24 dicembre 2011

Natale nel silenzio del cuore


Figli carissimi! Vi daremo ora la benedizione; a voi qui presenti, ai vostri cari, alle vostre famiglie, a quanti avete nel cuore, vicini e lontani. La daremo a questo Nostra Città, sede della Nostra Diocesi e centro della Chiesa cattolica; alla Chiesa intera vuol giungere questa Nostra benedizione, a tutti i popoli della terra, a questa Italia, patria Nostra terrena; e a tutti la benedizione vuole oggi recare l’augurio, lieto ed efficace, del buon Natale. Buon Natale!, buon Natale!
Come può essere davvero buono e felice questo santo giorno, che porta, si, tante cose liete con sé: gli auguri, i doni, gli incontri familiari, la poesia dei ricordi e delle speranze, ma non cambia il corso della vita, ch’è pur piena di affanni e di malanni? Noi pensiamo che tutti coloro, i quali si lasciano invadere dallo spirito dolce e penetrante del Natale, avvertiranno in fondo al cuore una nota di tristezza, come se l’incanto soave di questo giorno singolare fosse subito per dileguarsi, come un sogno illusorio e passeggero. Come può essere veramente buono il Natale, se non porta qualche consolante novità, qualche speranza migliore, qualche gioia sincera?
Vi diremo ora due brevi pensieri, che voi già conoscete, ma che qui ricordati possono insegnare qualche cosa sulla vera bontà del Natale. Il primo è l’interiorità del Natale. Il Natale è buono se è interiore, se è celebrato, non fosse che per qualche momento, nel silenzio del cuore, dentro, nella coscienza fatta attenta e pensosa. Ed è interiore e rinnovatore, se ci fa cogliere il discorso che Gesù, entrando nella scena del mondo, non con le parole, ma con i fatti ha pronunciato. Quale discorso? Quello dell’umiltà; è questa la lezione fondamentale del mistero di Dio fatto uomo, ed è questa la medicina prima di cui abbiamo bisogno (cfr. S. Agostino, La Trinità 8, 5, 7; P.L. 42, 952). È da questa radice che può rinascere la vita buona. E il secondo pensiero si riferisce all’umanità del Natale: siamo in adorazione d’una nascita, d’un bambino, d’un presepio; la vita umana è celebrata nella sua più sacra espressione: ogni culla, ogni creatura umana, ogni infanzia oggi è irradiata dalla luce soavissima di Maria e di Gesù. L’invito è forte e incantevole: bisogna evangelicamente ritornare bambini: «Se non vi farete piccoli come bambini, dirà poi Gesù Maestro, non potrete entrare nel Regno dei cieli» (Matteo 18, 2). Bisogna avere il culto della vita nelle sue forme più deboli, più innocenti, più essenziali. Bisogna ridestare nel cuore di carta, di ferro e di cemento dell’uomo moderno il palpito della simpatia umana, dell’affetto semplice, puro e generoso. della poesia delle cose native e vive, dell’amore.
Figli e Fratelli: volete che il Natale sia buono davvero? Dategli il suo autentico valore spirituale e riconoscetegli la sua profonda esigenza umana. Rendetelo pio e affettuoso, e lo renderete buono. Sappiate quest’oggi curvarvi amorosi sui vostri bimbi; sappiate quest’oggi associare, con qualche più generosa carità, i poveri, i sofferenti, i derelitti, i piccoli, in una parola; e avrete un Natale sincero, un Natale rigeneratore, un Natale felice. Quello che ora con la Nostra Benedizione a voi tutti di gran cuore auguriamo.

(Paolo VI, Omelia Messa di Natale, 25 dicembre 1964)

10 dicembre 2011

L'ascesa alla divinità


[Il primo passo nell’ascesa alla divinità] è la scoperta del Brahman, la Realtà unica che sta dietro a tutti i fenomeni. Poi viene la scoperta del fatto che questa Realtà unica che sta dietro a tutti i fenomeni, è una cosa sola con la Realtà che sta dietro la coscienza umana. Sia che partiamo dal mondo esterno per andare a scoprire la Realtà che gli sta dietro, sia che partiamo dal mondo interiore per andare a scoprire la realtà interiore, incontriamo questa Realtà unica, il Brahman o l’Atman, il "Sé", come viene chiamato. Ciò che vi è implicato, dunque, è la ricerca del Sé, della Realtà interiore dell’essere umano.

Nella Katha Upanishad (500 a.C.) si dice: «Superiore ai sensi (indriyas) è la mente (manas). Superiore alla mente è l’intelletto, la buddhi. Superiore all’intelletto è il Mahat, il grande sé. Superiore al Mahat è l’Avyakta, l’Immanifesto. Superiore all’Immanifesto è il Purusha», la grande Persona cosmica, la Realtà suprema. I gradi della conoscenza iniziano dai sensi, coi quali si ha l’esperienza immediata e la mente poi opera sui sensi. La mente che invece conosce la Realtà trascendente e i primi princìpi dell’essere e della verità è la Buddhi, ciò che Aristotele chiamava nous e Tommaso d’Aquino intellectus. In Occidente abbiamo raggiunto l’intelletto, ma lo stadio successivo, il Mahat, il grande Sé, il Sé cosmico o la coscienza cosmica, apre un nuovo orizzonte per l'Occidente stesso. La Katha Upanishad dice che si dovrebbe rimanere "nel Sé che è pace", nello Shantatman. Si va al di là del mondo degli dèi e degli angeli che sono al limite della creazione, nell’increato, alla fonte che è shanti, pace, la pace che supera la comprensione. Si va al di là della comprensione, al di là della mente. Questo è il cammino dello Yoga. Lo Yoga è definito come "questo fermo dominio dei sensi", oppure come "la cessazione dei movimenti della mente". Quando la mente cessa di muoversi e si centra su se stessa, inizia lo Yoga. Yoga significa "unione", unire, è l’integrazione di tutta la persona. Tutti gli elementi di questa natura devono essere portati in questa unità. A questo punto si fa esperienza di se stessi, del proprio Atman.

La Bhagavad Gita riconosce un triplice Yoga, karma, bhakti e jnana. In altre tradizioni, lo Yoga era lo Jnana Yoga, in cui venivano ricercate la conoscenza e la coscienza. La disciplina si occupava di come risvegliare i livelli superiori di coscienza e giungere al Supremo. La Bhagavad Gita, invece, riconosce che ci sono altre vie che conducono alla Realtà unica. La prima è la via del karma. Karma significa fondamentalmente "azione" e nelle tradizioni precedenti si diceva che l'azione non poteva mettere nessuno in condizione di raggiungere il Supremo. Karma ha, però, molti significati diversi ed il primo è "azione rituale". Era questo il significato originario di karma nei Veda. La considerazione che facevano i veggenti delle Upanishad era che non si può raggiungere questo livello di coscienza mediante l'azione rituale. Era la base dell'insegnamento di Shankaracharya, che diceva che non è mediante il rito (karma), ma mediante la conoscenza (jnana) che si conosce l'Uno. Così è necessario superare il rito. Ma la Bhagavad Gita dà un’accezione più ampia al termine karma, riferendosi non solo all'azione rituale, ma anche all'azione sociale e all'azione morale.

La situazione della Bhagavad Gita è questa: Arjuna, che rappresenta l'essere umano, è seduto su di un carro di fronte alla battaglia e Krishna, il Signore, viene a consigliarlo. Qui il carro rappresenta il corpo, Arjuna è la mente e Krishna lo spirito interno, il Signore che viene a consigliarlo. Ciò che Krishna dice ad Arjuna è che deve combattere la battaglia. Deve affrontare la vita e compiere la sua opera nel mondo. Per l'India è un passo molto importante, perché precedentemente si diceva che bisognava separarsi dal mondo, staccarsi da ogni attività e meditare in silenzio e in solitudine per poter raggiungere il Supremo. Questo è un sentiero, la via dell'asceta, del sannyasi, e viene riconosciuto anche nella Gita, ma ora si apre un altro sentiero, una via per chi conduce una vita familiare, per la persona ordinaria che vive la sua normale esistenza quotidiana, con l'azione compiuta nello spirito dello Yoga. Ci sono diversi modi di compiere la propria azione nello spirito dello Yoga. L'attaccamento è ciò che il Buddha chiamava tanna o trishna, aggrapparsi alle persone, aggrapparsi alle cose.

Questo attaccamento è, in realtà, l'attaccamento dell'ego nella persona ego-centrata. C'è un sé autentico, aperto a Dio e agli altri, e c'è un falso sé, che si aggrappa a se stesso e, centrandosi su di sé, vede tutto alla luce di se stesso. È il grande ostacolo ad ogni meditazione e ad ogni esperienza trascendente.

È molto importante che la Gita insegni il distacco e non dica che bisogna sopprimere i sensi. Nelle tradizioni più tarde spesso appare che bisogna cercare di sopprimere i sensi, invece la Gita insegna ad essere distaccati, a servirsi dei sensi, ma senza essere per nulla attaccati ad essi. È possibile essere completamente liberi in questa fruizione. Allo stesso modo non bisogna abbandonarsi ai sensi, perché allora si viene trasportati da essi. È il sentiero di mezzo del distacco dai sensi e lo si raggiunge col sacrificio. Sacrum facere è rendere una cosa sacra. La cosa sacrificata viene offerta a Dio. Ciò che la Gita introduce ora, proseguendo ciò che la Svetasvatara Upanishad aveva iniziato, è il concetto del Dio personale, che diventa la guida negli stadi superiori della contemplazione e dell’esperienza interiore.

In questo caso il Dio personale assume la forma di Krishna e tutte le opere che si compiono nella vita devono essere dedicate a lui nel sacrificio. Si offre al Signore supremo tutto ciò che si ha e tutto ciò che si fa. Soprattutto si offre se stessi, il proprio ego. Distaccandosi dalle persone e dalle cose, si sacrifica tutto ciò che si fa e tutto ciò che si pensa al Signore interiore. Ci si priva per bhakti, per devozione. Ci si priva per amore. A questo punto il cammino della meditazione non è solo un cammino di conoscenza, jnana, di coscienza, ma è anche un cammino d'amore, e mentre l'amore è rivolto, prima di tutto, al Signore, include anche gli altri, il "benessere del mondo".

Al termine della Bhagavad Gita, Krishna riassume il tutto dicendo: «Questa è la mia promessa, in verità, perché tu mi sei caro». È molto importante. A questo punto del processo si va al di là di se stessi e del mondo creato, e così si incontra il Dio personale. Si incontra l'amore: «Tu mi sei caro». Un altro passo avanti nella rivelazione è stato compiuto, quando si scopre in sé la realtà della persona. Il testo dice: «Lascia da parte tutte le cose», letteralmente tutti i dharma, «e vieni a me per la tua salvezza. Io ti libererò dai lacci del peccato. Non temere più». È il sentiero della bhakti, della devozione a un Dio personale, naturalmente molto vicino al cammino cristiano.


Nota:
Bede Griffiths (1906-1993), nato in Inghilterra da famiglia anglicana, dopo un travagliato itinerario di ricerca spirituale, si converte al cattolicesimo e diventa monaco benedettino. Nel 1955 si trasferisce in India divenendo guida spirituale del Saccidananda Ashram, fondato qualche anno prima da Jules Monchanin ed Henri Le Saux, chiedendone l'incorporazione alla Congregazione Monastica Camaldolese. In questo breve estratto, dal bellissimo libro Una nuova visione della realtà. Scienza occidentale, misticismo orientale e fede cristiana, Appunti di Viaggio, Roma 2005, egli ci fornisce un itinerario di ascesa alla divinità per il mondo hindu, facendo raffronti con la fede cristiana. Ovviamente, il testo è una semplice e libera estrapolazione da un volume di oltre 350 pagine e quindi si potrebbe non cogliere perfettamente lo spirito, ma credo sia un assaggio interessante e stimolante alla ricerca di una lettura più completa. Soprattutto un invito a non rimanere ancorati a un concetto di mistica legata soltanto al cristianesimo e alla sua storia, ma aperta alle tradizioni (a volte precedenti) così ricche di intensità espressiva e di verità.