23 giugno 2012

Guardare il cielo



Guardare il cielo

Un povero Chassid si era messo a fare del commercio. Poco a poco i suoi affari prosperarono e divenne un ricco mercante . . . ma, dovette rinunciare all'ideale che aveva nei suoi anni di miseria, al punto che, passando davanti la casa del suo Maestro per andare alla fiera annuale, affrettò il passo e voltò lo sguardo per evitare di rivedere il suo Rabbi. Ma questo lo vide. Lo chiamò e gli chiese: ”Hai guardato il cielo oggi?” Poi lo Zaddik gli mostrò la piazza del mercato che era molto animata in quel giorno di fiera … “Vedi quei cavalli, quei mercanti, … tra cinquant'anni, quando tu ed io non saremo più in questo mondo, ci sarà la stessa fiera . . . ma con altri cavalli altri mercanti . . . “


La preghiera   hlypt
“La preghiera è la sorgente della nostra vita. Se a volte la preghiera non è gradita, è perché le parole usate mancano di grazia e di bellezza. E' lo studio della Torah che le veste di grazia. Lo studio della Torah e la preghiera si rinforzano e si chiariscono vicendevolmente.
Parliamo a Dio e imploriamoLo di aiutarci nelle nostre imprese. Bisogna essere fermamente convinti che Dio presta attenzione a ciascuna parola della nostra preghiera, della nostra supplica, della nostra conversazione con Lui. Nessuna parola è persa. Ciascuna lascia la sua impronta nei mondi celesti. Poco a poco suscitano l'Amore Divino.
È nella preghiera che traiamo la nostra forza vitale. Preghiamo quindi con tutte le nostre forze, mettiamo la nostra forza in ciascuna lettera della nostra preghiera per rinnovarla.
Non è sufficiente “pensare” le preghiere, bisogna esprimerle a voce alta. È vero che Dio sonda tutti i nostri pensieri, ma le parole devono essere pronunciate perché il linguaggio è il ricettacolo destinato a ricevere le benedizioni che ci sono date proporzionalmente alle parole che pronunciamo. La preghiera permette di rivelare i segreti della Torah”.

Rabbi Nahman di Breslav
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Nota sui testi:
Ricevo molto volentieri da Barbara Falomi un suo studio su "Rabbi Nahman di Breslav maestro della gioia. Piccola guida al pensiero dello Zaddik". Nel ringraziarla per avermi fatto conoscere prima e pubblicare poi qualche spunto dal suo saggio, vorrei brevemente presentare il termine chassidismo e qualche accenno alla vita e al pensiero di Rabbi Nahman di Breslav.
"Il termine chassidismo designa, nel II sec. a.C., l'atteggiamento di quegli ebrei zelanti che si opponevano al processo di ellenizzazione impostogli da Antioco IV Epifane. Con il tempo divenne il nome comune per vari movimenti all'interno del Giudaismo, caratterizzati da una intensa religiosità e anche da un estremo rigore nell'applicare la Torah.
Ebbe due grandi espressioni storiche: una nel medioevo, il chassidismo ashkenazita, e l'altra in epoca moderna, il chassidismo dell'Europa orientale (Polonia e Lituania). Il movimento chassidico dei gruppi sorti in Polonia ed in Ucraina nel XVIII secolo, ha come fondatore Israel Ben Eliezer chiamato Baal Shem Tov cioè Besht (1700-1760), Maestro del Nome Buono, la cui vita ci è stata tramandata attraverso leggende che raccontano il suo straordinario fervore e la sua grande capacità di guida delle anime.
Dodici anni dopo la morte del Baal Shem Tov, nasce a Medzibouz il 4 aprile 1772 Nahman di Breslav; discendente diretto del Besht, il padre era Rabbi Simha figlio del Rabbi Nahman di Horodenka uno dei discepoli più vicini al Baal Shem Tov, e sua madre era Feiga figlia di Odel unica figlia del Baal Shem Tov. Nel 1798-1799 Rabbi Nahman intraprende il suo pellegrinaggio in Terra Santa che segnò l'inizio della sua vera vita, tanto da affermare che tutto ciò che sapeva prima della Terra d'Israele, era proprio niente. Israele fu per lui una visione che non lo abbandonò più. Nell'autunno del 1802, all'età di trent'anni, Rabbi Nahman si installò a Breslav, dove fu raggiunto immediatamente da Rabbi Nathan Sternhartz (1780-1844) che divenne il suo miglior discepolo. La devozione, la pazienza, la sottomissione e l'estrema umiltà fecero di Rabbi Nathan il modello stesso del Talmid (discepolo), che annullò il proprio pensiero per attaccarsi corpo ed anima all'insegnamento di Rabbi Nahman, consacrando la sua vita a trascrivere, insegnare, stampare e diffondere la sua dottrina giunta a noi fino ad oggi grazie al suo impegno.
Rabbi Nahman non ha mai esposto in modo sistematico il concetto chassidico del suo pensiero, la forma scelta da lui per far passare il suo insegnamento consisteva nel parlare con i suoi discepoli, intrattenersi con loro, parlando in aforismi e raccontando parabole e storie su principesse, giganti, mendicanti, demoni, pietre magiche, dialoghi tra il sole e la luna, …. ed altro ancora.
La forma pedagogica scelta era principalmente il racconto, la narrazione, forma che si trova nella Torah, nel Talmud, nel Midrash, nello Zohar, fonti da cui parte insegnamento."

(tratto da Barbara Falomi, Rabbi Nahman di Breslav maestro della gioia. Piccola guida al pensiero dello Zaddik).

Il dipinto in apertura, dell'artista chassidico Zalman Kleinman è tratto dall'interessantissimo sito: http://www.chabad.org/


9 giugno 2012

La fede (certa) di essere amati


Non intendo soffermarmi qui dettagliatamente sulla preghiera contemplativa; ma mi sembra importante di ben definire la ragione d'essere di una simile vita di preghiera, poiché, quando se ne è compreso il senso e la necessità, il resto rimane più facile. Per cominciare, ho già sottolineato il pericolo che corriamo nell'impostare i nostri rapporti con Gesù esclusivamente sul sentimento; e ciò nonostante, bisogna ammettere che ci è molto difficile pensare all'amore senza mettere in gioco il nostro cuore, i nostri sentimenti, la nostra sensibilità: e ciò è anche naturale! Ora, all'amore che noi portiamo al Cristo, molto spesso, non risponde che il suo silenzio e ci vediamo, quindi, costretti ad ammettere che non possiamo raggiungere Gesù così come raggiungiamo un altro uomo. Il nostro amore non ha un costrutto visibile e sensibile, poiché risiede necessariamente nella fede, ed è proprio l'aiuto della sola fede che ci permette di affrontare le diverse tappe in cui la nostra carità verrà messa alla prova, affermata e accresciuta nel suo slancio verso Dio.
La verità, la convinzione sulla quale dobbiamo stabilire solidamente la nostra vita di preghiera, è la certezza di essere amati da Dio, di essere amati dal Cristo, non di un amore qualunque, ma di un amore di scelta e di amicizia: questa certezza di fede è un preliminare indispensabile durante tutto il nostro cammino verso Dio. Finché non abbiamo scoperto ciò, non potremo avanzare né nell'amore di carità, né nella vita di preghiera, poiché il nostro amore per Dio non può essere che una risposta e come potremmo noi essere capaci di amare veramente, se prima non siamo amati? Sta di fatto, che gli uomini fanno più fatica a credere di essere amati che a credere ai poveri sforzi di cui sono capaci nell'amore: quando pretendiamo di amare, facciamo sforzi di cui siamo coscienti e questo ci fa credere che possiamo dare qualcosa a Dio! Ma saperci amati, anche quando siamo nel peccato, o quando siamo nella freddezza, nell'oscurità, quando soffriamo o quando siamo scandalizzati dal comportamento di Dio nella sua provvidenza, è cosa di estrema difficoltà. Non ci pensiamo mai abbastanza, assorbiti come siamo dai nostri meschini sforzi di amore!
E poi c'è il male, il grande problema del male! È proprio attraverso tutte le sue apparenze ingannevoli che dobbiamo credere di essere «amati di vero amore!». Colui che ha scoperto ciò, ha trovato il suo giusto terreno sulla strada che porta all'amore di Dio, a condizione, però, che ne mantenga vivo il ricordo, e ben radicato nel suo cuore. Naturalmente non si tratta solo dei sentimenti particolari provati nel giorno dell'ordinazione o della professione, di quei sentimenti sentiti in certe ore gloriose della nostra vita spirituale, quando il Signore permette che godiamo delle sue gioie interiori, per aiutarci a scoprire l'amore che egli ci porta. Si tratta di un sentimento ben più profondo, di qualche cosa di più forte e capace di resistere a tutte le tentazioni, gli scandali: la certezza di sapersi amati!
(René Voillaume, Pregare per vivere)

2 giugno 2012

Mare di insondabile misericordia




+ G.M.G. ANNO 1938 - PRIMO GENNAIO

Salve, anno nuovo, in cui la mia perfezione verrà rifinita. Ti ringrazio in anticipo, Signore, per tutto quello che mi manderà la Tua benevolenza. Ti ringrazio per il calice delle sofferenze, dal quale berrò ogni giorno. Non ridurre la sua amarezza, Signore, ma rafforza le mie labbra, affinché assaporando l'amarezza io sappia sorridere per amor Tuo, o mio Maestro. Ti ringrazio per tutte le consolazioni e le grazie che non sono in grado di enumerare, che ogni giorno scendono su di me silenziose ed invisibili, come la rugiada del mattino, in modo che nessun occhio di qualche creatura curiosa possa scorgerle, ma che conosciamo soltanto Tu e io, o Signore. Per tutto questo Ti ringrazio fin d'ora, poiché nel momento in cui mi porgerai il calice, forse il mio cuore non sarà in grado di ringraziarTi.

Ecco che oggi con proposito d'amore mi sottometto completamente alla Tua santa volontà, o Signore, ed ai Tuoi giustissimi decreti, che per me sono sempre i più benevoli e pieni di Misericordia, benché talvolta non li comprenda e non riesca a penetrarli fin nel profondo. O mio Maestro, ecco affido a Te completamente il timone della mia anima, guidala Tu stesso secondo il Tuo divino compiacimento. Mi chiudo nel Tuo cuore compassionevole, che è un mare di insondabile Misericordia. + Termino l'anno vecchio con la sofferenza ed incomincio l'anno nuovo pure con la sofferenza. Due giorni prima di capodanno ho dovuto mettermi a letto; mi sentivo molto male, una forte tosse mi aveva indebolito ed inoltre continui dolori intestinali e nausee mi avevano esaurita molto. Siccome non potevo andare alle comuni pratiche religiose, mi sono unita spiritualmente a tutta la comunità. Quando le consorelle si alzarono alle undici di notte, per vegliare e salutare l'anno nuovo, io dal crepuscolo fino alla mezzanotte continuai a torcermi fra i dolori. Unii la mia sofferenza alle preghiere delle suore che vegliavano in cappella in riparazione delle offese fatte a Dio dai peccatori. Quando suonò la mezzanotte, la mia anima s’immerse in un raccoglimento più profondo ed udii nell'anima una voce: «Non aver paura, bambina Mia, non sei sola, combatti con coraggio, poiché il Mio braccio ti sostiene. Combatti per la salvezza delle anime, esortandole alla fiducia nella divina Misericordia, poiché questo è il tuo compito nella vita presente ed in quella futura». Dopo queste parole ebbi una comprensione più profonda della divina Misericordia. Sarà dannata solo quell'anima che lo vorrà essa stessa, Iddio non condanna nessuno alla dannazione.

Oggi è la festa di capodanno. La mattina mi sono sentita così male, che sono andata appena nella cella vicina per la santa Comunione. Non ho potuto andare alla santa Messa, mi sentivo mancare e per la stessa ragione ho fatto il ringraziamento a letto. Avevo tanto desiderato andare alla santa Messa e poi a confessarmi da Padre Andrasz, ma mi sentivo così male che non ho potuto andare né alla santa Messa né a confessarmi. Per questo motivo la mia anima ha avuto un grande dispiacere. Dopo colazione venne da me la suora infermiera a chiedermi: «Sorella, perché non è andata alla santa Messa?». Risposi che non avevo potuto andarci. Scosse la testa con aria di disapprovazione e disse: «Una festa così grande e lei non va a Messa!», ed uscì dalla mia cella. Per due giorni rimasi a letto contorcendomi per i dolori e non venne mai a trovarmi. E il terzo giorno quando venne non mi chiese nemmeno se potevo alzarmi, ma subito con voce concitata mi domandò perché non mi ero alzata per andare alla santa Messa. Quando rimasi sola provai ad alzarmi, ma mi mancarono di nuovo le forze, perciò me ne restai a letto pienamente tranquilla. Tuttavia il mio cuore aveva molto da offrire al Signore, unendosi a Lui spiritualmente durante la seconda santa Messa. Terminata la seconda santa Messa, venne di nuovo da me la suora infermiera ma questa volta col termometro, quindi come infermiera. La febbre però non l'avevo, ma ero molto malata non riuscendo ad alzarmi. E allora giù una nuova predica, che non dovevo lasciarmi vincere dalla malattia. Le risposi che lo sapevo che da noi una è considerata gravemente ammalata solo quando sta già in agonia. Tuttavia, vedendo che continuava a farmi la morale, risposi che per il momento non mi servivano esortazioni allo zelo e restai nuovamente sola nella mia cella. Il dolore mi strinse il cuore e l'amarezza m'inondò l'anima e ripetei queste parole: «Benvenuto anno nuovo! Benvenuto calice dell'amarezza!». O mio Gesù, il mio cuore si lancia verso di Te, ma la gravità della malattia non mi permette di partecipare fisicamente alle funzioni e vengo sospettata di pigrizia. La sofferenza è aumentata.

Dopo il pranzo si affacciò un momento la Madre Superiora, ma se ne andò subito. Avevo intenzione di chiedere che Padre Andrasz venisse nella cella, in modo che potessi confessarmi, ma mi trattenni dal fare questa richiesta per due considerazioni: la prima, per non dare motivo di mormorazione, com'era già avvenuto con la santa Messa; la seconda, perché forse non avrei potuto nemmeno confessarmi, poiché sentivo che sarei scoppiata a piangere come una bambina. Dopo un momento viene una delle suore e di nuovo mi fa osservazione che sulla stufa c'è del latte con del burro. « Perché non lo beve, sorella?». Risposi che non c'era nessuno che me lo portasse. + Quando venne la notte, le sofferenze fisiche aumentarono e vi si aggiunsero anche le sofferenze morali. Notte e sofferenza. La solenne quiete notturna mi diede la possibilità di soffrire liberamente. Il mio corpo si distese sul legno della croce, mi divincolai in dolori tremendi fino alle undici. Mi trasferii in spirito accanto al tabernacolo e scoprii la pisside, appoggiando il capo al bordo del calice, e tutte le mie lacrime scesero silenziose nel Cuore di Colui che solo comprende il dolore e la sofferenza. E provai dolcezza in tale sofferenza e la mia anima desiderò questa dolce agonia, che non avrei scambiato con nessun tesoro del mondo. il Signore mi diede la forza d'animo e l'amore verso coloro per causa dei quali mi viene la sofferenza. Ecco il primo giorno dell'anno. In quel giorno sentii anche la preghiera di una anima bella, che pregava per me, dandomi in spirito la sua benedizione sacerdotale. A mia volta risposi con una fervorosa preghiera. + O benignissimo Signore, quanto sei misericordioso, dato che giudichi ciascuno secondo la sua coscienza e conoscenza e non secondo le chiacchiere degli uomini.
Il mio spirito è sempre più rapito e nutrito dalla Tua sapienza che conosco sempre più a fondo e qui mi si rivela ancora più chiaramente l'enormità della Tua Misericordia. O mio Gesù, tutta questa conoscenza produce nella mia anima quest'effetto, che mi trasformo in un fuoco d'amore verso Te, o mio Dio.

(Faustina Kowalska, Diario)

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Nota personale:

Al di là di quanto significhi questo brano sulla sofferenza fisica e morale di una persona, credo valga la pena di sottolineare (sono in corsivo nel testo) alcuni aspetti di carità umana che non sempre sono in accordo con l'abito che si porta, oppure con la propria condizione e neanche con un comune buon senso. Ella scrive:
Dopo colazione venne da me la suora infermiera a chiedermi: «Sorella, perché non è andata alla santa Messa?».Risposi che non avevo potuto andarci. Scosse la testa con aria di disapprovazione e disse: «Una festa così grande e lei non va a Messa!», ed uscì dalla mia cella. Per due giorni rimasi a letto contorcendomi per i dolori e non venne mai a trovarmi. E il terzo giorno quando venne non mi chiese nemmeno se potevo alzarmi, ma subito con voce concitata mi domandò perché non mi ero alzata per andare alla santa Messa.
Una suora infermiera che non svolge il suo compito (ma ancor prima il suo dovere morale di rispondere con carità umana e non solo cristiana alle richieste di una sua consorella). Anzi, quasi con senso ironico, insiste nuovamente facendo valere i suoi princìpi (del tutto opinabili) più che un normale processo di empatia. E la risposta è altrettanto ironica:
E allora giù una nuova predica, che non dovevo lasciarmi vincere dalla malattia. Le risposi che lo sapevo che da noi una è considerata gravemente ammalata solo quando sta già in agonia.

Ed ancora, un altro esempio di mancata carità e di scarso rispetto per le sofferenze di una persona ammalata:
Dopo un momento viene una delle suore e di nuovo mi fa osservazione che sulla stufa c'è del latte con del burro. « Perché non lo beve, sorella?». Risposi che non c'era nessuno che me lo portasse.

E quello che non viene detto, ma è intuibile, è che neanche questa suora, che fa notare la presenza del latte sulla stufa, si offre per portarglielo. Tutto ciò mi ricorda un po' le visite di cortesia che si fanno alle persone che hanno avuto un lutto in famiglia. Visite che servono a tacitare le proprie coscienze e non sono affatto utili alle persone investite da dolori così importanti. Ognuno ha sentito o si ricorda di frasi che lasciano l'amaro in bocca a volte più della scomparsa del proprio congiunto. Sarebbe il caso di fare qualcosa (anche se piccola), piccoli gesti di gentilezza, di carità, di buon senso, piuttosto che ricorrere ad inutili quanto pericolose parole. Si tratta della preghiera di Faustina rivolta al Signore, che giudica "ciascuno secondo la sua coscienza e conoscenza e non secondo le chiacchiere degli uomini".