo molte altre opere di Anselm Grün).
 
L'ultimo lavoro di Anselm Grün, Mystik: Den inneren Raum entdecken, Herder Spektrum, Freiburg 2009, si presenta come una klare und praktische Einführung in die christliche Mystik. Scorrevole, dal linguaggio semplice e accessibile, dalla chiarezza sistematica e dalla vocazione inter-religiosa, il testo del padre benedettino Anselm Grün si segnala subito per la capacità di affrontare le questioni più urgenti dell'esistenza umana, in un tempo, il nostro, di grande solitudine inter-personalen e intra-personalen. Lo scopo del libro, in piena coerenza con la tradizione mistica qui affrontata, è allora quello di proporre un radicale ritorno alle origini del fenomeno religioso, qui chiamato appunto mistico, che si caratterizza come il proprium dell'uomo in quanto tale e per questo, inevitabilmente, già di per sé oltre le distinzioni culturali, di fedi e tradizioni. Il proficuo lavoro trasversale di Grün attraverso la storia delle mistiche orientali e occidentali non deve tuttavia tradire: il pubblico a cui è rivolto il testo è quello cristiano e occidentale: sono i fedeli della Chiesa, che vivono oggi una situazione critica, cioè che oscillano tra un mondo sempre più inautentico, foriero di false risposte e illusioni, e tra una Chiesa spesso incapace di risposte e che attraversa uno stesso winterliche Zeit. Il libro nasconde allora un messaggio più profondo che una semplice riproposizione del misticismo occidentale e orientale: se, come scrive Grün con le parole di K. Rahner, il Cristo del futuro «wird Mystiker sein. Oder er wird nicht mehr sein» (o sarà un mistico o non sarà più), allora un'introduzione alla mistica assume un valore altissimo in quanto si configura come il tentativo più alto di offrire acqua e sole ad un terreno gravido di vita, in attesa che la pianta del rinnovamento germogli e che poi fiorisca finalmente una Chiesa in grado di interpretare appieno il dramma dell'esistenza e, al contempo, di non lasciarsi trascinare nel mondo – quel mondo in cui, come ricorda Paolo, imperano la volontà di potenza e l'egoismo, da cui il Cristo ci ha liberato. Ciò che dunque sembra interessare a Grün è la ricerca della semplicità divina oltre le fedi e le opzioni dottrinali, l'attingere a quella purezza d'animo che conduce l'uomo all'esperienza altissima di Dio, nella quale può diventare uno con sé stesso, con Dio e con il mondo. Allora che questa esperienza sia mediata dalla tradizione mistica occidentale – speculativa o d'amore – oppure grazie alla mistica impersonale orientale, soprattutto buddista, ha poca rilevanza nei confronti del vero nucleo dell'esperienza religiosa, che è un toccare il senso più profondo della propria vita. Non a caso l'inevitabile avvio del testo è la formulazione delle quattro Grundfragen des Menschen (Questioni fondamentali dell'uomo), ossia le domande sulla morte, sulla libertà, sulla relazione e sul senso, che ad un'attenta analisi si impongono come le inquietudini più proprie dell'uomo. La mistica, intesa come quel fenomeno religioso di purezza e di unità con Dio, che tutte le religioni indicano come il culmine della ricerca umana, risponde proprio – e, ancora una volta, non a caso – a quelle quattro urgenze dell'esistenza umana, a quelle quattro ferite che, come sul costato del Cristo, continuamente tornano a sanguinare e a riportare ognuno di noi alle nostre possibilità più proprie.

La prima parte del testo è dedicata alle differenti risposte che le tradizioni mistiche (soprattutto quella cristiana) hanno elaborato durante i secoli a quelle quattro Grundfragen. Questa breve storia delle mistiche occidentali e orientali è affrontata con rara maestria poiché Grün non sceglie di offrire un quadro più o meno completo dei diversi autori trattati, quasi fosse un manuale di storia della mistica, bensì preferisce enucleare per ogni autore uno o più punti cardine, che ne rappresenterebbero, in qualche modo, la particolarità dell'esperienza di unione con Dio. In questo modo, alla fine del percorso, Grün riesce a fornire una visione d'insieme completa, veicolando un'immagine di fondo unitaria che tuttavia mostra il pregio di non risucchiare a sè quelle singole esperienze, quegli unici bagliori inafferrabili di luce e quel gusto della differenza delle tradizioni che altrimenti andrebbe diluito in una presunta corrente filosofica tanto irreale quanto insipida. Per queste caratteristiche, la trattazione non risulta mai noiosa e ripetitiva, benché ad ogni pagina l'autore ribadisca come i tratti essenziali siano in realtà sempre gli stessi: desiderio di unità con Dio, semplicità, pace, grazia, ascesi, amore, distacco, preghiera e, soprattutto, spirito. Tuttavia, nel mondo attuale, conoscere la tradizione mistica non basta: è necessario che essa entri in diretto rapporto con la più moderna psicologia, che a partire dalla scomparsa della mistica in età moderna si sono arrogate il monopolio intellettuale sulle questioni dell'anima. La psicologia, che offre spesso un'immagine distorta della mistica, in queste pagine non è, come potremmo aspettarci, rifiutata in toto. Piuttosto, Anselm Grün sottolinea come il confronto con la psicologia sia sempre più necessario: benché la psicologia assuma sin dai suoi presupposti un punto di vista riduttivo nei confronti della mistica – in quanto il mistico cerca Dio, non la salute delle zone psichiche –, oggi la mistica non deve rifiutare il confronto con la psicologia se essa vuole finalmente liberarsi da ogni sospetto, che, sin dalle origini, ne hanno ostacolato e, in alcune occasioni, persino interrotto il cammino. D'altronde Grün sembra disilluso sulla mistica stessa, che, se male interpretata, può essere foriera di cattiva spiritualità e in particolar modo di gnosi. L'autore tende quindi una mano a tutti quegli psicologi che hanno tentato di leggere la mistica come un'esperienza autentica del rapporto con se stesso e con gli altri. L'ultima sezione del libro affronta invece la questione più difficile: com'è possibile, se è possibile, accedere all'esperienza mistica di Dio nel XXI secolo? A questa domanda dovrà rispondere anzitutto il lettore, che è stato guidato man mano grazie alle grandi figure di mistici, da S. Paolo ad Agostino, da Dionigi alle beghine, da Giovanni della Croce fino a Karl Rahner, e che a questo punto è invitato all'esperienza personale, magari aiutata dalla meditazione, dalla preghiera e dalla liturgia.
 
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(Andrea Fiamma, Recensione a Anselm Grün, Mystik: Den inneren Raum entdecken (Herder Spektrum, Freiburg 2009, pp. 142) pubblicata nella Rivista di Ascetica e Mistica 3/2011 e sul Blog di Andrea Fiamma: http://andreafiamma.blogspot.it/2013/01/anselm-grun-mystik-den-inneren-raum.html).