29 dicembre 2012

Talvolta Dio si nasconde


 
Viveva in Libano un uomo assai pio. La sua santità era ben nota nei Paesi arabi e le sue azioni straordinarie erano famose. Un giorno si recò alla moschea principale di Damasco. Stava facendo le abluzioni sull’orlo della vasca detta “della calce” quando gli scivolò il piede e cadde in acqua. A stento riuscirono a salvarlo.
Finita la preghiera, uno dei suoi amici gli disse: “Ho un dubbio da chiarire”. “Quale?”. Mi ricordo che tu, o shaykh, hai camminato sul Mare Occidentale e il tuo piede non si è bagnato. Oggi, invece, come mai sei quasi annegato in quest’acqua così poco profonda?”.
Il vecchio si raccolse a pensare e dopo una lunga riflessione alzò la testa e disse: “Non hai sentito che Maometto – su lui la pace! – ha detto: «Vi sono momenti in cui sono così unito a Dio che né il suo angelo prediletto né il profeta da lui inviato riescono a distrarmi?». Egli non ha detto: «Sono sempre unito a Dio», bensì che in quei momenti non si interessava né di Gabriele né di Hafsa né di Zaynad [mogli del profeta]. La visione di Dio di cui godono i giusti è fatta di rivelazioni e oscurità. È una visione che appare e scompare”.
Mostri il tuo volto e ti nascondi,
rifornisci il tuo mercato e accendi le nostre brame.
Contemplo faccia a faccia Colui che amo,
poi non so che mi succede e mi smarrisco.
Accende il fuoco, poi getta acqua e lo spegne:
ecco perché vedi che brucio e annego.
(tratto da: Sa`dî, Il Roseto (Golestân), Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1991, pp.107-108)

26 dicembre 2012

Senza risonanza, sconosciuto a tutti



Quando giunge il tempo natalizio mi piace contemplare le immagini di Gesù Bambino. Quelle figure che rappresentano il Signore nel suo annientamento mi ricordano che Dio ci chiama, che l'Onnipotente ha voluto presentarsi a noi indifeso e come bisognoso degli uomini. Dalla culla di Betlemme Gesù dice a me e a te che ha bisogno di noi; ci sollecita a una vita cristiana senza compromessi, a una vita di donazione, di lavoro, di gioia.

Non raggiungeremo mai la vera serenità se non imitiamo davvero Gesù Cristo, se non lo seguiamo nell'umiltà. Lasciatemelo dire di nuovo: avete visto dove si nasconde la grandezza di Dio? In una mangiatoia, con le fasce di un neonato, dentro una grotta. La forza redentrice della nostra vita sarà efficace pertanto solo se c'è umiltà, solo quando smetteremo di pensare a noi stessi e sentiremo la responsabilità di aiutare gli altri.

Non è infrequente che anche anime buone si provochino conflitti personali tali da suscitare serie preoccupazioni ma che in realtà sono privi di ogni base oggettiva. Nascono da una conoscenza di se stessi tanto inadeguata da scatenare la superbia: il bisogno di sentirsi al centro dell'attenzione e della stima degli altri, la preoccupazione di fare bella figura, il non rassegnarsi a fare il bene senza farlo vedere, l'ansia per la propria sicurezza... In tal modo, molte anime che potrebbero godere di una pace meravigliosa e gustare una gioia incomparabile finiscono — per orgoglio e presunzione — per essere infelici e infeconde.

Cristo fu umile di cuore (cfr Mt 11, 29). In tutta la sua vita non volle per sé nulla di singolare, nessun privilegio. La sua esistenza umana ha inizio nel seno di sua Madre, ove permane nove mesi come ogni altro mortale, nel modo più naturale. Ben sapeva il Signore quale estremo bisogno avesse di Lui l'umanità, e ardente era la sua ansia di scendere sulla terra per la salvezza di tutte le anime: eppure ogni cosa segue il suo corso. Egli nacque quando giunse il suo momento, come ogni altro uomo sulla terra. Dal concepimento alla nascita, nessuno — tranne Giuseppe ed Elisabetta — si rende conto del prodigio: Dio viene a porre la sua dimora tra gli uomini.

Il Natale di Gesù è soffuso di ammirevole semplicità: il Signore viene senza risonanza, sconosciuto a tutti. Qui in terra, soltanto Maria e Giuseppe partecipano a questa avventura divina. Poi i pastori, ai quali gli angeli recano l'annunzio. E, più tardi, quei saggi dell'Oriente. È così che ha compimento l'evento trascendente che unisce il cielo alla terra, Dio all'uomo.

È mai possibile tanta insensibilità di cuore al punto di abituarsi a queste scene? Dio viene nell'umiltà perché ci sia possibile avvicinarlo, perché ci sia possibile corrispondere al suo amore con il nostro amore, perché la nostra libertà si arrenda non più soltanto alla manifestazione della sua potenza, ma anche allo splendore della sua umiltà.

Ineffabile grandezza di un bambino che è Dio! Suo Padre è il Dio che ha fatto i cieli e la terra, eppure Egli è lì, in una mangiatoia, quia non erat eis locus in diversorio (Lc 2, 7), perché non c'era altro posto sulla terra per il Signore di tutto il creato.

(Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, capitolo 2, n. 18)

1 dicembre 2012

Essere buoni con se stessi



Un suo libro si intitola "Essere buoni con se stessi". Ma non è una frase che si sente spesso in chiesa, anzi si parla piuttosto di sacrificio di sé, di umiltà, di digiuno, di croce, eccetera. Perché è necessario essere buoni con se stessi?
Nel Vangelo di Luca, Gesù dice: «Siate misericordiosi, com'è misericordioso il Padre vostro» (Le 6,36). Essere mi­sericordiosi vuol dire però essere buoni con se stessi, avere un cuore per il misero che è in noi, per il debole e il reietto. Essere buoni con se stessi è semplicemente un sinonimo di quella misericordia che, tanto secondo il Vangelo di Matteo («Voglio misericordia, non sacrifici») quanto secondo quel­lo di Luca, caratterizza la persona di Gesù e dovrebbe esse­re anche l'atteggiamento del cristiano. Gesù dice anche: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Posso amare l'altro soltanto se amo me stesso.
Come si può distinguere l'amore per se stessi dall'egoismo?
Il concetto di egoismo sta a indicare un'altra cosa: giro intorno a me stesso. Assolutizzo l'amore per me senza vive­re l'altro polo, quello dell'amore per il prossimo. Ciò porta di nuovo all'unilateralità e alla divisione. Soltanto chi vive la tensione sana tra amore per sé e amore per il prossimo vive sano e rimane vivo.
Ma che cosa significa, in concreto, «essere buoni con se stessi»?
Non significa certo assecondare tutti i propri desideri ed esigenze. Sarebbe un atteggiamento che indebolisce. Chi deve veder esaudito subito ogni suo desiderio non potrà formarsi un io forte. Essere buoni con se stessi significa so­stanzialmente accettare la propria esistenza, perché solo così si può cambiare e crescere. Essere buoni con se stessi non significa quindi rimanere immobili. Al contrario, ho fi­ducia che il buono che c'è in me si manifesti sempre di più. Ma perché ciò accada devo darmi limiti ben precisi, il che non significa però che io debba essere implacabile con me stesso.
Della necessità di accettarsi ha scritto anche C.G. Jung, per il quale l'accettazione di sé è un modo di imitare Gesù. E d'ac­cordo con lui?
L'«accettazione di sé» è sicuramente la faccia psicologi­ca dell'amore per se stessi richiesto da Gesù. Da questo punto di vista Jung ha tradotto nel suo linguaggio psicologi­co un'esortazione importante di Gesù. E quindi sono d'ac­cordo con lui.
Le capita spesso di constatare come tra le file dei preti e dei religiosi ci siano persone interiormente divise e non placate?
Sì. Talvolta rimango atterrito nel constatare come preti che per decenni hanno predicato la misericordia di Dio sia­no intimamente insoddisfatti o infelici, o nel vedere suore che per anni hanno accudito i malati e ora, nella vecchiaia, sono inasprite. Dimostra che non sono stati buoni con se stessi e con le proprie esigenze. Chi si occupa soltanto degli altri, trascurando le proprie esigenze, a un certo punto è so­praffatto dalle aspirazioni represse con una tale intensità da provare soltanto delusione e amarezza. E improvvisamente è più egocentrico di tutti quelli che guarda dall'alto in basso nella sua spiritualità. Spesso incontro anche persone com­battute che diffondono intorno a sé questo loro conflitto in­teriore. Tra loro ci sono anche dei preti che dividono la pro­pria comunità parrocchiale perché sono interiormente divi­si. Mi spaventano poi quelle persone alle quali non manca la devozione ma sono incapaci di essere misericordiose o com­passionevoli con se stesse e con gli altri.
E se dovesse intraprendere il cammino spirituale una per­sona incapace di instaurare normali rapporti umani?
Sarebbe fatale se volessero farsi preti o religiosi soltanto quei giovani che non sono in grado di instaurare normali rap­porti umani. Ideologizzerebbero nel celibato la propria inca­pacità di relazionarsi. Ma non è questo il senso della castità per il regno dei cieli di cui parla Gesù (cfr. Mt 19,12). La castità per il regno dei cieli può viverla soltanto chi sa instaurare un rapporto con l'altro. I giovani che si fanno preti o religiosi non devono necessariamente essere già maturi; devono però esse­re pronti a intraprendere un cammino di maturazione.
Lei ha detto di essere spaventato quando incontra persone devote ma prive di misericordia. Dove le capita di incontrarle?
In occasione dei convegni conosco talvolta persone che esprimono giudizi spietati sugli altri. O ricevo lettere di persone che mi augurano l'inferno. Allora mi chiedo quan­ta aggressività si nasconde nella loro devozione. Come pos­sono credere in Dio queste persone se pensano che tanti debbano finire all'inferno? Ci dev'essere qualcosa che non va. Quante cose hanno dovuto reprimere per diventare co­sì dure...
Lei una volta ha scritto: « Chi osserva gli altri per vedere se la loro vita corrisponde a norme esteriori, come facevano i fa­risei, li uccide». Sono parole forti...
Gesù stesso, ai farisei che lo osservavano per vedere se compiva guarigioni di sabato, domanda: « E lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla? » (Me 3,4). Gesù è dunque convinto che chi considera le nor­me più importanti della salvezza di una persona faccia del male, uccida. In un clima di legalità assoluta non si può vi­vere, ci si fossilizza, si muore.
D'altro canto lei ammette che l'aggressività ha anche un ruolo positivo. Come possono sfruttarla i cristiani?
Come ho detto, l'aggressività ha la funzione di chiarire il rapporto tra vicino e lontano. E la forza che mi permette di prendere le distanze dagli altri e di sottrarmi al loro influsso sulla mia vita. L'aggressività mi aiuta a buttare fuori di me chi mi ha ferito e a distanziarmi da lui. In tal modo anche i sentimenti negativi verso chi mi ha ferito perdono il loro po­tere su di me. Ma non mi devo fermare all'aggressività. Quando ho acquistato un sano distacco da chi mi ha fatto del male, devo anche perdonarlo.
Non dovrei perdonarlo subito? Il Cristianesimo non predi­ca l'aggressività, bensì il perdono.
È vero. L'aggressività è spesso la strada attraverso cui si giunge al perdono. Il perdono infatti non è all'inizio dell'i­ra, ma alla fine. Il perdono supera l'ira e porta alla riconci­liazione con l'altro. Perdonare significa lasciare all'altro il comportamento che mi ferisce, non riferirlo più a me. Perdonare significa: «Puoi essere così come sei. Il tuo com­portamento mi ha fatto male, ma io te lo lascio. Non ti ac­cuso più. Ti auguro di trovare la tua pace». Ma perché io possa pensare sinceramente queste parole, o altre simili, de­vo prima prendere le distanze dall'altro. Difficilmente pos­so perdonare qualcuno nel momento in cui mi ferisce, nel momento in cui il suo coltello è ancora conficcato nella mia ferita.
L'aggressività non riguarda certo soltanto il perdono. Potrebbe farmi un altro esempio del modo in cui un cristiano può vivere l’aggressività?
Ci sono molti santi che hanno vissuto la propria aggressi­vità. Senza di essa non si sarebbero impegnati così tanto per il prossimo e il regno di Dio. Chi s'impegna con passione per il rinnovamento della Chiesa, per il bene dell'uomo, per la pace e la giustizia, vive in modo positivo la propria ag­gressività, che gli sarà di stimolo costante a non arrendersi. Bisogna però osservarsi molto attentamente, per non la­sciarsi inasprire. L'inasprimento è un segnale che sto rivol­gendo l'aggressività contro me stesso... e devo chiedermi se rispetto e amo le persone con le quali magari devo combat­tere per ottenere strutture più giuste. Altrimenti la mia ag­gressività diventa distruttiva.
Voglio fare un altro esempio di come ci si possa procu­rare un proprio spazio vitale mediante l'aggressività. Ricordiamoci che neppure Gesù ha aiutato tutti. Si occupa­va anche di se stesso... Questo per me è un fatto importante. Io non sono Dio e perciò non posso donare all'infinito. Devo anche essere capace di limitarmi, per poter continua­re a ricevere. Ho bisogno di tempo per riflettere e per en­trare in contatto con la fonte interiore dello Spirito Santo, che scaturisce in me. Quando provo gioia nell'impegno e nell'aiuto agli altri, è bene. Se però avverto una durezza e un'amarezza interiori, ho la responsabilità di difendere i miei limiti. Il fatto di fissare dei limiti non è segno d'egoi­smo, bensì di amore per il prossimo... Cerco di limitarmi per essere sempre in grado di dare.
 
(tratto da: Anselm Grün, La cura dell'anima, (a cura di Marco Guzzi), Paoline, Milano 2004)