15 maggio 2011

Dove termina la creatura (di Giovanni Omega)



di Giovanni Omega (***)


Dove termina la creatura, là inizia a essere Dio. Da te Dio non desidera altro che tu esca da te stesso, secondo il modo d’essere della creatura, e lasci Dio essere Dio in te.

Meister Eckhart

Vuoi abbandonare la creatura, terminare la creatura, uscire da te stesso? Qual è il valore di tale volontà?

La prima cosa da comprendere è che gli esseri umani possono volere non solo cose diverse in successione (la volontà che si ripropone alla sera di alzarsi presto contraddice la volontà di poltrire nel letto la mattina), ma anche volere cose diverse allo stesso tempo, persino inconsciamente. Noi possiamo avere la volontà e persino la convinzione di non temere la morte e dopo essere spaventati, quando siamo in una situazione pericolosa per il nostro corpo, e qui facilmente si può pensare alla volontà che si scontra piuttosto con un istinto, che pur sempre si palesa facendoci volere qualcosa. Ma persino nelle nostre azioni quotidiane possiamo avere la volontà di compiere certi atti ed avere volontà inconsce che non li accettano, li combattono.
Possiamo voler considerare ciò che è nostro come degli altri e ciò che è degli altri come nostro, volendo non far differenza fra noi stessi e il prossimo. Eppure, nella esperienza concreta della spoliazione o della mancanza, si soffre. Possiamo voler amare ed essere persino convinti di amare profondamente qualcuno senza condizioni, come noi stessi, ma nel concreto fare e vivere questo amore essere indispettiti per ciò che lui fa, per l’onere che ci è imposto, o per la costrizione e le alternative negate dalla nostra cura (è un conflitto vissuto con terribili sensi di colpa specialmente fra coloro che devono prendersi cura ininterrotta e protratta di chi è infermo, e che a tutti i costi e fino all’ultimo cercheranno di negare il proprio conflitto).

A questo punto noi ci immaginiamo l’accadere di una volontà di amare Dio, di amare il prossimo, una volontà di distacco e di terminare la nostra creatura, di uscire da noi stessi per Dio, così forte da vincere tutte le volontà contrarie, e pensiamo che questo sia “arrivare alla meta”, la realizzazione spirituale. E se non vi riusciamo lo sentiamo come nostra colpa di non amar Dio abbastanza. E tanto più forte sarà la nostra volontà di santità tanto più forte la sofferenza per il conflitto che crea, per il suo fallire, perché essa non riesce a sconfiggere davvero tutte le altre volontà contraddittorie. Talvolta ci può essere l’illusione di esserci riusciti, a costo di tremenda durezza e battaglia (così nasce l’ascetismo), ma la vittoria è sempre in pericolo, la forza applicata comprime una massa che può esplodere da un momento all’altro.

Infatti, immaginandoci tale forza di volontà - che vince le volontà opposte - come massima realizzazione spirituale, ci sbaglieremmo. Quello che stiamo immaginando in questo modo è ancora guerra. È ancora la vittoria di una determinazione, di una volontà, su un’altra.

Ogni cosa, e anche ogni volontà, è una negazione. Ognuna nega l’altra, perché questo è il regno del Polemos e del conflitto, la regione della dissomiglianza.

L’affermarsi di Dio non è l’affermarsi di una volontà su di un’altra. Dio non è una negazione, Dio è la negazione di ogni negazione.

Per questo non possiamo neppure volere che Dio, in quanto Alterità numinosa, possa lui farci volere giusto, facendoci vittoriosi sul campo di battaglia. Dio non scende in guerra, la guerra è nostra, e lui risplende sul campo di battaglia illuminando buoni e cattivi (Perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni). Mentre noi assordiamo il cielo chiedendo all’Alterità numinosa l’intervento, versando lacrime affinché Egli si dia a noi o ci dia la morte, che ci tolga a noi stessi, ad ogni costo.

Il punto fondamentale è che la guerra è nostra, la volontà è nostra, ed essa non terminerà mai finché ci siamo noi. È nell’estinzione dell’identità personale e agente, nell’estinzione della differenza, che la Gottheit irrompe con il suo non volere. Solo Dio esiste e niente altro. Nulla è, fuorché lui. Se si mantiene qualsiasi differenza si rimane nel campo di battaglia, da una parte o dall’altra, fra le fila dei buoni e dei cattivi, più spesso in entrambe le fila, perpetuando la guerra nel nostro animo, nel conflitto interiore anche con noi stessi.

L’ultima volontà, quella di uscire dalle fila uscendo da noi stessi e di realizzare che solo il Sole esiste e che tutte le epopee della persona sono un’illusione, è ancora una volontà e una battaglia.

Il Figlio dell’uomo non ha un posto dove appoggiare il capo.
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Solo nel non luogo dove io non sono, solo nel luogo dove non esiste alcuna alterità numinosa in quanto alterità, dove non c’è nessuno che chieda o voglia o sappia niente, solo laggiù regna la pace.

Giovanni Omega

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Giovanni Omega, una non-presentazione (***)

Il creatore e curatore di questo sito, che ospiterà alcuni miei interventi, ha chiesto una breve presentazione di me stesso e questo è il compito più difficile. Presentarsi è distinguersi, essere questo e non quello, un dichiararsi in una forma determinata.

Al contempo, il senso stesso di questo scrivere qui è la rimozione della propria determinazione e di ogni distinzione. Se ogni ente, nel suo esser determinato, è la negazione di un altro, l'esser così e non altrimenti, il senso stesso della mistica è nella negazione di ogni negazione, nel venir meno di ogni distinzione. Ciò è riconosciuto come approdo e come origine, e come vera sostanza pure di ciò che sta in mezzo. Persino lo scrivere e il comunicare, come incessante determinarsi del suo contenuto, fallisce sempre in questa meta. Meta che, proprio nella sua indeterminatezza (Apeiron in questo senso originario), rimane indicibile e incomunicabile all'altro in quanto altro. Attingibile solo perché è il fondamento e la verità di sé stessi e in sé stessi, nella negazione dell'alterità.

Eppure tocca darsi un nome, cosa che, come aveva ben capito il più grande e mistico dei drammaturghi italiani – è in sé stessa dramma e commedia.

Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso.

Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.... muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori [Luigi Pirandello]

Tanto più è all'esterno e tanto più è all'interno, così diceva Meister Eckhart, e su questo esterno ed interno spero di ritornare nei miei prossimi interventi. Perché se sembra che non si possa essere in astratto, non si possa essere se non questo o quello, l'esser questo o quello è morte, lontanza estrema dalla vera fonte e dalla nostra vera essenza. Così che l'andar fuori di sé, il perdersi, è l'unico modo per ritrovare il proprio intimo e vero sé.

Uno pseudonimo, Giovanni Omega nel nostro caso, è l'escamotage classico di chi non vuol fare nomi. Un prenderne altri, rinunciando al proprio.

Ricordo che più di venti anni fa, ai tempi dell'esame di maturità, andai a leggere alcune recensioni critiche di Uno, nessuno e centomila, l'opera di Pirandello da cui è tratto il frammento precedente. Mi imbattei in una analisi critica di una dotta e affermata letteraria che esordiva parlando del protagonista, Vitangelo Moscarda, come di un fallito, un buono a nulla, un personaggio che non avrebbe potuto essere interessante, e con ciò volendo lodare Pirandello per avercelo fatto apprezzare comunque. Ciò che ricordo soprattutto è il mio stupore di allora, leggendo che qualcuno potesse avere visto in quel modo Moscarda. Ai tempi non sapevo neppure cosa fosse la mistica, ma alla prima lettura Vitangelo Moscarda mi era parso in tutta la sua grandezza e bellezza. Si, Vitangelo era oltre il personaggio, il suo era un itinerarium mentis in Deum. Non potevo concepire che qualcuno lo potesse vedere come un fallito, piuttosto che un eroe.

Ma bisogna togliersi anche i panni dell'eroe, perché in verità vi sono solo panni poveri e panni ricchi, ma la nostra realtà rimane la stessa, cioè niente. E se proprio i panni interessano, allora sia chiaro che quelli che indosso quotidianamente non hanno mostrine da teologo, carte accademiche, riconoscimenti culturali o professionali. Il mio personaggio di tutti i giorni è un Vitangelo Moscarda qualsiasi, senza arte né parte, e se qualche critico letterario o persona riconosciuta nell'arte di saper vivere mi conoscesse personalmente, potrebbe benissimo ripetere per me il giudizio cattivo che toccò a Vitangelo Moscarda.

Ma che importa? Non vendo niente. Non ho bisogno di riconoscimenti e titoli accademici per dar valore a quello che dico. Perché quello che dico sarà chiaro solo a chi sa già, o è già, quello che voglio dire. Tutto, infatti, è tautologia.