22 luglio 2012

Distacco e possesso di Dio



Mi è stata posta la seguente questione: alcuni vorrebbero separarsi completamente dagli altri e stare soli - e in ciò troverebbero la pace, e nello stare in chiesa: è questa la cosa migliore? Io ho risposto di no, ed ecco perché. Chi è co­me deve essere, in verità, si trova bene in ogni luogo e con chiunque, ma chi non è come de­ve essere non si trova bene in nessun luogo e con nessuno. Colui che è come deve essere, ha Dio vicino a sé in verità, e chi possiede Dio in verità, lo possiede ovunque: per la strada e ac­canto a qualsiasi persona, così come in chiesa, in solitudine o nella cella. Se un uomo siffatto lo possiede veramente, e possiede lui soltanto, nessuno gli può essere di ostacolo. Perché?

Perché egli ha Dio solo e a Dio solo va la sua in­tenzione, e tutte le cose divengono per lui Dio solo. Un tale uomo porta Dio in tutte le sue opere e in ogni luogo, ed è Dio soltanto a com­piere tutte le opere di un tale uomo. Infatti l'o­pera appartiene più propriamente a colui che ne è la causa che non a chi la realizza: se dun­que la nostra intenzione è soltanto e unicamen­te Dio, allora sarà lui a compiere le nostre ope­re, e nulla può impedirgli di operare, né il luo­go né le persone. Perciò nessuno può essere di ostacolo a questo uomo, giacché egli non con­sidera, non cerca e non gode null'altro che Dio, il quale si unisce a lui in ogni sua inten­zione. E come il molteplice non può distrarre Dio, nello stesso modo nulla può distrarre e di­sperdere quest'uomo: egli è uno in quell'Uno, in cui tutto il molteplice è Uno e non più mol­teplice.

L'uomo deve cogliere Dio in ogni cosa, e abi­tuare il proprio spirito ad avere Dio sempre presente in sé, nella propria intenzione e nel pro­prio amore. Considera dunque in che modo sei rivolto a Dio quando sei in chiesa o nella tua cella, e mantieni un'identica disposizio­ne dello spirito anche in mezzo alla folla, nel tumulto, fra le cose disuguali. Come ho detto altre volte, quando si parla di «uguaglianza» non si intende dire che tutte le opere, i luoghi o le persone vadano considerati uguali: ciò sa­rebbe completamente falso, giacché pregare è opera migliore che filare, e la chiesa un luogo più nobile della strada. Occorre però avere in tutte le opere una stessa disposizione dello spi­rito, una stessa confidenza e uno stesso amore per Dio, e una medesima serietà. Invero, se tu fossi così di identico animo, nessuno potrebbe impedirti la presenza di Dio. Ma l'uomo in cui Dio non abita veramente, e che deve cercare Dio all'esterno, in questa cosa e in quell'altra, e che cerca Dio in modi disu­guali: nelle opere o nelle persone o nei diversi luoghi, non possiede Dio. Un tale uomo incon­tra facilmente degli ostacoli, giacché egli non possiede Dio, e non cerca lui solo, né lui solo ama o ha nella mente; perciò gli sono di ostaco­lo non soltanto le cattive compagnie, ma anche quelle buone, e non soltanto la strada, ma an­che la chiesa, e non soltanto le parole e le ope­re cattive, ma anche quelle buone: l'ostacolo in­fatti è in lui, perché Dio non è divenuto tutto per lui. Se invece così fosse, egli si sentirebbe a proprio agio dovunque e con chiunque, giacché avrebbe Dio, e nessuno glielo potrebbe to­gliere, o impedirgli di compiere l'opera sua. In che cosa consiste dunque questo vero pos­sesso di Dio, in virtù del quale veramente lo si possiede?

Questo vero possesso di Dio risiede nello spiri­to, in una profonda tensione verso Dio e nell'avere lui nella mente e non in un pensiero continuo e sempre identico - ciò è impossibile, o assai difficile, alla natura, e non sarebbe neppure la cosa migliore. L'uomo non si deve accontentare di un Dio pensato, perché così, quando il pensiero ci abbandona, anche Dio ci abbandona. Si deve invece possedere Dio nella sua essenza, che è molto al di sopra del pensie­ro dell'uomo e di ogni creatura. Così Dio non ci abbandona mai, a meno che l'uomo non si distolga volontariamente da lui. Chi possiede Dio nella sua essenza, coglie Dio nella sua divinità; per quest'uomo Dio risplen­de in tutte le cose: per lui infatti tutte le cose sanno di Dio e in esse egli vede la sua immagi­ne. In lui Dio risplende in ogni tempo, in lui si compiono distacco e abbandono e in lui si im­prime l'immagine del Dio tanto amato e pre­sente. In egual modo, chi ha una grande sete può anche fare cose diverse e avere pensieri di­versi dal bere, eppure, qualsiasi cosa faccia e con chiunque sia, qualunque sia il suo pensie­ro o la sua occupazione, l'immagine della be­vanda non lo abbandona fin tanto che dura la sua sete, e, più la sete è grande, più vivida è l'immagine della bevanda - più presente, con­tinua, interiore. O ancora: chi ama con tutte le sue forze una cosa, in modo da non provare gioia in nessun'altra, desidera soltanto quella e null'altro, e il suo amore non vien meno in lui dovunque sia, per diverse che siano le sue com­pagnie o le sue occupazioni: in ogni cosa trova l'immagine di ciò che ama, e tanto più presen­te quanto più forte diviene il suo amore. Que­st'uomo non cerca la quiete, giacché nessuna inquietudine lo turba.

Quest'uomo è particolarmente gradito a Dio, poiché egli sente tutte le cose come divine e su­periori a quanto siano in sé. In verità, occorre zelo, amore, giusta considerazione dell'interio­rità dell'uomo e una conoscenza viva, meditata, effettiva dell'intenzione dello spirito in mezzo alle cose e alle persone. L'uomo non può ap­prendere questo cercando la fuga, fuggendo dalle cose e rifugiandosi esteriormente nella so­litudine: bisogna piuttosto che egli apprenda la solitudine interiore, dovunque e con chiunque sia. Bisogna imparare a passare attraverso tutte le cose, a cogliere in esse Dio, imprimendolo fortemente in noi secondo la sua essenza. Nel­lo stesso modo in cui chi vuole imparare a scri­vere deve, per apprendere quest'arte, esercitar­si molto e spesso a farlo, per quanto duro e fati­coso sia; e, anche se in un primo momento può sembrargli impossibile, imparerà quest'arte applicandosi spesso e con impegno.

In verità, co­stui deve anzitutto rivolgere i suoi pensieri a cia­scuna lettera e imprimerla fortemente in sé; quando poi si è impadronito di quest'arte, si af­franca completamente dall'immagine e dal pen­siero e scrive con facilità e senza sforzo. Lo stes­so avviene per il suono di una viola o per qual­siasi altra opera che richieda abilità: è necessa­rio soltanto volerla praticare, e, anche se non se ne è sempre coscienti, si compie l'atto grazie al­l'abilità acquisita, qualunque sia il pensiero. Così l'uomo deve essere pervaso dalla presenza divina, plasmato nella forma di Dio amatissi­mo, e mutato nella sua essenza, in modo che la sua presenza lo illumini senza alcuno sforzo ed egli possa distaccarsi da tutte le cose, rimanen­do pienamente svincolato da esse. All'inizio oc­corrono però una riflessione e un'attenzione continua, come per colui che intenda appren­dere un'arte.


(sta in: Meister Eckhart, Dell'uomo nobile, (a cura di Marco Vannini), Adelphi, Milano 1999, pp. 63-68)