Shibli,
un mistico di Bagdad, morì nel 945. Dopo la sua morte, uno dei suoi amici lo
vide in sogno e chiese: “Come ti ha
trattato Dio?”. Egli disse: “Mi pose davanti
a Lui e mi chiese: «Abu Bakr, lo sai perché ti ho perdonato?». Io dissi: «Grazie
alle mie opere buone». Egli disse: «No». Io dissi: «Grazie al mio
pellegrinaggio, al mio digiuno e alle preghiere obbligatorie». Egli disse: «Non
è per questo che ti ho perdonato».
Io dissi: «Grazie ai
viaggi per acquisire sapere, e perché sono stato dagli uomini pii». Egli disse:
«No!». Io dissi: «0 signore,
queste sono le opere che portano alla salvezza che ho posto sopra ogni altra
cosa e grazie alle quali ho pensato che Tu mi avresti perdonato». Egli disse: «Ma
non è a causa di tutte queste cose che ti ho perdonato». Io dissi:
«O signore, allora perché?». Egli disse: «Ti ricordi quando stavi andando per
i vicoli di Bagdad e hai trovato un gattino che era diventalo debolissimo per
il gelo e saltava da muro a muro per trovare riparo dal freddo tagliente e
dalla neve, e per pietà lo hai preso e lo hai infilato sotto la tua pelliccia,
salvandolo così dalle sofferenze dovute al freddo?». Io dissi: «Sì, mi
ricordo!». Egli disse: «Tu hai avuto compassione per questo gatto, per questo
ho avuto compassione di te»”.
Novella
araba
(tratto da La saggezza dell’Islam. Un’antologia di massime e poesia, a cura di
Annemarie Schimmel, Feltrinelli,
Milano 2008)
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Nota personale:
Il termine “compassione” viene dal tardo latino compassiōne, derivato da compăssus, participio passato di compăti, ossia “patire insieme con”. Spesso, nel
mondo moderno, ha una connotazione negativa. Compatire significa in qualche
modo porsi dall’alto in basso, mentre il suo significato originario ha proprio
quello di porre due persone sullo stesso piano, del sentire insieme, del
provare le stesse emozioni, gli stessi sentimenti. Mentre alcuni criticano
questo termine, io lo trovo del tutto positivo: Dio si è abbassato al livello
dell’uomo, ha avuto compassione di lui, non ha ritenuto disdicevole porsi al suo
servizio per poterlo poi innalzare.
Un altro termine interessante è quello di “misericordia”, molto simile. Scrive
P. Renato Russo, ofm in un’intervista
che era stata pubblicata nella sezione (ora non più presente, ma in attesa di
nuova ricollocazione) dei “Contributi” del sito www.mistica.info: “La misericordia di
Dio è la compassione di Dio per la mia vita. Vuol dire che il suo cuore si
abbassa al livello del mio cuore e cioè che il suo cuore è con i miseri e
quindi con la mia vita. E quindi sente la mia vita, la comprende e la capisce”. La misericordia è veramente grande,
un grande amore che supera la giustizia. Se tutti dovessimo portare davanti a
Dio, per ottenere la sua misericordia e il suo perdono, soltanto le nostre
opere buone, le nostre preghiere, i nostri sacrifici, i digiuni e tutto il
resto comandato da leggi più umane che divine, otterremmo tutti la medesima
risposta, secondo quanto raccontato nella novella araba: Dio non guarda a
queste cose esteriori, ma legge dentro l’uomo e, a volte, può bastare solo un
atto di bontà e di compassione, di generosità e di misericordia, per poterci
salvare. Credo sia il caso che ognuno, più o meno devoto, rifletta seriamente
su quanto questa storia può dirci.
