29 aprile 2012

Viaggio nella spiritualità


A partire da una ricerca trasversale in scienza, filosofia e religione, questo saggio offre interessanti stimoli di riflessione sulla spiritualità, sulla sua natura e sulle teorie che nel corso degli anni, ne hanno tratto fondamento. Un percorso che comincia intorno alla metà del secolo scorso, quando le filosofie orientali, cariche di misticismo ed esoterismo, cominciarono ad avere risonanza e ad influenzare il mondo occidentale. Grazie anche a numerosi viaggi compiuti in quel periodo nei luoghi di culto e alle diverse teorie sul misticismo nate nel corso degli anni, il dibattito sulla spiritualità sembra registrare nuovi e sempre più alti picchi di popolarità.
Giovanni Ravani è un filosofo e fisico italiano, impegnato da anni in fisica e astrofisica; contribuisce con pubblicazioni e rassegne specifiche del settore. Dopo l'incontro con personalità del misticismo, si è fortemente impegnato nella ricerca di una teoria unificatrice tra escatologia e scienza in senso lato.


(Giovanni Ravani, La Terza Persona. Viaggio nella spiritualità, Armando Editore, Roma 2012)

Scrive l’Autore:
«Il libro che presento sconfina nella narrazione e umilmente osa abbracciare la poesia. Se si avrà la pazienza di seguire fino all’ultima pagina, se si avrà l’accortezza di comprendere a fondo, ci si accorgerà che ogni passaggio, ogni episodio ed ogni singolo versetto, conducono lungo una direzione univoca: quella della meditazione sull’Eterno e sull’infinito. Coi mezzi della filosofi a, della psicologia, della fisica teorica e della teologia, darò modo di realizzare le risposte ai quesiti esistenziali e prospetterò quella che secondo logica appare decisamente essere la verità ultima, quella sulla creazione e sull’esistenza delle cose.
Vi sono più maniere e discipline per intuire quale sia la vera verità, queste ultime sono note da molti secoli, oppure appartengono alle più recenti scoperte. Sicuramente ognuna di esse, se individualmente elaborata nel modo corretto, può dare esiti notevoli e grande soddisfazione e, personalmente, la strada che ho seguito è solo una fra le tante. Non l’ho seguita in maniera razionale e meditata, non ho dato ascolto a chiare e precise indicazioni fornite a priori da maestri e libri, come se perseguissi una qualche via già tracciata; non mi sono avvalso di uno strumento univoco e preordinato, ma è stato semplicemente un lungo peregrinare nella confusione dello scibile umano e delle esperienze della vita. È stato un percorso molto simile a quello che si compie quando ci si trova perduti e senza bussola in un fitto bosco appenninico, pieno di piccoli sentieri: il più delle volte questi non conducono a nulla e si perdono ulteriormente nella boscaglia.
Solo con il giusto intuito, con il senso dell’orientamento, con la buona volontà e dopo molte e molte fatiche e tanto brancolare nel buio, si può finalmente trovare il senso per la via di uscita. La stesura di questo libro nato per caso mi ha fornito inaspettatamente l’indicazione ultima per il sentiero che mena al di fuori del bosco delle mille domande».


25 aprile 2012

Nella prova che insegna


Stretta è la via che conduce alla cruna dell’ago dove, colui che è messo alla prova per un avvenimento scopre il Regno e non si lascia morire nell’esperienza. È la via della fede nella quale il Cristo ci ha preceduti. Nell’avvenimento inevitabile essa conduce a scoprire la libertà.
Come è facile prendere delle vie inverse che conducono a dei blocchi: la rassegnazione, la rivolta, la durezza. L’inevitabile è guardato come volontà di Dio, come se Dio possa volere la sofferenza delle persone che ha fatto con amore. La sofferenza ci appare come un castigo per delle colpe a noi ignote. «Cosa ho fatto a Dio per essere trattato così?». È il ragionamento dell’amico di Giobbe: sottomettiti al giudizio di Dio. Egli è giusto, puro e forte. Nessun uomo può rivendicare giustizia davanti a Lui. Quanti credenti sono tentati da questa maniera di dire. Giobbe non può accettarla, il cristiano neppure. La ribellione, benché comprensibile, non conviene neppure. Giobbe è tentato da essa. Essa è normale nella bocca di colui che, senza comprendere, viene schiacciato dal dolore. Egli non si permette di accusare Dio e lo lascia al suo mistero. Questo non significa che egli cerchi di irrigidirsi nella disposizione eroica dell’uomo che vuole rimanere padrone di sé davanti alla fatalità. Altra tentazione che provano le persone forti e generose. Esse serrano i pugni. Soffrono da eroi. Giobbe rimane umano nella sua sofferenza.
La prova mette l’uomo davanti ad una situazione incomprensibile. Mistero che la sua mente non spiega. Ogni volta che egli è provato, viene fuorviato. Il Cristo non ha dato spiegazioni. Ma, essendosi messo nella situazione umana, egli è giunto fino a soffrire la morte. La morte è divenuta la prova – la sua prova – per la quale, all’interno della morte, Egli passa alla vita ed esplode nella gioia. Questo è tutto quello che Lui ci ha detto: «Occorre per il Cristo soffrire per entrare nella sua gloria». Vi è una meta della sofferenza che non può essere raggiunta se non passandola con Cristo e vivendola nella fede.
La questione posta con la prova, noi l’esprimiamo nelle situazioni estreme. In quelle che non ha scelto e che sono contrarie alle sue aspirazioni alla vita e alla felicità, l’uomo è lasciato a se stesso, alla sua fragilità e alla sua solitudine. Egli vive in mondo incomprensibile. Ma la vita quotidiana, senza metterlo subito in queste situazioni estreme delle quali l’ultima è la morte, diventa presto per lui una prova. Egli non può fare ciò che vuole. In sé e attorno a sé, egli riscontra ogni giorno il limite e l’ostacolo. Pertanto, il desiderio della vita cresce sotto il segno della morte. Egli tenta di evadere con la distrazione, ma non può scappare.
I mistici hanno parlato di «notti» della fede. Per loro, esse hanno questo doppio carattere: di essere dolorose e di condurre alla luce. Nella accettazione della vita di tutti i giorni, vissuta come una prova, posso ritrovare questo doppio carattere della notte dei mistici. I miei desideri vi sono contraddetti, mi scontro con la necessità, con l’inatteso. Questo cammino quotidiano doloroso può diventare, se io lo prendo bene, un cammino di luce. Come conoscere me stesso con le mie possibilità e le mie mancanze, e prendere i lposto che mi conviene, senza incontrare l’ostacolo? La prova è un test di ciò che io porto in me di miserie, ma anche di ricchezze. Che meraviglie di saggezza e di bontà comunicano all’uomo la sua sofferenza! Una lotta è necessaria. Vissuta nella tranquillità e nella pace, essa fa crescere colui che accetta di affrontarla. Attraverso la doppia tentazione della rivolta o della rassegnazione, l’uomo trova, come il popolo pellegrinante nel deserto, una terra che gli è promessa. La forza dello Spirito lo apre alla speranza. Essa gli fa dire in certi giorni la grande parola di Giobbe. «Io so che il mio redentore è vivo» o essa raggiunge già quella di Gesù: «Il Padre è sempre con Me». Come se la prova, nelle sue svariate forme, posando in noi le sue angustianti questioni ci risveglia ad un altro mondo.
(Jean Laplace, La libertà nello spirito. La guida spirituale)


21 aprile 2012

Il tempo dell'ascolto

Antonello Lotti, Foto personale 2012


"Marta è rimproverata non perché serve, ma per i troppi servizi. Troppi servizi che ti rendono mondano, ti fanno cercare la logica del mondo, il successo della pastorale. Credi di essere tu a sostenere l’idea di Dio, col tuo molto lavoro. E difatti si sentono spesso dei preti che alla sera dicono: «sono stanco morto». Ma la stanchezza mortale non basta a dare senso alla vita, e tanto meno alla pastorale. Alle volte il troppo lavoro fa perdere la direzione. Si rischia di cadere nell’equivoco che tutto vada risolto aumentando il lavoro. Perché in una pastorale non bisogna soltanto fare, lavorare da mattina a sera, avendo un impegno e poi l’altro. Occorre anche trovare il modo di ascoltarci, ascoltare Dio e ascoltare la gente e creare luoghi in cui lo si possa fare.


E questo trovare il tempo per l’ascolto vale per i preti e vale per i laici. Non riempiamoci solo di cose da fare. L’agenda dei preti è fitta di conferenze, celebrazioni, amministrazioni. Tutte cose da fare. Ma c’è un tempo libero per trovare le persone, per accoglierle, per ascoltarle? Il vangelo suggerisce la necessità di questo ascolto. Usiamo pure tutte le iniziative che ci vengono offerte, ma senza trascurare mai il contatto diretto con le persone. Non bastano le strutture, non basta organizzare tanti progetti. Bisogna dedicare tempo alle persone. Il difetto di noi preti è che ci illudiamo spesso che sia necessario aumentare le iniziative per dar gloria a Dio. E forse invece è un dar gloria a noi stessi. Dio è glorificato in altre cose: nell’attenzione agli uomini, ai più deboli, a quelli scartati, a costo anche di mettere a repentaglio la nostra reputazione."


Bruno Maggioni, tratto da Editoriale a "La rivista del Clero Italiano", n. 2 (febbraio 2012)
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Nota personale:

Si fa presto a dire che bisogna ascoltare e dedicare tempo alle persone. I tempi moderni non sono più il tempo dell'ascolto, ma del parlare a tutti i costi, del voler annunciare, del fare catechesi, del convocare, del riunire persone. Nell'Editoriale ci si sofferma sulla figura del prete che è ormai venuto meno alla sua funzione spirituale, di ascolto, di aiuto e di conforto nella fede. [Ma non si tratta di solo preti, in realtà, ma di tutti noi, di tutti coloro che intendono vivere la propria spiritualità in questo mondo.] Molto spesso ci si rivolge al prete per un aiuto materiale, per un compito liturgico (matrimonio, o altri sacramenti), ma non c'è spazio per la vera natura della sua funzione, che è proprio quella di evitare la mondanità o il successo della pastorale, cercando di dedicare il proprio tempo alle persone. Il prete va in televisione per poter dire la sua su ogni genere di questione: dall'ultimo omicidio o sparizione, dalla sessualità alla politica (che spesso si confondono fra loro, non sapendo se è la politica al servizio del sesso o viceversa).
Eppure c'è necessità di persone che possano ascoltare, non dire la loro ad oltranza. Dicevo che non si tratta solo di preti, ma di teologi, di filosofi, di persone varie che a a vario titolo devono poter parlare, devono dire la loro opinione su tutto e tutti. Dovremmo imparare veramente a vivere in modo meno apparente e più in profondità. Dice Gesù: "Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime" (Matteo 11, 29). Occorre cominciare a vivere con questa mitezza ed umiltà, sapendo che la nostra non è opinione indispensabile al mondo, aprendosi all'ascolto di Dio e degli altri.