22 gennaio 2012

Il simbolo del silenzio


Foto personale

Il silenzio è un simbolo che ha più dimensioni o strati e che indica pertanto più direzioni. Esso trae la sua forza dalla situazione di vita con cui è di volta in volta in relazione. La vita può essere vissuta a varie profondità. Ciò che chiamiamo «silenzio» proviene da queste differenti profondità della vita e, se noi siamo disposti, può guidarci fin dentro a esse.
Sulla scorta dei quattro stati del brahman (dell'Essere) - la veglia, il sogno, il sonno profondo privo di sogni e lo stato al di là di ogni stato - possiamo distinguere nel silenzio quattro momenti ben distinti:
  • Primo: il soffocamento delle parole. Si tace nonostante si abbia molto da dire. Si tace per prudenza, per accortezza o per paura. Tale silenzio è un ammutolire. Esercita una violenza, mozza il respiro. Calcola mentre distingue e separa. Nel separare isola il vivente e gli toglie il respiro vitale. Impedisce il flusso della vita.
  • Secondo: lo sbigottimento delle parole. Si tace per la mancanza di parole adeguate. Si tace per smarrimento, per inadeguatezza o per insipienza. È un silenzio che produce distanza, che rifugge il contatto. Lascia atrofizzare e consumare il rapporto vivo. Nell'isolamento sta in agguato la morte.
  • Terzo: l'inadeguatezza delle parole. Si tace perché si avverte di essere alle prese con qualcosa di inesprimibile. Si tace per impossibilità di esprimere ciò di cui si è avuta esperienza. Si ha sentore dell'indicibile e se ne è consapevoli. È il silenzio di chi rimane senza parola. Lo stupore dinanzi al mistero. Il suo pericolo è l'irrigidirsi e il rimanere bloccati. Qui l'uomo, per lo più inconsapevolmente, è posto dinanzi a una decisione: affermare la vita o scegliere la razionalità. La razionalità: il tentativo di tradurre l'indicibile in parole e in concetti. La vita: il rischio di lasciarsi prendere dall'indicibile rimanendo nel silenzio. Ciò porta alla quarta distinzione.
  • Quarto: l'assenza di parole. Il silenzio, qui, non è uno «stare in silenzio», un azzittirsi in mezzo al frastuono. E non è neppure un tacere perché non si ha niente da dire; piuttosto, si tace perché non c'è nulla da dire o, perché "ciò che la parola non dice" è (brahman). Qui la parola non esaurisce la realtà. Il silenzio è il silenzio della parola. La parola non è più presente. Resta solo il silenzio. Non è l'annientamento della parola, ma la sua assenza - dal momento che non si presenta più nulla di "essente". Ciò di cui non si può parlare è proprio ciò che deve essere esperito in quanto silenzio.

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    Nota personale:
    Propongo un breve estratto dal libro di Raimon Panikkar, La dimora della saggezza, Mondadori, Milano 2005, pp. 97-98 che questo Autore ha voluto scrivere sul silenzio., brano già pubblicato in una vecchia pagina di www.mistica.info. Panikkar, sacerdote cattolico di padre indiano e madre spagnola, è stato sicuramente una persona ricca di varie esperienze che spesso cerca di riunire per offrire una visione unitaria. Affascinato dalla mistica, come dalla filosofia occidentale ed orientale (in particolare induismo, ma non solo), nei suoi libri offre queste sue riflessioni e ricerche molto stimolanti. Fra le varie pubblicazioni, ricordo qui la conversazione Tra Dio e il cosmo, Laterza, Bari-Roma 2006 e L'esperienza della vita. La mistica, Jaca Book, Milano 2005.

15 gennaio 2012

L'amore che realizza la luce


La vita è questo: una conoscenza del mistero divino. Il mistero divino è l'Amore, il movimento con cui l'Essere si dona a in se stesso a se stesso. Adamo ed Eva vivevano perché conoscevano questo mistero. Vedevano questo Amore donarsi nel più profondo della loro anima. Dio era là, in questa sorgente radicale del loro essere; vi ripeteva e vi realizzava incessantemente la sua parola di vita, la comunicazione del suo Spirito: "Facciamo l'uomo a norma della nostra immagine, come nostra somiglianza" (Genesi 1, 26).
Adamo vedeva questo Dio e questo dono, e si donava come Lui, riproduceva questo dono; rifletteva questo tratto essenziale che è la vita divina; diveniva immagine e somiglianza, cioè Figlio.
Guardando il frutto proibito e il demonio che lo presenta, ha perso di vista questo amore; ha smesso di donarsi e in lui il movimento di vita si è arrestato: è entrato nell'ombra di morte; vi ha fissate la sua anima e la sua discendenza:; "Coloro che siedono nelle tenebre e nell'ombra della morte".
Il Figlio dell'uomo viene dal paese in cui si ama, dalla patria del dono di sé; Egli viene a donarsi per mostrare di nuovo che Dio si dona, il modo in cui si dona e cosa deve fare l'uomo per tornare ad essere immagine e somiglianza. Viene a manifestare questo Spirito che è lo Spirito di Dio, il movimento della vita eterna. Eccolo questo Spirito: "Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito" (Giovanni 3, 16). Ecco il nuovo dono di sé in cui Dio rivelerà la vita che è in lui: il dono di suo Figlio che sarà crocifisso nel deserto; Dio si dona donandolo, dona di vedere che cos'è la sua vita, dona di viverla, ossia di donarsi. Il Figlio di Dio innalzato in croce offre l'uno e l'altra, la luce che vede l'amore, e l'amore che realizza la luce.

(Augustin Guillerand, tratto da Esperienze mistiche. Negli scritti dei grandi maestri, (a cura di) Vincenzo Noja, Paoline, Milano 2008, pp. 146-148)

10 gennaio 2012

Ho avuto compassione di te


Shibli, un mistico di Bagdad, morì nel 945. Dopo la sua morte, uno dei suoi amici lo vide in sogno e chiese: “Come ti ha trattato Dio?”. Egli disse: “Mi pose davanti a Lui e mi chiese: «Abu Bakr, lo sai perché ti ho perdonato?». Io dissi: «Grazie alle mie opere buone». Egli disse: «No». Io dissi: «Grazie al mio pellegrinaggio, al mio digiuno e alle preghiere obbligatorie». Egli disse: «Non è per questo che ti ho perdonato». Io dissi: «Grazie ai viaggi per acquisire sapere, e perché sono stato dagli uomini pii». Egli disse: «No!». Io dissi: «0 signore, queste sono le opere che portano alla salvezza che ho posto sopra ogni altra cosa e grazie alle quali ho pensato che Tu mi avresti perdonato». Egli disse: «Ma non è a causa di tutte queste cose che ti ho perdonato». Io dissi: «O signore, allora perché?». Egli dis­se: «Ti ricordi quando stavi andando per i vicoli di Bag­dad e hai trovato un gattino che era diventalo debo­lissimo per il gelo e saltava da muro a muro per tro­vare riparo dal freddo tagliente e dalla neve, e per pietà lo hai preso e lo hai infilato sotto la tua pelliccia, sal­vandolo così dalle sofferenze dovute al freddo?». Io dis­si: «Sì, mi ricordo!». Egli disse: «Tu hai avuto compas­sione per questo gatto, per questo ho avuto compas­sione di te»”.

Novella araba
 
(tratto da La saggezza dell’Islam. Un’antologia di massime e poesia, a cura di Annemarie Schimmel, Feltrinelli, Milano 2008)
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Nota personale:
Il termine “compassione” viene dal tardo latino compassiōne, derivato da compăssus, participio passato di compăti, ossia “patire insieme con”. Spesso, nel mondo moderno, ha una connotazione negativa. Compatire significa in qualche modo porsi dall’alto in basso, mentre il suo significato originario ha proprio quello di porre due persone sullo stesso piano, del sentire insieme, del provare le stesse emozioni, gli stessi sentimenti. Mentre alcuni criticano questo termine, io lo trovo del tutto positivo: Dio si è abbassato al livello dell’uomo, ha avuto compassione di lui, non ha ritenuto disdicevole porsi al suo servizio per poterlo poi innalzare.
Un altro termine interessante è quello di “misericordia”, molto simile. Scrive P. Renato Russo, ofm in un’intervista che era stata pubblicata nella sezione (ora non più presente, ma in attesa di nuova ricollocazione) dei “Contributi” del sito www.mistica.info: “La misericordia di Dio è la compassione di Dio per la mia vita. Vuol dire che il suo cuore si abbassa al livello del mio cuore e cioè che il suo cuore è con i miseri e quindi con la mia vita. E quindi sente la mia vita, la comprende e la capisce”. La misericordia è veramente grande, un grande amore che supera la giustizia. Se tutti dovessimo portare davanti a Dio, per ottenere la sua misericordia e il suo perdono, soltanto le nostre opere buone, le nostre preghiere, i nostri sacrifici, i digiuni e tutto il resto comandato da leggi più umane che divine, otterremmo tutti la medesima risposta, secondo quanto raccontato nella novella araba: Dio non guarda a queste cose esteriori, ma legge dentro l’uomo e, a volte, può bastare solo un atto di bontà e di compassione, di generosità e di misericordia, per poterci salvare. Credo sia il caso che ognuno, più o meno devoto, rifletta seriamente su quanto questa storia può dirci.

7 gennaio 2012

Il vero discepolo




Un uomo andò a trovare un Sufi e gli disse: "Vorrei diventare tuo discepolo". Il Sufi gli chiese: "Vorresti diventare discepolo di un cane?". "No", rispose l'uomo. "Allora non puoi seguire la nostra via, dato che io stesso sono discepolo di un cane, e che dovrai considerare il mio maestro superiore a me". "Ma come puoi essere discepolo di un cane?", chiese l'aspirante discepolo."Perché un giorno ho visto un cane trattare con bontà un altro cane che gli aveva fatto un segno di sottomissione". Il visitatore protestò: "Ma tu hai la tua scuola, il tuo centro di studi, frequentato da allievi che ti trattano col più grande rispetto! Tu hai raggiunto uno stadio in cui non ci si occupa più di come si comportano i cani". 
"Tu descrivi ciò che desideri", disse il maestro. "Tu desideri un insegnamento con rituali regolari, segni esteriori di rispetto e un centro visibile di studi. Tu non cerchi di essere un Sufi: cerchi di far parte di una comunità di questo genere. Non è la stessa cosa".
"Ma se io sono stato attratto dalla tua forma esteriore, è certamente per colpa tua, perché è proprio sotto questa forma che ti presenti al mondo".
"Ciò che il mondo pensa è un conto: ciò che il discepolo comprende è un altro", disse il Sufi. "Se ciò che ti interessa è il rituale, la comunità, la musica, il lavoro, il servizio - o piuttosto ciò che intendi per queste cose - allora hai un gran bisogno di quelli che possono istruirti con altri metodi. Prestarsi alle tue esigenze superficiali non è Sufismo, anche se tutti pensano che lo sia".

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Nota personale:

Fra  vari insegnamenti dei mistici islamici (Sufi), c'è quello di raccontare storie edificanti. Nei libri di Idries Shah, nato nel 1924 nell'India del Nord, Cercatore di verità e La strada dei Sufi, editi da Ubaldini Editore, ci sono molte di queste storie. Ne ho scelta una, tratta dal primo volume. Troppo spesso, per seguire un percorso spirituale, ci rivolgiamo ad una istituzione (che sia una religione, un gruppo, una comunità, un movimento o una scuola) e dimentichiamo che spesso tale scelta è  frutto soltanto di un nostro desiderio. Tale desiderio non risponde al bisogno metafisico di verità, tipico del vero ricercatore, ma piuttosto a quello di ricevere una qualche rassicurazione: trovare un ambito che accolga e tranquillizzi (la persona ed anche la coscienza). Il vero Sufi (come il vero spirituale) è invece colui che cerca la verità non nella forma esteriore ma nella sostanza, nel profondo del cuore, e sa accettare anche di percorre un cammino solitario. E sa inoltre che il vero maestro non è colui che sa insegnare, ma colui dal quale il discepolo riesce a trarre insegnamenti, chiunque sia e in qualunque forma ci si manifesti..

(Già pubblicato in www.mistica.info - l'immagine è tratta dall'interessante blog: http://www.occhioalcuore.it/)