27 ottobre 2012

La solitudine apre alla realtà

 
Una delle nostre difficoltà sta nel fatto che cerchiamo la felicità attraverso qualcosa, attraverso una perso­na, un’immagine, un’idea; attraverso la virtù, l’azione o la compa­gnia. Pensiamo che la felicità, o la realtà, o comunque vogliate chiamarla, possa venire trovata in qualcosa. Così crediamo che attraverso determinate azioni, attraverso determinate idee o determi­nate compagnie troveremo la felicità.
Mi sento solo, e voglio trovare qualcuno o qualcosa che mi dia la felicità. Ma la solitudine rimane, c’è sempre, anche se celata. Poiché mi spaventa, e poiché non conosco la sua più intima natu­ra, cerco qualcosa a cui afferrarmi. Immagino che una cosa, una persona, mi farà felice. Così la nostra mente è sempre alla ricerca di qualcosa. In una casa, nell’arredamento, negli altri, nelle idee, nei rituali, nelle immagini speriamo di trovare qualcosa, di ottenere qualcosa. E quelle cose, quelle persone, quelle idee acquistano un’importanza straordinaria, perché attraverso di esse pensiamo di trovare ciò che cerchiamo. E così ne diventiamo dipendenti.
Ma rimane questa cosa incompresa, irrisolta, che è l’ansia, la paura. Vedendola sempre lì, voglio usarla, utilizzarla per superarla, ma nel tentativo di superarla la mia mente rende tutto banale, perché vuole usare e sfruttare tutto per i suoi scopi. Se vi uso per il mio appagamento, per la mia felicità, voi non contate più, perché l’unica cosa che mi interessa è la mia felicità. Se la mia mente pensa di poter ottenere la felicità attraverso una persona, una cosa o un’idea, trasformo tutto in uno strumento momentaneo. Non sono interessato alla cosa, ma voglio qualcosa in più, qualcosa al di là.
Dunque, non è fondamentale capire questa solitudine, il dolore e il male di questo enorme vuoto? Forse, comprendendoli, non userò più le cose solo per la mia ricerca di felicità, non userò Dio come mezzo per ottenere la pace, o i riti per provare più sensazioni, mag­giore esaltazione e ispirazione. Questa paura, questo senso di solitu­dine e di vuoto corrode il mio cuore dall’interno. Posso capirli? Posso risolverli? Siamo tutti soli, non è vero? Nessuna cosa (musica, libri, la politica o la religione) è davvero in grado di cancellare la solitudine. Posso svolgere attività sociali, identificarmi con modelli di pensiero, ma, qualunque cosa faccia, la solitudine è sempre lì, nel profondo del mio inconscio, nell’intimo del mio essere.
Che cosa posso fare? Come posso portarla alla luce e risolverla definitivamente? La mia tendenza è quella di condannarla, non è vero? Ciò che non conosco mi fa paura, e la paura è il risultato di aver condannato qualcosa. In realtà non conosco la qualità della so­litudine, la sua natura, ma la mente l’ha già giudicata qualcosa di te­mibile. La mente si fa delle opinioni riguardo a un fatto, si fa delle idee riguardo alla solitudine. E queste idee, queste opinioni, creano la paura e mi impediscono di osservare realmente la solitudine.
Spero di riuscire a essere chiaro. Sono solo, e la cosa mi spaven­ta. Che cosa provoca questa paura? Non sarà il fatto che ignoro le implicazioni dell’essere solo? Se conoscessi davvero la solitudine, non ne avrei paura. Ma, formandomi un’idea su ciò che la solitudi­ne potrebbe essere, fuggo lontano. È questa fuga che genera la paura, non l’osservazione diretta della solitudine. Per osservarla, per stare con lei, non posso condannarla. Se sono in grado di stare con lei, sono anche in grado di osservarla, di amarla.
Questa solitudine, di cui ho paura, è semplicemente una parola? O non sarà una condizione indispensabile, forse la porta che mi consentirà di trovare? Questa porta può condurmi al di là, nella si­tuazione in cui la mente comprende quello stato in cui è unica, incontaminata. Tutti i processi che allontanano dalla solitudine non sono che deviazioni, fughe, evasioni. Se la mente riesce a stare con la solitudine senza condannarla, forse, attraverso una mente siffatta, incontreremo lo stato dell’unicità, uno stato che non è solitudine ma unicità, indipendenza, in cui non si cerca più attraverso le altre cose.
È necessario essere soli, conoscere quell’unicità che non dipen­de dalle circostanze, quell’unicità che non è isolamento, quell’uni­cità che è creatività, in cui la mente non cerca più (né la felicità, né la virtù) e neppure si oppone a qualcosa. Solo una mente che è unicità può trovare, non la mente contaminata e corrotta dalle esperienze passate. Così, forse, la solitudine che tutti proviamo, se viene compresa, può aprirci la porta sulla realtà.

(Jiddu Krishnamurti, Sull’amore e la solitudine, Discorso di Londra del 17 aprile 1953)

8 ottobre 2012

Nella storia dell'uomo


Gesù è un vero profeta, ma non sembra darsi arie, toni ispirati. Non indossa alcuna divisa rispondente al suo nuovo genere di vita che già potrebbe dirsi "consacrata".
Quando Anna apprestandosi a condurre il bambino Samuele a Silo perché servisse "davanti al Signore" gli pre­parò per la circostanza "una piccola veste" con l'"efod di lino" (1Sam 2,19). Giovanni, designato in seguito come "il Bat­tista", che poco prima di Gesù ha avuto una "chiamata" ana­loga, sente il bisogno o il dovere di relegarsi nel deserto e di vestire un perizoma di "peli di cammello" stretto ai fianchi da una cintura di "cuoio" intonato alla sua missione di pre­dicatore di penitenza (Mc 1,6; Mt 3,4). Anche gli esseni del vicino insediamento di Qumràn avevano creduto opportuno, per realizzare la loro vocazione, uscire dal mondo e dal con­sorzio degli uomini e così attendere più tranquillamente alla preghiera, alle veglie, ai digiuni, alla lettura e allo studio dei testi sacri.
Gesù, pur inseguendo ideali simili, la ricerca di Dio e il compimento della sua volontà, non ritiene di doversi chiu­dere in un recinto sacro e di instaurare un particolare regime ascetico. "Quando digiunate - dirà sul monte di Cafarnao - non fate come gli ipocriti; non presentatevi in pub­blico tristi o sfigurati nel volto, ma profumatevi il capo e lava­tevi la faccia perché solo il Padre sappia quello che voi state facendo" (Mt 6,16).
Per questa ragione forse fin dalle sue prime comparse non veste da penitente, né adotta alcuna prassi penitenziale. Come i suoi concittadini e familiari anch'egli indossa la "tunica", porta ai piedi i "calzari" e si muove per le contrade della Galilea senza mettere in mostra emblemi terrificanti, vesti lacere, strumenti di tortura, ma avanza con il volto ilare, come si addice a un "portatore di buone notizie" a "moltitudini affaticate e stanche" (Mt 11,28), il Vangelo del Regno che è un messaggio di serenità, di gioia, di pace con se stessi e con Dio, con i vicini e i più lontani. Una notizia veramente buona perché è l’unica che può aiutare a vincere le varie difficoltà che ognuno è chiamato a superare.
In realtà anche Gesù è un predicatore di penitenza. Anche lui rivolge agli ascoltatori lo stesso invito di Giovanni con "Convertitevi" (poenitemini) (Mc 1,15; Mt 4,17), ma la penitenza che egli invita a compiere è più di un semplice cam­biamento di vesti o di alimenti, è un rinnovamento interiore più che di facciata. Non contempla tanto o soprattutto le macerazioni del corpo o dei sensi, ma la rettificazione delle intenzioni, dei propositi, dei progetti che debbono essere ordi­nati al bene di tutti e non esclusivamente di se stessi. Un pro­gramma arduo che non si potrà esaurire in alcune pratiche ma che deve coinvolgere permanentemente l'intera esi­stenza di colui che intende accoglierlo, poiché non si riesce mai ad essere totalmente liberi dall'aggressività dell'orgoglio, della vanità, dell'egoismo.
Pure il Vangelo esorterà a sopportare le prove, a imporsi rinunce e privazioni, a "prendere su di sé la croce" (Mc 8,14); parla della "porta stretta" (Mt 7,13) e della "porta chiusa" (Mt 25,10), ma sono le condizioni per tenersi liberi e super impegnati nella costruzione del Regno che è il luogo della felicità di tutti e di tutto l'uomo, non per amareggiare la pro­pria esistenza.
Gesù non appartiene alla categoria dei nullatenenti, non si è trovato per questo mai nella necessità di vivere povera­mente, meno ancora di mendicità. Forse per questa ragione neanche da profeta ha adottato un regime di privazioni o di restrizioni alimentari. E quando arrivava l'ora del desinare anche lui e i suoi, come tutti, si ritrovavano a tavola, in realtà si stendevano a terra, per consumare il pasto che l'economo" del gruppo (Gv 12,6) aveva pensato a provvedere o più esat­tamente le donne che seguivano Gesù (Lc 8,1-3) avevano con dedizione e generosità preparato o che qualche amico aveva loro offerto, come gli ipotetici sposi di Cana (Gv 2,1-12), il fariseo Simone (Le 7,36), il gabelliere Levi (Mt 9,10), il ricco Zaccheo (Le 19,2). E non è dato pensare che a qualcuno o allo stesso Gesù sia mai venuto in mente di rendere meno gradevole o incommestibile il cibo apprestato con l'ag­giunta di ingredienti extra (cenere o polveri). Dall'altro canto Gesù stesso inviando i suoi in missione li esortava a mangiare tranquillamente "tutto quello che loro veniva posto innanzi" (Lc 10,8).
Era l'ora attesa in cui la comitiva si trovava riunita dopo le fatiche della giornata in un clima di distensione e di esul­tanza. È difficile, per non dire assurdo, pensare che Gesù si trovasse insieme a loro come assente, quasi fingendo di man­giare e ancor più di bere (alcolici). Al contrario non può non essersi trovato a suo agio, ben inserito nel fervore, nell'euforia che in tale circostanza prendeva e prende normalmente tutti i commensali.
Se Marta si dà tanto da fare ("era assorbita per il grande servizio", Lc 10,40) per preparare un buon pasto al "mae­stro" vuol dire che sapeva che ciò gli era gradito o che almeno non dava l'impressione di mangiare forzatamente, come con­trovoglia.
Il comportamento libero adottato da Gesù era un'anomalia nella tradizione spirituale o spiritualistica giudaica tanto che gli esperti, i rappresentanti della legge, non mancheranno di notarlo e di farlo osservare a chi l'aveva adottato. Sono i disce­poli di Giovanni a farsi avanti, a dire: "Noi e i farisei digiu­niamo, i tuoi discepoli non digiunano. Perché?" (Me 2,18; Mt 9,14). Anzi non solo Gesù non dava troppo peso al digiuno, ma era piuttosto incline ad accettare inviti a pranzi o cene tanto da dare l'impressione di essere più un "man­gione e un beone" che un "servo del Signore" (Mt I 1,19).
L'immagine del profeta Gesù dovrebbe scendere dal pie­distallo indebito in cui la devozione o l'ammirazione dei primi predicatori l'hanno collocata per ricuperare tutta la genui­nità originaria. Marco ha lasciato alcuni segni della sua emo­tività (10,16,3 1 ) e qualche esempio delle sue impulsività (3,4-5; 9,19; 10,14) rivelando tutta la naturalezza, spontaneità del suo animo, del suo carattere.
I tratti dell'uomo Gesù non sono in primo piano negli attuali vangeli. Qui egli appare soprattutto o unicamente impe­gnato nella sua missione profetica; a colloquio con il Padre (preghiera), a catechizzare i discepoli, a istruire le moltitu­dini, a guarire infermi, mai sorpreso in operazioni più sem­plici, più comuni, banali o addirittura "basse", in quelle che tutti, ogni giorno, si trovano a compiere.
Neanche Gesù può essere uscito anzitempo dalla storia, dalla quotidianità da cui questa è intessuta e permeata. Si è trovato sì a parlare spesso di Dio e con Dio, ma anche con uguale o maggior frequenza con gli uomini, i familiari, i parenti, i conoscenti, i discepoli dei fatti del giorno, accaduti nel villaggio o nel paese, dei disagi collettivi o individuali, in una parola del più e del meno. E in questi incontri e con­fronti dove la verità e le supposizioni, i fatti e i pettegolezzi rimbalzano da un interlocutore all'altro, anche Gesù non può non essersi trovato coinvolto.
L'ipotesi che non sia mai disceso dal suo rango, che abbia mantenuto in tutto e sempre una sua "dignità", che quindi non sia mai sceso in amenità, facezie o che addirittura - come taluni "predicatori di esercizi spirituali" si affannano a ripe­tere - non si sia mai trovato a ridere, è del tutto gratuita. Al contrario è quasi impossibile pensare che anche Gesù non solo da bambino, ma anche da adulto non abbia detto qualche "sciocchezza", una di quelle affermazioni più o meno insi­gnificanti, inutili, di cui è intessuta la giornata di ognuno. D'al­tronde come immaginare che davanti a certe situazioni comiche, goffe, di fronte a certi comportamenti, osservazioni o risposte di alcuni dei suoi discepoli, per esempio di Pietro, di Tommaso o di Filippo, non si sia trovato dentro di sé o apertamente a sorridere? E quando stringe a sé i bambini, fa loro qualche carezza, come può avere omesso di rivolgere loro anche un sorriso, accompagnato da parole scherzose, e altrettanto non può non aver fatto con le loro madri.
La vera immagine di Gesù è rimasta al di sotto della trama evangelica; essa è da rimettere in luce in tutta la gamma delle sue componenti e delle sue tonalità; sempre composta se si vuole, ma anche tanto disinvolta, spigliata, persino cordiale, gioviale.
Non è stato certo un Francesco ante litteram che girava per le contrade dell'Umbria o d'Italia con il liuto e la man­dola in mano, cantando e invitando le moltitudini a celebrare le lodi del Signore, ma nemmeno un antesignano dei flagel­lanti medioevali che attraversavano l'Europa con i volti lace­rati, piangendo e urlando come disperati.
 
I vangeli non parlano direttamente delle qualità umane di Gesù, delle modalità, dello stile della sua predicazione, ma non ricordano che qualcuno sia rimasto stordito, terrorizzato dalle sue parole. Ammirato, convinto, coinvolto sempre: e dalla autorevolezza dei suoi insegnamenti e dal fascino della sua persona.

(Ortensio da Spinetoli, Gesù di Nazaret, Edizioni La meridiana, Molfetta (BA) 2005)
 
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Nota: Il testo qui presentato è un breve estratto dal bellissimo libro di Ortensio da Spinetoli, grande biblista, volume che ha suscitato alcune polemiche per la visione diversa che offre di Gesù di Nazaret. In realtà merita di essere letto per intero e meditato in tante parti, perché ci permette di comprendere, grazie alla preparazione e competenza dell'autore, un Gesù coinvolto nella storia dell'uomo e non una figura astratta, ascetica, lontana dalla vera vita di ognuno di noi. Il brano aveva come titolo: Senza distintivi e senza infule. Le infule erano le due strisce di lana che i sacerdoti greci e romani portavano attorno alla testa in segno di consacrazione agli dèi. Si ritrovano ancora oggi nella mitra vescovile e sono costituite proprie dalle due strisce di tessuto che pendono sul retro.