26 agosto 2012

Qual è il nostro deserto?



Non esiste nella vita spirituale disastro più grande dell’essere immersi nella irrealtà, perché la vita viene in noi alimentata e mantenuta dallo scambio vitale che intercorre tra noi e le realtà che ci circondano e ci sovrastano. Quando la nostra vita si nutre di irrealtà, le viene per forza a mancare l’alimento e quindi è costretta a morire. Non vi è miseria più grande del confondere questa sterile morte con la vera «morte», feconda e sacrificale, per la quale si entra nella vita.
La morte che ci fa entrare nella vita non è una fuga dalla realtà, ma un dono completo di sé che presuppone un darsi totalmente alla realtà. Comincia con la rinuncia a quella realtà illusoria che rivestono le cose create quando vengono considerate solo nella relazione che hanno con i nostri interessi personali. Prima di potere avvertire che le cose create (soprattutto materiali) sono irreali, dobbiamo avere una netta visione della loro realtà. Perché la «irrealtà» delle cose materiali è soltanto relativa alla più grande realtà delle cose spirituali.
Incominciamo a rinunciare alle creature distaccandoti da esse e guardandole così come sono in sé. In tal modo ne penetriamo la realtà, l’essenza, la verità, che non si possono scoprire fino a che non ci allontaniamo dalle creature e non le osserviamo in modo da poterle vedere in prospettiva. E in prospettiva non si vedono finché non si smette di accarezzarle in grembo. Quando ce ne distacchiamo cominciamo ad apprezzarle nel loro vero valore e allora soltanto possiamo scorgervi Dio. Finché non Lo troviamo in esse non siamo in grado di avviarci sulla via della contemplazione oscura dove alla fine sapremo trovarle in Lui.
I Padri del Deserto pensavano che nella creazione il deserto avesse un grandissimo valore agli occhi di Dio proprio perché non ne aveva assolutamente nessuno agli occhi degli uomini. Era la landa che gli uomini non avrebbero mai potuto devastare perché non offriva loro nulla. Non vi era nulla che li attraesse, nulla da poter sfruttare. Era la terra nella quale il Popolo Eletto aveva vagato per quarant’anni, assistito esclusivamente da Dio. Se il Popolo Eletto avesse seguito la via diritta, avrebbe potuto raggiungere la Terra Promessa in qualche mese, ma era disegno di Dio che proprio nel deserto imparasse ad amarlo e che poi nel futuro riguardasse sempre quel tempo come quello dell’idillio della sua vita con Lui solo.
Il deserto fu creato perché fosse semplicemente quello che è, non per venire trasformato dagli uomini in qualche altra cosa. Così è anche per le montagne e per il mare. Il deserto è quindi la dimora ideale per chi non vuol essere niente altro che se stesso ossia una creatura solitaria e povera che non dipende da nessun altro che da Dio, che non ha nessun progetto grandioso capace di interporsi tra lei e il suo Creatore.
Questa è per lo meno la teoria, ma vi è un altro fattore che entra in gioco. Primo, il deserto è la terra della pazzia, secondo, è il rifugio del demonio cacciato «nel deserto dell’Alto Egitto» perché «vagasse per luoghi aridi». La sete fa impazzire l’uomo e il diavolo stesso è pazzo per una specie di sete della sua supremazia perduta — perché si è chiuso in essa ed ha escluso tutto il resto.
E così chi vaga nel deserto per essere se stesso deve badare a non impazzire e a non farsi schiavo di colui che vi dimora come in uno sterile paradiso di nullità e di rabbia.
Eppure oggi noi guardiamo ai deserti. Che cosa sono? La culla di una creazione nuova e terribile, la testa di ponte di quella potenza con cui l’uomo cerca di annientare ciò che Dio ha benedetto. Oggi, nel secolo delle più grandi conquiste tecniche dell’uomo, il deserto rientra infine nel suo dominio. L’uomo non ha più bisogno di Dio, e può vivere nel deserto con le sue risorse personali, vi può costruire le sue fantastiche, munite città ove rifugiarsi, fare esperimenti, darsi al vizio. Le città che alla notte balzano su dal deserto palpitanti di luci non sono più immagini della città di Dio, scendente dal cielo per illuminare il mondo con la sua visione di pace. E non sono neppure riproduzioni di quella grande torre di Babele che sorse un giorno nel deserto di Senaar, «perché l’uomo rendesse famoso il suo nome e arrivasse fino al cielo» (Gen 11,4).
Sono brillanti e sordidi ghigni del demonio, città del segreto, dove ognuno cerca di spiare il fratello, città nelle cui vene scorre il denaro come sangue artificiale e dal cui seno uscirà l’ultimo e più formidabile strumento di distruzione.
Possiamo assistere allo sviluppo di queste città e non fare nulla per rendere più puro il nostro cuore? Quando l’uomo e il suo denaro e le sue macchine vanno verso il deserto e vi pongono la loro dimora non già combattendo il demonio come fece Cristo ma prestando fede alle sue promesse sataniche di potenza e di benessere, adorando la sua sapienza angelica, allora è il deserto che dilaga dovunque. Per ogni dove vi è il deserto. Ovunque regna quella solitudine nella quale l’uomo deve far penitenza e combattere il nemico e purificare il suo cuore nella grazia di Dio.
Il deserto è la dimora della disperazione. E la disperazione oggi si trova dovunque. Non pensiamo che la nostra solitudine interiore consista nell’accettazione della sconfitta. Non si sfugge a nulla dando il nostro tacito assenso a una sconfitta. La disperazione è un abisso senza fondo. Non pensate di colmarlo consentendovi e cercando poi di dimenticare che vi avete consentito.
Ecco allora qual è il nostro deserto: vivere con la disperazione sempre davanti, ma non consentirvi. Calpestarla con la speranza che abbiamo nella Croce. Muoverle guerra incessantemente. Questa lotta è il nostro deserto. Se la condurremo con coraggio, ci troveremo a fianco Cristo. Se non sappiamo affrontarla, non lo troveremo mai. 
 
(Thomas Merton, Pensieri) 

7 agosto 2012

Sovrabbondanza di misericordia

Ritratto fotografico di Simone Weil
La misericordia di Dio si manifesta nella sventura come nella gioia, allo stesso titolo e forse anche di più, perché sotto questo aspetto non ha nulla di analogo fra gli uomini. La misericordia umana appare soltanto nel dare gioia, oppure nell'infliggere un dolore con l'intento di ottenere effetti esteriori, come la guarigione del corpo o l'educazione. Ma non sono gli effetti esteriori della sventura che testimoniano la misericordia divina. Gli ef­fetti esteriori della vera sventura sono quasi sempre cat­tivi e, quando li si vuol dissimulare, si mente. Ma è pro­prio nella sventura che risplende la misericordia di Dio; nel profondo, nel centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell'amore si cade fino al punto in cui l'anima non può più trattenere il grido: «Mio Dio, per­ché mi hai abbandonato?», se si rimane in quel punto senza cessare di amare, si finisce col toccare qualcosa che non è più la sventura, che non è la gioia, ma è l'essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, cioè l'amore stesso di Dio.
A quel punto si comprende che la gioia è la dolcez­za del contatto con l'amore di Dio, che la sventura è la ferita del contatto stesso, quando esso è doloroso, e che ciò che importa è solo questo contatto, non il modo in cui avviene.
Così, quando rivediamo un essere caro dopo una lunga assenza, non importano le parole che scambiamo con lui ma soltanto il suono della sua voce, che ci assicu­ra della sua presenza.
Il fatto di sapere che Dio è presente non consola, non toglie nulla alla spaventevole amarezza della sventu­ra, non guarisce la mutilazione dell'anima. Ma sappiamo con certezza che l'amore di Dio per noi è la sostanza stes­sa di questa amarezza e di questa mutilazione. Per gratitudine vorrei essere capace di lasciarne una testimonianza.
Quand'anche per noi non ci fosse altro che la vita terrena, quand'anche il momento della morte non ci por­tasse nulla di nuovo, la sovrabbondanza infinita della mi­sericordia divina è già quaggiù segretamente presente, tut­ta intera.
Se, per ipotesi assurda, morissi senza aver mai commesso gravi colpe e tuttavia al momento della morte ca­dessi in fondo all'inferno, sarei ugualmente debitrice ver­so Dio di una gratitudine infinita per la sua infinita mise­ricordia proprio per la mia vita terrena, e questo sebbene io sia un oggetto così mal riuscito. Anche in questa ipotesi penserei ugualmente di aver ricevuto dalla ricchezza della misericordia divina tutta la mia parte, poiché già in que­sto mondo riceviamo la capacità di amare Dio, di rappre­sentarcelo con tutta certezza, come avente per sostanza la gioia reale, eterna, perfetta e infinita. Anche se velati dalla carne, riceviamo dall'alto presentimenti di eternità suffi­cienti a cancellare ogni dubbio a questo proposito.
Che cosa chiedere e desiderare di più? Una madre, una donna che ama, se ha la certezza che suo figlio o la persona amata è nella gioia, non sente in cuor suo il pen­siero di chiedere, di desiderare altra cosa. Noi abbiamo molto di più: ciò che amiamo è la gioia perfetta stessa. Quando lo sappiamo, perfino la speranza diviene inutile e senza senso. La sola cosa che resta da sperare è la grazia di non disobbedire quaggiù. Il resto spetta a Dio e non riguarda noi.
Per questo non mi manca nulla, sebbene la mia im­maginazione, mutilata da una sofferenza troppo lunga e ininterrotta, non possa concepire la salvezza come qual­cosa di possibile per me.
Sono abbastanza consapevole della mia miserabile debolezza per supporre che un poco di sorte avversa ba­sterebbe a colmare di sofferenza la mia anima al punto da non lasciare spazio in essa, per molto tempo, per i pensieri che vi ho espressi ora. Ma anche questo importa poco. La certezza non risente degli stati d'animo: la cer­tezza è sempre perfettamente al sicuro.
C'è soltanto un'occasione nella quale veramente smar­risco questa certezza: quando incontro la sventura al­trui, anche quella di chi mi è indifferente, di chi mi è sconosciuto (e forse persino di più), compresa la sventura dei secoli passati, anche dei più lontani. Questo contatto mi procura un male così atroce, mi trafigge talmente l'ani­ma da parte a parte, che per qualche tempo amare Dio mi diventa quasi impossibile.
26 maggio 1942 [da Casablanca]
(tratto da: Simone Weil, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1984)

3 agosto 2012

Pregare nonostante tutto



Motivi per i quali chi prega non viene esaudito.
1. Le cause per le quali non veniamo esauditi quando preghiamo sono molteplici.
O succede a causa delle colpe dell’orante. Isaia (1,15): Anche se moltiplicaste la preghiera, non l’ascolterei, e ne aggiunge la causa: Le vostre mani sono piene di sangue, cioè di peccato. Giovanni: Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori (Gv 9,31). Isaia: I vostri peccati nascosero la sua faccia perché non vi esaudisse (Is 59,2).
O per la tiepidezza nel pregare, perché chi prega non lo fa con fervore e devozione. Geremia: Mi pregherete e vi esaudirò, quando mi cercherete con tutto il vostro cuore (Ger 29,12-13), come se dicesse: ‘e non altrimenti’.
O perché chi prega non persevera pregando fino ad ottenere quanto ha chiesto. Undicesimo di Luca: Se continuerà a bussare, per la sua insistenza si alzerà e gliene darà (Lc 11,8). Giuditta: Sappiate che esaudirà le vostre preghiere se persevererete (Gdt 4,12).
O per la diffidenza dell’esaudimento. Giacomo: Infatti chi esita, non creda di ricevere qualcosa (Gc 1,6s). Siracide: Prima della preghiera prepara la tua anima e non essere come uno che tenta Dio (Sir 18,23), cioè se lo voglia ascoltare.
O perché ciò che si chiede è nocivo o indiscreto, come i figli di Zebedeo. Matteo: Non capite ciò che chiedete (Mt 20,22). Giacomo: Chiedete e non ricevete perché chiedete male, ecc. (Gc 4,3). Deuteronomio: Quando piangeste di fronte al Signore, egli non vi ascoltò, né volle acconsentire alla vostra voce (Dt 1,45).
O perché chi chiede sia maggiormente spinto a chiedere. Gregorio [GREGORIO, Homil. in Evang., II, homil. 25, n. 2].: «I santi desideri crescono con l’indugio». Perciò anche le preghiere della Cananea (Mt 15,22ss) erano provocate maggiormente dall’attesa.
O perché tanto più cautamente sia custodito il ricevuto, quanto più è stato difficile ottenerlo. Crisostomo [CRISOSTOMO, Homil. in Gen., homil. 30. n. 5. seq.; homil. 38. n. 3]: «Dio dilata il suo beneficio, perché non ci appaia vile ciò che dona».
O perché l’orante si umili venendo esaudito più tardi, e così ne derivino due beni: è repressa l’esaltazione insolente, e non è cancellato l’effetto della richiesta.
O perché l’esaudimento sia differito in altro tempo più propizio e utile al richiedente. Così Mosè (Es 33,13) chiese che gli fosse mostrata la gloria di Dio, che meritò di vedere, non allora, ma in seguito.
O perché vuole esaudirci anche mediante le invocazioni degli altri, affinché l’importanza della domanda e la nostra presunzione vengano represse. Come Ezechia (2Re 19,2; Is 37,2), che mandò a dire a Isaia che pregasse per lui e per il popolo; e lo stesso fece Giosia (2Re 22,14) con Culda la profetessa; ai Romani: Vi prego di aiutarmi nelle vostre orazioni perché sia liberato dagli infedeli che sono in Giudea (15,30s). Matteo: Se due di voi si metteranno d’accordo (Mt 18,19) ecc.
Talvolta succede anche che se viene negato un bene, che è meno conveniente, al suo posto ne viene dato un altro più utile e migliore. Come a Paolo, al quale non fu tolto lo stimolo della carne (2Cor 12,7-9), perché nell’infermità crescesse in lui la virtù.
2. Spesso è più utile l’esercizio della tribolazione che la quiete della prosperità, sebbene siamo portati a preferire questa. Guardando questi ostacoli se ne possono ricavare anche i mezzi che favoriscono l’esaudimento della preghiera. Cioè: l’allontanamento della colpa, il fervore, l’insistenza e la confidenza della fede, l’umiltà, le preghiere degli altri, l’attenta custodia della grazia ricevuta con gratitudine, e che si chiedano al Signore solo quelle cose che lui stesso ritenga essere più utili e quando lui vuole.
(Frate Davide d’Augusta [+ 1272], La formazione dell’uomo esteriore ed interiore, edizione online sul sito: www.assisiofm.it, sezione “download”).