30 ottobre 2011

L'ora dell'impazienza


Un giorno ho accordato al filosofo Eufrate il permesso di suicidarsi. Nulla mi sembrava più semplice: un uomo ha il diritto di stabilire in quale momento la sua vita cessa d'essere utile. Non sapevo, allora, che la morte può divenire oggetto d'un amore cieco, d'una fame come quella dell'amore. Non avevo previsto le notti in cui avrei arrotolato il balteo intorno alla mia daga, per costringermi a riflettere due volte prima di servirmene. Arriano solo ha intuito il segreto di questo duello senza gloria contro il vuoto, l'aridità, la stanchezza, il disgusto d'esistere, che sbocca nel desiderio di morire. Volevo morire: non volevo soffocare; la malattia disgusta della morte; si vuol guarire, che è una maniera di voler vivere. Ma la debolezza, la sofferenza, mille miserie corporali dissuadono ben presto il malato dal provarsi a risalire la china: non si vuol saperne di tregue che sono tranelli, di forze vacillanti, di ardori incompleti, di questa perpetua attesa della prossima crisi. 



Mi riprese l'ossessione della morte, ma, questa volta, a provocarla erano cause visibili, confessabili; non avrebbe potuto sorriderne nemmeno il mio peggiore nemico. Nulla mi tratteneva più: si sarebbe ben compreso che l'imperatore, ritiratosi nella sua casa di campagna dopo aver sistemato gli affari del mondo, prendesse le misure necessarie per facilitare la propria fine. Ma la sollecitudine dei miei amici equivale a una sorveglianza assidua: ogni malato è un prigioniero. Non mi sento più la forza che mi ci vorrebbe per immergere la daga nel punto esatto, segnato un giorno con inchiostro rosso all'altezza del cuore. Per preparare il suicidio avrei dovuto adottare le precauzioni d'un assassino che predispone il colpo. Avevo la fiducia più completa in Giolla, il giovane medico d'Alessandria che Ermogene s'era scelto come sostituto durante la sua assenza l'estate scorsa. Aveva ritrovato la formula dei veleni straordinariamente sottili scoperti un giorno dal chimico di Cleopatra. Gli bastò un cenno per comprendermi; mi compiangeva; non poteva che darmi ragione. Ma il suo giuramento ippocratico gl'interdiceva di somministrare a un malato una droga nociva, sotto qualsiasi pretesto; rifiutò, irrigidendosi nel suo onore di medico. Insistetti; divenni perentorio; impiegai tutti i mezzi per tentare d'impietosirlo o corromperlo; sarà lui l'ultimo uomo che ho supplicato. Vinto, mi promise di andare a prendere la dose del veleno. L'attesi invano fino alla sera. Sul tardi, nella notte, seppi con orrore che l'avevano trovato morto nel laboratorio, una fiale di vetro tra le mani. Quel cuore schivo da compromessi aveva trovato questo mezzo per restare fedele al suo giuramento senza rifiutarmi nulla.

L'indomani Antonino mi si fece annunciare: l'idea che un uomo che egli s'era abituato ad amare e venerare come un padre soffrisse tanto da cercar la morte gli era insopportabile. Gli pareva d'aver mancato ai suoi obblighi di figlio. Mi prometteva di unire i suoi sforzi a quelli delle persone che mi stavano intorno per curarmi, per portare sollievo ai miei mali, rendermi la vita amabile e dolce sino all'ultimo, fors'anche guarirmi. Contava su di me perché continuassi a guidarlo e istruirlo il più a lungo possibile. So quel che valgono queste dichiarazioni, queste ingenue promesse; vi trovo tuttavia un sollievo, un conforto. Le semplici parole di Antonino mi hanno convinto; prima di morire, riprendo possesso di me stesso. Patientia: ieri ho visto Domizio Rogato, incaricato di presiedere a un nuovo conio; gli ho dato questo motto, la mia ultima parola d'ordine. L'esistenza m'ha dato molto, o perlomeno io ho saputo ottenere molto da lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per ragioni completamente opposte, mi sembra che non abbia più niente da offrirmi; ma non sono certo di non avere più nulla da imparare da lei. Ascolterò fino all'ultimo le sue istruzioni segrete.

Per tutta la vita, mi sono fidato della saggezza del mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni che questo amico mi procurava; devo a me stesso d'apprezzarne anche le ultime. Non respingo più quest'agonia fatta per me, questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie, forse ereditata da un antenato, preparata poco a poco da ciascuno dei miei atti nel corso della mia vita. L'ora dell'impazienza è passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a precipitare la mia morte.

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Nota Personale:
Traggo da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (1903-1987) questo brano dal capitolo "Patientia". Tutti i più grandi della storia si sono confrontati, in rapporto alla loro funzione pubblica, con il problema della morte, del male e della possibilità del suicidio dinanzi ad una prospettiva di sofferenza lenta e continua, inesorabile. D'altronde, il concetto di dignità umana era strettamente legato al ruolo o al rango sociale di un individuo. E l'invalidità corporea (malattia, infermità o menomazioni di qualunque tipo) era una diminuzione della propria dignità ed utilità sociale. Il brano, bellissimo nella sua sofisticata narrazione, ci illumina su ciò che poteva percorrere la mente di un grande personaggio. Sono riflessioni che possono rendersi attuali e farci comprendere che, spesso, il male sofferto in solitudine è una tentazione potente per terminare prima del tempo il nostro cammino terreno. A volte l'affetto che ci contorna ci fa riprendere possesso di se stessi, ma non sempre è occasione di ripensamento, a volte non basta neanche quello. Al termine, possiamo pensare con Adriano che la morte non è solo frutto di decisione personale (così come la nascita che ci è donata), rifugio dalle traversie di questo mondo e che la vita, fino all'ultimo, può insegnarci qualcosa di importante, se solo sappiamo usare pazienza, ossia la capacità di attendere fino alla fine che si compia il nostro destino.
 
(Già pubblicato in www.mistica.info in pagine non più presenti. La foto è personale.)

29 ottobre 2011

Abitiamo nella nostra morte



Antonio saluta voi, cari figli d’Israele, secondo la vostra natura spirituale. Poiché siete figli d’Israele, non è necessario che io ricordi tutti i vostri nomi. I nomi, infatti, appartenendo alle cose della terra, sono temporanei. Figli miei, il mio amore per voi non deriva dalla carne, ma dallo spirito che è opera di Dio. Perciò non mi stanco di pregare Dio per voi giorno e notte perché possiate conoscere la grazia che il Signore vi ha donato. Dio non visita una sola volta le sue creature, ma le assiste fin dalla creazione del mondo e in ogni generazione risveglia ciascuno con i doni della sua grazia.
Ora, figli, non trascurate di invocare Dio giorno e notte e di far violenza, per così dire, alla bontà del Padre ed egli dal cielo vi manderà colui che vi insegnerà a riconoscere ciò che è bene per voi. Figli, in verità noi abitiamo nella nostra morte, dimoriamo nella casa del ladro, siamo legati dai ceppi della morte. Dunque, non concedete sonno ai vostri occhi, né riposo alle vostre palpebre (Sal 131,4), ma offritevi vittime a Dio in tutta purezza, quella purezza che nessuno può ereditare se non ne sia già in possesso. Figli cari nel Signore, abbiate ben chiare queste parole: se farete il bene, sarete causa di consolazione per i santi, di felicità per gli angeli nel loro ministero, di gioia per Gesù nella sua venuta. Fino a quell’ora i santi e gli angeli non si daranno pace pensando a noi. E darete gioia anche alla mia anima, a me misero che abito in questa casa di fango.
In verità, cari figli, questa nostra infermità e questa nostra spiacevole condizione è motivo di dolore per tutti i santi, i quali piangono e gemono per noi davanti al Creatore di tutte le cose. Per questo, per il gemito dei santi Dio si adira per le nostre azioni malvagie. Ma se faremo progressi nella giustizia, daremo gioia all’assemblea dei santi ed essi con letizia e con gioia innalzano preghiere al Creatore. E il Creatore dell’universo gioisce per le nostre azioni, testimoniate dai suoi santi, e ci concede doni grandissimi.

2. Sappiate che Dio ama sempre le sue creature: la loro natura è immortale e non è destinata a dissolversi insieme col corpo. Dio ha visto la natura spirituale precipitare nell’abisso e trovarvi morte totale. La legge dell’alleanza si è inaridita ma Dio nella sua bontà ha visitato le creature per mezzo di Mosè (cf. II lettera 2). Mosè gettò le fondamenta della casa della verità e desiderò sanare la grande ferita, ma non vi riuscì e partì. Poi di nuovo ci fu l’assemblea dei profeti, i quali costruirono sulle basi di Mosè, ma anch’essi non riuscirono a sanare la grande ferita del genere umano e si riconobbero impotenti. Poi si riunì l’assemblea dei santi che pregarono il Creatore dicendo: «Non v’è forse balsamo in Galaad? Non c’è più nessun medico? Perché non si cicatrizza la ferita della figlia del mio popolo?» (Ger 8,22) e «Abbiamo curato Babilonia, ma non è guarita. Lasciatela e andiamo ciascuno al proprio paese» (Ger 51,9).
Tutti i santi imploravano la bontà del Padre riguardo al Figlio unigenito. Se non fosse venuto, nessuna creatura avrebbe potuto sanare la grande ferita dell’uomo e così il Padre, nella sua bontà, disse: «Tu, figlio dell’uomo, fa’ il tuo bagaglio da deportato, preparati a emigrare» (Ez 12,3). Il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,32), «schiacciato per le nostre iniquità; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5). Ci ha radunati dai confini della terra, ha fatto risorgere il nostro intelletto dalla terra, ci ha insegnato che siamo membra gli uni degli altri.

3. Figli, fate attenzione perché non, si dica di noi ciò che Paolo afferma: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1,16). Ognuno di voi laceri il suo cuore, pianga davanti a Dio e dica: «Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?» (Sal 115,12). Temo, o figli, che si applichi a noi la frase: «Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba?» (Sal 29,10). In verità, figli, a voi «parlo come a persone intelligenti» (1Cor 10,15) perché comprendiate quel che attesto: se ognuno di voi non odia tutto ciò che appartiene alla terra, se non rinuncia ad essa e a tutte le sue opere con tutto il cuore, se non innalza al cielo verso il Padre le mani del suo cuore, ebbene costui non potrà essere salvo.
Se uno, invece, farà come ho detto, Dio avrà misericordia della sua fatica, gli concederà il fuoco invisibile (= il dono dello Spirito), annienterà tutte le sue impurità e renderà puro lo spirito. Anche lo Spirito Santo abiterà con noi, Gesù starà accanto a noi e noi potremo adorare Dio come si conviene. Ma finché siamo legati alle cose del mondo, siamo nemici di Dio, dei suoi angeli e di tutti i suoi santi.

4. Ora, miei cari, in nome di nostro Signore Gesù Cristo vi prego di non trascurare la vostra salvezza. Questo breve tempo non vi faccia smarrire il tempo eterno, il corpo corruttibile non vi offuschi il regno della luce ineffabile, il luogo dove subite il castigo non vi faccia smarrire il trono degli angeli del giudizio. In verità, figli, il mio cuore si meraviglia e la mia anima è atterrita perché noi tutti ci dilettiamo come se fossimo ubriachi. Ognuno di voi ha venduto se stesso seguendo la propria volontà, noi ci lasciamo dominare da essa e non vogliamo volgere il nostro sguardo al cielo per cercare la gloria celeste, l’opera di tutti i santi per camminare sulle loro orme.
Dunque, capite: gli angeli del cielo, gli arcangeli, i troni, le dominazioni, i cherubini, i serafini, il sole, la luna, le stelle, i patriarchi, i profeti, gli apostoli, il diavolo, Satana, gli spiriti del male, il principe dell’aria, insomma, uomini e donne, fin dalla creazione appartengono a un’unica sostanza. Al di fuori di questa c’è soltanto la perfetta e beata Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Per il malvagio comportamento di alcune creature, Dio fu costretto a imporre loro un nome a seconda delle loro opere. Ma a quelle che maggiormente hanno progredito, darà gloria in abbondanza.

(Antonio Abate, Lettera n. 3)

26 ottobre 2011

La forza della fragilità


Sento forte il desiderio di svelare la mia fragilità, di mostrarla a tutti coloro che mi incontrano, che mi vedono, come fosse la mia principale identificazione di uomo, di uomo in questo mondo. Un tempo mi insegnavano a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti, che avrebbero impedito di far risaltare i miei pregi e di farmi stimare. Adesso voglio parlare della mia fragilità, non mascherarla, convinto che sia una forza che aiuta a vivere.
«Fragilità» ha la stessa radice di frangere, che significa rompere.
La fragilità di un vetro pregiato di Murano o di un cristallo di Boemia: bello, elegante, ma basta poco perché si frantumi e si trasformi in frammenti inservibili. Conoscendone la natura, si deve stare attenti a come lo si usa, a come lo si conserva: occorre tenerlo lontano da luoghi in cui si compiono azioni d'impeto, perché altrimenti quel vetro pregiato si fa nulla, solo ricordo.
«Fragile» significa anche delicato, gracile.
Come un fiore: basta un colpo di vento e un petalo si stacca e perde il suo profumo, divelto dalla sua funzione, muore.
Il contrario di fragile è resistente, tetragono, indistruttibile.
Si pensa agli oggetti in acciaio, alle rocce di una montagna. All'uomo di roccia, non di vetro, all'uomo potente, non fragile: c'è e tra un attimo potrebbe svanire, pezzi di un'unità defunta, come non fosse mai stato.
Si sente dire che l'educazione deve edificare un bambino forte, un uomo di coraggio che affronta le lotte e le vince.
La timidezza, invece, va curata e prima ancora nascosta; la paura va dimenticata e sostituita con la potenza e per questo ci si allena a battere un nemico, prima immaginario e poi di carne; e l'abilità sta proprio nel romperlo e non nel venire rotti.
Ecco la differenza tra i due opposti: la fragilità e la forza.
«Grandi» si crede siano coloro che hanno sempre vinto, mentre i «gracili» in un attimo si incrinano, si frantumano in tanti piccoli pezzi che non permettono di venire ricomposti.
Io sono fragile e, paradossalmente, sono portato a parlare di forza della fragilità: di forza, anche se lontano dalla stabilità, dalla infrangibilità.
Ho dedicato il mio tempo alla follia, al dolore mascherato di insensatezza, di depressione; alla sofferenza che si fa silenzio, che sdoppia le identità e fa di un uomo uno schizofrenico.
Un lavoro che molti ritengono esclusivo dei forti, degli uomini di ferro che magari si piegano ma non si rompono, degli uomini di pietra cui il vento rende liscia la pelle, che cambiano forma, ma non perdono mai la durezza e il destino fissati per sempre.
La fragilità richiama il tempo e la caducità del tempo, del tempo che passa. Ebbene, se sono stato, e sono, un buon psichiatra, se ho aiutato i miei matti, ciò è avvenuto per la mia fragilità, per la paura di una follia che si annida dentro di me, per la fragilità che avverto capace di sdoppiarmi, di togliermi la voglia di vivere e di rendermi simile a un depresso che chiede soltanto di scomparire per cancellare il dolore di cui si sente plasmato.
E il dolore è una qualità dell'essere fragile.
Ecco perché voglio gridare la mia fragilità, dirlo ai miei matti, a tutti coloro che corrono da me per ancorarsi a una roccia. Devono sapere che semmai si attaccano a un vetro di Boemia, a un vaso di Murano, colorato, magari soffiato in forme curiose e piene di fascino. Come un vetro io, psichiatra fragile, tante volte ho corso il rischio di rompermi.
Una gracilità che però aiuta l'altro a vivere, che mi ha permesso di capire la fragilità e di rispettarla, di stare attento a non manipolare gli uomini, a non falsificarli. Ho amato persino i frammenti di uomo, mi sono dedicato con pazienza a metterne insieme i suoi pezzi.
La fragilità rifà l'uomo, mentre la potenza lo distrugge, lo riduce a frammenti che si trasformano in polvere.
Iside era la sorella-sposa di Osiride, salito sul trono dell'antico Egitto per volontà del padre che, morendo, lo aveva preferito al primogenito. Iside e Osiride vivevano insieme e l'uno comprendeva l'altro e lo aiutava. La pace regnava su quel paese e tutti stimavano la coppia regale e l'amavano.
Con l'eccezione di Set, il fratello di Osiride, che invece voleva solo la sua morte per sostituirlo al potere, e per questo lo uccide a tradimento e, per impedire che potesse trovare un posto in cielo da dove potersi vendicare, lo taglia in quattro pezzi e li disperde sulla terra.
Iside, affranta dal dolore, ripercorre il Nilo, viaggia in paesi fuori del regno per cercarli e alla fine li trova e li ricompone, e dai frammenti rinasce l'uomo, Osiride, che ritorna in vita, qui sulla terra.
Ecco il lavoro dello psichiatra svolto da una donna fragile, fragile da quando è rimasta senza il fratello amato: una separazione che sa di frattura.
L'uomo fragile mette insieme.
Iside si dedica alle cose rotte, cerca di ricomporle.
Ma Set vuole il regno e, invitato il fratello a casa, lo uccide ancora. Questa volta, del suo corpo ne fa tredici pezzi e li disperde in un'area in cui è impossibile pensare di poterli ritrovare. Iside, sempre più fragile, corre e cerca quei pezzi per farne di nuovo il proprio uomo, senza del quale non le sembra possibile vivere.
Un innamorato è fragile, chi ama ed è lontano dal proprio amore si lamenta, si sente incapace di stare in questo mondo e invoca l'amato, lo cerca, come se cercasse una parte di sé, senza della quale egli è un frammento, incompleto.
Con la forza della fragilità di colei che ha bisogno dell'altro, Iside trova dodici pezzi e ricostruisce l'effigie del fratello, e persino il suo sorriso di uomo buono.
Ora cerca l'ultimo, va attaccato al pube, ma non lo trova, e così non può riportarlo in vita, anche se seppellendolo gli dà pace in cielo.
Chissà perché parlando della mia fragilità di psichiatra mi è venuto in mente questo mito, e chissà perché, descrivendolo ora mi torna in mente il Cantico dei Cantici, attribuito a Salomone.
Il Cantico dei Cantici è una storia d'amore, una bellissima storia d'amore. Lei non desidera che stare con lui e finalmente può dormire nello stesso letto, e così si addormenta felice. Ma al risveglio lui non c'è più ed ella è presa dalla disperazione, dalla paura che sia scappato, che sia morto, e allora esce e corre dappertutto a cercarlo e incontra le guardie e le interroga se mai abbiano visto «il mio amore». Va persino nelle osterie a vedere se si trovasse con dei compagni, ma invano.
Senza di lui è solo un pezzo di esistenza, ne avverte la mancanza, non si accorge di ciò che ha e che incontra, ma soltanto di ciò che non ha più: l'assenza riempie di dolore la sua mente e vaga senza altro scopo e senza altra meta che incontrarlo e non si rammenta nemmeno della vastità del mondo e della difficoltà di trovare il suo amore, di cui avverte il sapore dei «baci sulla bocca».

(tratto da Vittorino Andreoli, L'uomo di vetro. La forza della fragilità, BUR, Milano 2008)