12 febbraio 2012

Nell'intervallo di me stesso

Immagine tratta dal sito www.qumran2.net

Dopo tutte le giornate di pioggia, il cielo riporta l'azzurro che aveva nascosto ai grandi spazi alti. Tra le strade dove le pozzanghere dormono come stagni di campagna e la chiara allegria che rinfresca in alto, c'è un contrasto che rende piacevoli le strade sporche e primaverile il cielo di pieno inverno. E' domenica e non ho da fare. La giornata è così bella che non ho voglia neppure di sognare. Me lo godo con una sincerità dei sensi a cui l'intelligenza si abbandona. Passeggio come un commesso senza moglie. Mi sento vecchio solo per il gusto di sentirmi ringiovanire.
Nella grande piazza domenicale c'è un movimento solenne da giornata di un'altra specie. Alla chiesa dik S. Domingos c'è l'uscita della messa e sta per cominciarne un'altra. vedone persone che escono e persone che non entrano ancora, intraviste nell'attesa da altri che non guardano neppure chi sta uscendo.

Sono tutte cose senza importanza. Sono, come tutto nella banalità della vita, un sonno dei misteri e dei merli dei castelli da cui guardo, come un araldo appena arrivato, la pianura della mia meditazione.
Un tempo, da bambino, anch'io venivo a questa messa o forse all'altra, ma doveva essere proprio questa. Indossavo con la dovuta coscienza il mio unico vestito buono e assaporavo tutto, anche quello che non c'era ragione di assaporare. Vivevo dal di fuori e il vestito era pulito e nuovo. Cosa vuole di più chi deve morire e non lo sa, tenendo per mano la madre?
Un tempo assaporavo tutto questo, ma solo adesso forse comprendo quanto lo assaporassi. Entravo in chiesa come in un grande mistero e uscivo dalla messa come su su una grande radura. Era veramente così, ed è ancora veramente così. Solo l'essere che non ci crede ma lo è ha corpo di adulto e l'anima che ricorda e piange; tale creatura è la finzione e il disorientamento, il disordine e la tomba fredda.
Sì, colui che sono sarebbe insopportabile se non potessi ricordarmi di ciò che sono stato. E questa folla estranea che continua a uscire dalla messa e l'inizio della folla possibile che comincia ad arrivare per assistere all'altra sono come imbarcazioni che mi passano accanto, un fiuume lento, sotto le finestre chiuse della mia casa costruita sulla riva.
Memorie, domeniche, messe, piacere di essere stato, miracolo del tempo che è rimasto perché è passato e non si dimentica mai perché è stato mio... Diagonale assurda delle sensazioni normali, rumore improvviso di carrozzelle che fa risuonare le ruote in fondo ai silenzi chiassosi delle automobili, e comunque, per un paradosso materiale del tempo, sussiste oggi, proprio qui, tra quello che sono e quello che ho perduto, nell'intervallo di me stesso che chiamo io...

(Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Mondadori, Milano 2011, n.310 [310], 1.2.1931, traduzione a cura di Valeria Tocco)

10 febbraio 2012

La solitudine del monaco


Una volta il Sublime soggiornava presso Savatthî, nella Selva del Vincitore, nel giardino di Anâthapindiko. Là il Sublime si rivolse ai monaci: "Vi voglio spiegare le specie della solitudine silvestre; fate attenzione. Un monaco vive in una solitudine silvestre e lì, ancora privo del sapere, non lo acquista, l'animo distratto non si raccoglie, l'inesausta mania non si estingue, egli non raggiunge l'incomparabile sicurezza che ancora non possiede, e ciò di cui un asceta si serve per vivere: vesti, nutrimento, giaciglio e medicine per le malattie; stenta a trovarlo. Un monaco deve rendersene conto, deve subito, sia giorno o notte, lasciare quella solitudine, non rimanere.
Un altro monaco vive in un'altra solitudine e non acquista il sapere di cui è privo, non trova il raccoglimento dell'animo distratto, non gli si estingue l'inesausta mania, non raggiunge l'incomparabile sicurezza che cerca, ma ciò di cui un asceta si serve per vivere: vesti, nutrimento, giaciglio, e medicine per curarsi; ne ha in abbondanza. Ed egli riflette:
'Io non ho lasciato la casa per l'eremo in cerca di vesti, non per il giaciglio, né per le medicine. Eppure, mentre vivo qui in solitudine, non raggiungo il sapere, l'animo distratto non si raccoglie, l'inesausta mania non si estingue e non raggiungo l'incomparabile sicurezza'. Anche questo monaco deve, dopo un po', lasciare questa solitudine, non rimanere.
Un terzo monaco vive solitario nelle selve, ma acquista il sapere che gli mancava, riesce a raccogliere l'animo distratto, estingue l'inesausta mania, raggiunge l'incomparabile sicurezza, ma ciò che serve a un asceta per vivere: vesti, nutrimento, giaciglio e medicine; gli perviene in modo stentato. Questo monaco, rendendosi conto di tutto ciò, deve rimanere in questa solitudine per qualche tempo, non andar via.
Un altro monaco vive nella stessa situazione di solitudine già detta, acquista sapere, raccoglie l'animo, estingue la mania, raggiunge la ,sicurezza e riesce a procurarsi quanto gli serve di vesti, nutrimento, giaciglio e medicine. Egli allora deve rimanere tutta la vita in tale solitudine, non andare via.
Un monaco, invece, vive nei dintorni d'un villaggio, o di una città, o di una residenza, in compagnia di qualcuno, e si rende conto che non acquista sapere, non si raccoglie, non estingue la mania, non raggiunge la sicurezza, e ciò che serve a un asceta per vivere lo trova a stento; deve rendersene conto e deve, di giorno o di notte, senza neppure accomiatarsi da colui col quale vive, lasciarlo e andarsene, non rimanere.
Un monaco vive in compagnia di un'altra persona, e s'accorge che non acquista sapere, non si raccoglie, non estingue la mania, non raggiunge la sicurezza, e ciò che serve a un asceta per vivere lo trova in abbondanza, deve rendersene conto, deve allontanarsi da quella persona, e, senza accomiatarsi, deve andarsene, non rimanere.
Un monaco vive in compagnia di qualche persona e si accorge che acquista sapere, si raccoglie, estingue la mania, raggiunge la sicurezza, e ciò che serve a un asceta per vivere lo trova a stento, deve rendersene conto e deve rimanere per un po' accanto a quella persone, non andare via.
Un monaco che vive anche lui in compagnia d'un'altra persona e si accorge che acquista sapere, si raccoglie, estingue la mania, raggiunge la sicurezza, e ciò che serve a un asceta per vivere lo trova in abbondanza, deve rimanere per tutta la vita con quella persona, non deve andar via, se non è mandato via."
Così parlò il Sublime. Contenti si rallegrarono quei monaci per le sue parole. 

(Canone Pali, Majjhima Nikaya 17Vanapattha Sutta, "Solitudine silvestre")

1 febbraio 2012

Fonte viva luce della mente



Questo canto gregoriano, appartenente alla tradizione liturgica della Chiesa cattolica, ha delle parole intense e profonde. Il ricordo di Gesù (e tutta la vita cristiana dovrebbe essere una Sua “memoria”) non è semplicemente un ricordo di una persona o di fatti trascorsi ormai da secoli, ma fonte di una Presenza di verità, o come dice il testo “fonte viva, luce della mente, al di là di qualsiasi gioia e qualunque desiderio”. Alla Sua Presenza occorre soltanto tacere, perché “la bocca non sa dire, la parola non sa esprimere”. Infine è solo la contemplazione di Lui che ci permette di dire: “Vedo già ciò che ho cercato, possiedo ciò che ho desiderato”.

Iesu dulcis memoria
Dans vera cordis gaudia
Sed super mel et omnia
Eius dulcis praesentia.

Nil canitur suavius
Nil auditur iucundius
Nil cogitatur dulcius
Quam Jesus Dei Filius.

Iesu, spes paenitentibus
Quam pius es petentibus
Quam bonus Te quaerentibus
Sed quid invenientibus?

Iesu dulcedo cordium
Fons vivus lumen mentium
Excedens omne gaudium
Et omne desiderium.

Nec lingua valet dicere
Nec littera exprimere
Expertus potest credere
Quid sit Iesum diligere.

Iesu Rex admirabilis
Et triumphator nobilis
Dulcedo ineffabilis
Totus desiderabilis.

Mane nobiscum Domine
Et nos illustra lumine
Pulsa mentis caligine
Mundum reple dulcedine.

Quando cor nostrum visitas
Tunc lucet ei veritas
Mundi vilescit vanitas
Et intus fervet Caritas.

Iesum omnes agnoscite
Amorem eius poscite
Iesum ardenter quaerite
Quaerendo in ardescite.

Iesu flos matris Virginis
Amor nostrae dulcedinis
Tibi laus honor numinis
Regnum beatitudinis.

Iesu summa benignitas
Mira cordis iucunditas
In comprehensa bonitas
Tua me stringit Caritas.

Iam quod quaesivi video
Quod concupivi teneo
Amore Iesu langueo
Et corde totus ardeo.

O Iesu mi dulcissime
Spes suspirantis animae
Te quaerunt piae lacrymae
Et clamor mentis intimae.

Sis, Iesu, nostrum gaudium,
Qui es futurus praemium:
Sit nostra in te gloria
Per cuncta semper saecula. 

Amen.
O Gesù, ricordo di dolcezza
Sorgente di forza vera al cuore
Ma sopra ogni dolcezza
Dolcezza è la Sua Presenza.

Null
a si canta di più soave
Nulla si ode di più giocondo
Nulla di più dolce si pensa
Che Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza di chi ritorna al bene
Quanto sei pietoso verso chi Ti desidera
Quanto sei buono verso chi ti cerca
Ma che sarai per chi ti trova?

Gesù, dolcezza del cuore
Fonte viva, luce della mente
Al di là di qualsiasi gioia
E qualsiasi desiderio.

La bocca non sa dire
La parola non sa esprimere
Solo chi lo prova può credere
Ciò che sia amare Gesù.

Gesù Re ammirabile
E nobile trionfatore,
Dolcezza ineffabile,
Totalmente desiderabile!

Rimani con noi Signore
E illuminaci con la Tua luce,
Dissipa l’oscurità della mente;
Reso puro, riempimi di dolcezza!

Quando visiti il nostro cuore,
Allora brilla su di esso la verità,
Perde valore la vanità del mondo
E dentro arde la Carità.

Riconoscet
e tutti Gesù,
Chiedete il Suo amore,
Cercate ardentemente Gesù,
Infiammatevi nel cercarLo!

Gesù fiore di Madre Vergine,
Amore della nostra dolcezza:
A Te la lode e l’onore della potenza
E il Regno della beatitudine.

Gesù, suprema bontà,
Gioia straordinaria del cuore,
E insieme tenera benevolenza:
La Tua Carità mi strugge.

Vedo già ciò che ho cercato
Possiedo ciò che ho desiderato;
Languo d’amore, Gesù,
E ardo tutto in cuore.

O Gesù mio dolcissimo
Speranza dell’anima che sospira
Ti cercano le lacrime pietose
E il grido del profondo dell’animo.

Sii, o Gesù, la nostra gioia,
Tu che sarai l’eterno premio;
In te sia la nostra gloria
Per ogni tempo.
Amen.