19 settembre 2010

Le allegre comari


In un vecchio articolo del settimanale dei Paolini “Famiglia Cristiana” (n. 29 del 17 luglio 2006, rintracciabile per intero al seguente link: http://sanpaolo.org/fc06/0629fc/0629fc48.htm) a proposito del pettegolezzo (o “gossip” come si usa dire al giorno d’oggi), si legge l’opinione di un religioso:

«Diciamo con sincerità che pure tra i credenti e i praticanti c’è poca sensibilità nei confronti di questo tema», spiega padre Mario Cattoretti, domenicano, da molti decenni uno dei più noti e amati predicatori milanesi. «Il pettegolezzo è peccato? Oggi nessuno verrebbe a confessare qualcosa di simile, mentre in passato era più sentito come un comportamento decisamente non cristiano. Oggi c’è un frugare in tutti gli angoli della vita e dei sentimenti degli altri, che poi sfocia in situazioni decisionali. Si è persa quell’omiletica che sottolineava l’infamia, per usare una parola forte, di chi contrabbanda la falsità come una verità. Per non parlare, poi, di chi si fa "tribunale" di tutte le situazioni. Non dimentichiamo che c’è una profonda differenza tra il giudicare in coscienza quel che accade e il dare una propria interpretazione di un fatto ed ergersi a pronunciare sentenze sugli altri».

La definizione di pettegolezzo che ne danno i dizionari italiani è questa: “Chiacchiera inopportuna e indiscreta, tesa a mettere in cattiva luce qualcuno, a commentarne maliziosamente la condotta” oppure “Chiacchiera, ciancia indiscreta, maliziosa o maligna”. Ovviamente, viene sottolineata l’intenzione (mettere in cattiva luce qualcuno), la natura (inopportuna e indiscreta) e l’aggravante (maliziosa o maligna). La malizia è quasi un sinonimo di malignità e si tratta di un’inclinazione consapevole al male che porta a dire o fare cosa audace, ardita, pungente o a giudicare male gli atti e le parole altrui (sempre secondo le definizioni da dizionario).

Che non si tratti di un peccato da poco è abbastanza evidente solo dalle definizioni dei termini. E che non sia più confessato mi sembra del tutto palese: in primo luogo, perché il sacramento della confessione è ormai desueto anche per molti cattolici; secondariamente perché quei pochi che ancora si confessano in maniera regolare od occasionale non fanno altro che ripetere peccati che gli stessi sacerdoti sono stanchi di sentirsi dire, tacendone altri molto gravi, ma che, alla coscienza del penitente non risultano tali.

In verità, il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 tratta questi argomenti non sottovalutandone la portata. Parlando delle fonti della moralità, in una sezione dedicata alla dignità della persona, è interessante rileggere alcune frasi scritte in maniera molto chiara che fanno luce anche sul pettegolezzo (a partire dalla famiglia, al cortile, al luogo di lavoro, alla chiesa, alle varie comunità, ai giornali e alla televisione, che ne fanno oggetto di speculazione e guadagno). Si leggerà così che: “Un'intenzione buona (per esempio, aiutare il prossimo) non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto (come la menzogna e la maldicenza). Il fine non giustifica i mezzi.”

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

1749 La libertà fa dell'uomo un soggetto morale. Quando agisce liberamente, l'uomo è, per così dire, padre dei propri atti. Gli atti umani, cioè gli atti liberamente scelti in base ad un giudizio di coscienza, sono moralmente qualificabili. Essi sono buoni o cattivi.
I. Le fonti della moralità
1750 La moralità degli atti umani dipende:
— dall'oggetto scelto;
— dal fine che ci si prefigge o dall'intenzione;
— dalle circostanze dell'azione.
L'oggetto, l'intenzione e le circostanze rappresentano le «fonti», o elementi costitutivi, della moralità degli atti umani.

1751 L'oggetto scelto è un bene verso il quale la volontà si dirige deliberatamente. È la materia di un atto umano. L'oggetto scelto specifica moralmente l'atto del volere, in quanto la ragione lo riconosce e lo giudica conforme o no al vero bene. Le norme oggettive della moralità enunciano l'ordine razionale del bene e del male, attestato dalla coscienza.

1752 Di fronte all'oggetto, l'intenzione si pone dalla parte del soggetto che agisce. Per il fatto che sta alla sorgente volontaria dell'azione e la determina attraverso il fine, l'intenzione è un elemento essenziale per la qualificazione morale dell'azione. Il fine è il termine primo dell'intenzione e designa lo scopo perseguito nell'azione. L'intenzione è un movimento della volontà verso il fine; riguarda il termine dell'agire. È l'orientamento al bene che ci si aspetta dall'azione intrapresa. Non si limita ad indirizzare le nostre singole azioni, ma può ordinare molteplici azioni verso un medesimo scopo; può orientare l'intera vita verso il fine ultimo. Per esempio, un servizio reso ha come scopo di aiutare il prossimo, ma, al tempo stesso, può essere ispirato dall'amore di Dio come fine ultimo di tutte le nostre azioni. Una medesima azione può anche essere ispirata da diverse intenzioni; così, per esempio, si può rendere un servizio per procurarsi un favore o per trarne motivo di vanto.

1753 Un'intenzione buona (per esempio, aiutare il prossimo) non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto (come la menzogna e la maldicenza). Il fine non giustifica i mezzi. Così, non si può giustificare la condanna di un innocente come un mezzo legittimo per salvare il popolo. Al contrario, la presenza di un'intenzione cattiva (quale la vanagloria) rende cattivo un atto che, in sé, può essere buono (quale l'elemosina).

1754 Le circostanze, ivi comprese le conseguenze, sono elementi secondari di un atto morale. Concorrono ad aggravare oppure a ridurre la bontà o la malizia morale degli atti umani (per esempio, l'ammontare di una rapina). Esse possono anche attenuare o aumentare la responsabilità di chi agisce (agire, per esempio, per paura della morte). Le circostanze, in sé, non possono modificare la qualità morale degli atti stessi; non possono rendere né buona né giusta un'azione intrinsecamente cattiva.

II. Gli atti buoni e gli atti cattivi
1755 L'atto moralmente buono suppone, ad un tempo, la bontà dell'oggetto, del fine e delle circostanze. Un fine cattivo corrompe l'azione, anche se il suo oggetto, in sé, è buono (come il pregare e il digiunare per essere visti dagli uomini).
L'oggetto della scelta può da solo viziare tutta un'azione. Ci sono comportamenti concreti – come la fornicazione – che è sempre sbagliato scegliere, perché la loro scelta comporta un disordine della volontà, cioè un male morale.

1756 È quindi sbagliato giudicare la moralità degli atti umani considerando soltanto l'intenzione che li ispira, o le circostanze (ambiente, pressione sociale, costrizione o necessità di agire, ecc.) che ne costituiscono la cornice. Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l'omicidio e l'adulterio. Non è lecito compiere il male perché ne derivi un bene.

III. Le offese alla verità
2475 I discepoli di Cristo hanno rivestito « l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera » (Ef 4,24). « Deposta la menzogna » (Ef 4,25), essi devono respingere « ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza » (1 Pt 2,1).

2476 Falsa testimonianza e spergiuro. Un'affermazione contraria alla verità, quando è fatta pubblicamente, riveste una gravità particolare. Fatta davanti ad un tribunale, diventa una falsa testimonianza. Quando la si fa sotto giuramento, è uno spergiuro. Simili modi di comportarsi contribuiscono sia alla condanna di un innocente sia alla assoluzione di un colpevole, oppure ad aggravare la pena in cui è incorso l'accusato. Compromettono gravemente l'esercizio della giustizia e l'equità della sentenza pronunciata dai giudici.

2477 Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno. Si rende colpevole:
— di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;
— di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano;
— di calunnia colui che, con affermazioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a giudizi erronei sul loro conto.

2478 Per evitare il giudizio temerario, ciascuno cercherà di interpretare, per quanto è possibile, in un senso favorevole i pensieri, le parole e le azioni del suo prossimo:
« Ogni buon cristiano deve essere più disposto a salvare l'espressione oscura del prossimo che a condannarla; e se non la può salvare, cerchi di sapere quale significato egli le dà; e, se le desse un significato erroneo, lo corregga con amore; e, se non basta, cerchi tutti i mezzi adatti perché, dandole il significato giusto, si salvi dall'errore ».

2479 Maldicenze e calunnie distruggono la reputazione e l'onore del prossimo. Ora, l'onore è la testimonianza sociale resa alla dignità umana, e ognuno gode di un diritto naturale all'onore del proprio nome, alla propria reputazione e al rispetto. Perciò la maldicenza e la calunnia offendono le virtù della giustizia e della carità.

2480 È da bandire qualsiasi parola o atteggiamento che, per lusinga, adulazione o compiacenza, incoraggi e confermi altri nella malizia dei loro atti e nella perversità della loro condotta. L'adulazione è una colpa grave se si fa complice di vizi o di peccati gravi. Il desiderio di rendersi utile o l'amicizia non giustificano una doppiezza del linguaggio. L'adulazione è un peccato veniale quando nasce soltanto dal desiderio di riuscire gradito, evitare un male, far fronte ad una necessità, conseguire vantaggi leciti.

2481 La iattanza o millanteria costituisce una colpa contro la verità. Ciò vale anche per l'ironia che tende ad intaccare l'apprezzamento di qualcuno caricaturando, in maniera malevola, qualche aspetto del suo comportamento.

2482 «La menzogna consiste nel dire il falso con l'intenzione di ingannare». Nella menzogna il Signore denuncia un'opera diabolica: «Voi [...] avete per padre il diavolo [...]. Non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44).

2483 La menzogna è l'offesa più diretta alla verità. Mentire è parlare o agire contro la verità per indurre in errore. Ferendo il rapporto dell'uomo con la verità e con il suo prossimo, la menzogna offende la relazione fondamentale dell'uomo e della sua parola con il Signore.

2484 La gravità della menzogna si commisura alla natura della verità che essa deforma, alle circostanze, alle intenzioni del mentitore, ai danni subiti da coloro che ne sono vittime. Se la menzogna, in sé, non costituisce che un peccato veniale, diventa mortale quando lede in modo grave le virtù della giustizia e della carità.

2485 La menzogna è per sua natura condannabile. È una profanazione della parola, la cui funzione è di comunicare ad altri la verità conosciuta. Il proposito deliberato di indurre il prossimo in errore con affermazioni contrarie alla verità costituisce una mancanza in ordine alla giustizia e alla carità. La colpevolezza è maggiore quando l'intenzione di ingannare rischia di avere conseguenze funeste per coloro che sono sviati dal vero.

2486 La menzogna (essendo una violazione della virtù della veracità) è un'autentica violenza fatta all'altro. Lo colpisce nella sua capacità di conoscere, che è la condizione di ogni giudizio e di ogni decisione. Contiene in germe la divisione degli spiriti e tutti i mali che questa genera. La menzogna è dannosa per ogni società; scalza la fiducia tra gli uomini e lacera il tessuto delle relazioni sociali.

2487 Ogni colpa commessa contro la giustizia e la verità impone il dovere di riparazione, anche se il colpevole è stato perdonato. Quando è impossibile riparare un torto pubblicamente, bisogna farlo in privato; a colui che ha subito un danno, qualora non possa essere risarcito direttamente, va data soddisfazione moralmente, in nome della carità. Tale dovere di riparazione riguarda anche le colpe commesse contro la reputazione altrui. La riparazione, morale e talvolta materiale, deve essere commisurata al danno che è stato arrecato. Essa obbliga in coscienza.