28 agosto 2010

Abbandonarsi a Dio


La ricchezza non è un ostacolo all'abbandono. Non bisogna appoggiarsi sul denaro, ma considerarlo come un deposito di cui si ha l'uso condizionato a scopi determinati. Se la ricchezza perdura, non bisogna inorgoglirsi o vantarsene davanti a chi ne beneficia, né ricercare la sua gratitudine e la sua lode, ma rendere grazie al Creatore benedetto che ha permesso di poter donare. Se sopraggiunge la sfortuna, non bisogna né rattristarsi né affliggersi, ma rendere ancora grazie a Dio per ciò che egli ha ripreso, cosi come lo si era lodato per i suoi doni. Occorre rallegrarsi della propria sorte, non cercare di nuocere a nessuno, né desiderare i beni altrui:

Il giusto mangia a sazietà della sua anima (Pro 13,25).

Nei confronti del mondo, l'abbandono dà al cuore il riposo dalle angosce mondane, libera dall'agitazione dell'anima e dalla sofferenza dei desideri inappagati; dà la calma, la quiete, la pace. Colui che si abbandona interamente è benedetto dal Signore, come un albero piantato in riva alle acque che stende le sue radici verso la corrente (Ger 17,7-8). L'abbandono impedisce all'anima di deviare in sentieri lontani che logorano il corpo e abbreviano la vita. Nel cammino infatti le forze si consumano e l'uomo avanza verso la morte (Sal 102,24).

Poco dopo la sua conversione, un asceta se ne andò in un paese lontano, in cerca di sostentamento. Vedendo un idolatra vicino alla città verso la quale si dirigeva, gli disse:

— A quale grado di accecamento e di stoltezza siete dunque ridotti per adorare delle immagini!
L'adoratore del fuoco replicò:
— Chi adori tu?
— Io adoro il Creatore, il potente, il sostentatore, l'unico, colui che fa sussistere, l'incomparabile.
— Ma i tuoi atti contraddicono le tue parole!
— In che cosa mai?
— Se tu dicessi il vero, il tuo Dio ti avrebbe sostentato nel tuo paese come ti nutre qui e tu non ti saresti preoccupato di venire in una terra cosi lontana.

L'asceta rimase senza risposta e ritorno quindi verso la sua città, da cui non uscì più.

L'abbandono libera l'anima e il corpo dalle azioni difficili, dalle imprese estenuanti; salva dal servizio dei re, dalle sue esigenze e dalle sue violenze. Colui che è completamente abbandonato a Dio si aspetta dalle cause intermedie della sussistenza soltanto ciò che dà il più grande riposo al suo corpo, l'onore intatto a se stessi, la libertà dello spirito e quella necessaria per praticare la religione, con la certezza che la causa intermedia non aggiunge o non toglie nulla se non per decreto divino. Né dall'Oriente, né dall'Occidente, né dal deserto proviene infatti il sostentamento, ma da Dio che è giudice: egli abbassa l'uno e innalza l'altro (Sal 75,7; Sal 23,2). In caso d'infortunio, di cattiva vendita, d'impossibilità d'incassare un credito, di malattia, l'abbandono diminuisce la sofferenza che nasce dalla miseria. Colui che si abbandona completamente sa che il Creatore benedetto dispone della sua vita per il meglio e sceglie ciò che è bene per lui meglio di quanto saprebbe fare egli stesso (Sal 62,6).

L'abbandono, infine, dà la gioia in tutte le situazioni in cui Dio vuole porre l'uomo, anche se fossero contrarie alla sua tendenza naturale. Esso dà la certezza che in ogni cosa Dio non ci fa che del bene, come una madre che allatta il proprio figlio, lo lava e lo avvolge nelle fasce malgrado le sue grida. È questa l'immagine che ci suggerisce il re profeta.

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e i miei occhi non guardano troppo in alto,
non mi inoltro fra le grandezze
troppo alte per me.
Ho reso la mia anima costante,
ridotta al silenzio,
come il bimbo svezzato vicino a sua madre,
come il bimbo svezzato è in me l'anima mia (Sal 131,2).

(Bahya Ibn Paquda, I doveri del cuore, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988, 4’ portico)

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Bahya Ibn Paquda è stato teologo, mistico e poeta ebreo dell’XI secolo, vissuto nella Spagna musulmana, esercitando, forse a Saragozza, la funzione di dajan, ossia di giudice di una corte rabbinica. Il suo capolavoro mistico, da cui è stato tratto il brano precedente, fu scritto in arabo intorno al 1080 e tradotto in ebraico nel 1160, diventando un classico della spiritualità giudaica medioevale in fecondo dialogo con il mondo cristiano, islamico e con la cultura neoplatonica antica.

12 agosto 2010

Vie di luce nelle nostre tenebre

Noi viviamo tra il giorno della risurrezione di Cristo e quello della sua venuta. Egli è colui che verrà alla fine dei tempi, per portare a compimento in tutto il creato la volontà del Padre. Per questo il cristianesimo vive nell’attesa, nella costante tensione verso il compimento; e dove tale attesa viene meno c’è da chiedersi quanto la fede sia viva, la carità possibile, la speranza fondata.
Gesù è colui che è venuto, viene e verrà. È venuto nell’Incarnazione, verrà nella gloria e nel frattempo non ci lascia soli: egli continua a venire a noi nei doni del suo Spirito, nella predicazione della parola di verità, nella liturgia e nei sacramenti, nella comunione attorno ai pastori nella Chiesa, nell’esperienza della sua misericordia che a ciascuno è possibile fare, per grazia, nell’intimo della coscienza. San Bernardo di Chiaravalle parla, con termini assai indovinati, di un medius adventus, di un dolce e misterioso venire a noi già oggi del Verbo, che ci visita per confortarci e darci forza nel cammino della vita. Così dice la liturgia: «Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno».

Dire che Gesù è colui che viene, significa rimandare soprattutto, come ricorda il Credo, al giorno in cui egli «verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti». Dio, infatti, ha l’iniziativa: egli chiama all’esistenza, ama di amore preveniente, elargisce con totale gratuità i suoi doni agli uomini. L’uomo, tuttavia, resta libero di accogliere o di rifiutare il dono della figliolanza divina in Cristo. È qui che si radica il tema del giudizio, così difficile oggi da esprimere senza dar luogo a malintesi, eppure così urgente. Si tratta, infatti, di una realtà presente nelle Scritture e nelle parole stesse di Gesù: la Chiesa non può dimenticarla, né può smettere di annunciarla per conformarsi alle attese mondane. Ma come parlare oggi del giudizio di cui Gesù è portatore? Come proclamare oggi le verità circa la vita eterna in modo che suscitino un profondo interesse negli uomini alla ricerca di «che cosa sperare» e siano capaci di scuotere le coscienze e di provocare conversione?

Anzitutto, dobbiamo osservare come la morte sia per ciascun uomo il momento della verità, della caduta delle maschere. Ciò che noi siamo realmente si esprime nello spazio tra l’inizio e la fine della nostra vita terrena. In termini umani, in questo svelamento finale, che ci rende responsabili di quanto abbiamo espresso nell’arco dell’unica vita a noi data, consiste il giudizio per ognuno di noi.
In questo spazio che è l’esistenza terrena, Dio parla all’uomo, gli indica in mille modi la via che porta alla vita. Come ricorda il Concilio: «La vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale».

Ma il giudizio non è solo un fatto personale: esso è anche la risposta di Dio alle domande di giustizia degli uomini. Alla fine dei tempi si rivelerà la giustizia e la verità del Signore e troveranno risposta i tanti perché, le tante sofferenze patite ingiustamente dagli uomini. Il regno di Dio è compimento della giustizia vera per tutti coloro che nel mondo hanno subìto afflizione e hanno atteso l’epifania del Signore; è incontro e riconciliazione tra ogni essere umano, e tra gli uomini e il Padre che è nei cieli.

Gesù ha annunciato in vari modi il giudizio e la vita eterna. Lo ha fatto con parole di rivelazione e di esortazione, nei discorsi escatologici dei Vangeli sinottici, e ponendo la carità come criterio del giudizio con cui, al suo ritorno glorioso, chiederà conto a ognuno dell’uso fatto del dono della vita (cf. Mt 25,31-46). Come ha ammonito san Giovanni della Croce, «alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore».

Ma proprio perché il fine ultimo delle nostre vite è l’amore e la comunione, non possiamo, in una visione veramente conforme al Vangelo, restare indifferenti nel vedere altri che rifiutano l’accesso al regno della vita, siano pure nostri nemici o persecutori. Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare: «Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47).

Gesù, nella sua vita, non ha condannato nessuno, ma ha mostrato in ogni recesso della nostra tenebra vie di luce, in ogni luogo della nostra disobbedienza la strada dell’adesione alla volontà del Padre. Le sue ultime parole dalla croce sono state di perdono verso i suoi persecutori. La croce stessa è stata lo svelamento di una verità che è misericordia, che apre alla speranza invitando l’uomo fino all’ultimo istante alla conversione. La croce è lo svelamento di un Dio che ha voluto condividere le nostre sofferenze facendosi solidale fin dove ha potuto con noi peccatori, cioè portando il suo amore al cuore della nostra stessa inimicizia. Dice san Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Si ricordino le parole di un Padre della Chiesa: «Il più grande peccato è non credere nelle energie della Risurrezione», ovvero disperare della misericordia divina.

(CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 2001, nn. 29-30)