21 aprile 2010

La coerenza e lo scandalo

Tratto dal sito http://www.teologiaspirituale.it/ presento un brano proposto dal testo di Gregorio Magno, Regola Pastorale. Dal sito si può scaricare la versione integrale, la cui lettura consiglio vivamente. Si tratta di un testo valido ancora oggi, considerato l'attuale stato della chiesa cattolica con i problemi legati allo scandalo nei confronti dei giovani e all'abuso. Già altrove, avevo mosso una sorta di critica nei confronti dell'insensibilità dei pastori nei confronti delle anime che hanno in cura, pur lontano dall'affrontare tematiche così particolari. La mia critica partiva dagli argomenti di una lettera di un sacerdote che aveva scritto alla rivista mensile dei paolini Jesus. Al di là delle mie piccole considerazioni personali (pubblicate, ma non più presenti, sul sito www.mistica.info), è preferibile sentire quanto il papa Gregorio aveva da dire scrivendo all'allora vescovo di Ravenna.
Inoltre, per correttezza, mi corre l'obbligo di dire che in realtà le parole rivolte ai pastori (sacerdoti) in realtà sembrano rivolte a tutti coloro che in qualche modo leggono e studiano e si appassionano ai temi spirituali e dell'anima. In qualche modo, ognuno, anche se non investito di una carica ufficiale, ha la responsabilità di quanto scrive e dice soprattutto nel cercare di vivere con coerenza (rispetto a quanto si afferma) la propria vita: citando Gregorio Magno, non bisogna calpestare con la propria condotta di vita quanto compreso con l'intelligenza, né combattere con le nostre abitudini quanto detto con le parole. Coerenza che pertanto deve essere non solo del clero (cattolico o meno), ma di tutti noi, e in particolare di coloro che hanno compiti educativi.

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Non occupino il posto del governo delle anime coloro che nel loro modo di vivere non adempiono a quanto hanno appreso con lo studio
Ci sono poi alcuni che investigano le regole della vita spirituale con esperta cura, ma poi calpestano con la loro condotta di vita ciò che riescono a comprendere con l’intelligenza: subito si mettono a insegnare ciò che hanno imparato con lo studio ma non con la pratica; e combattono con i loro costumi ciò che predicano con le loro parole. Così avviene che quanto il pastore cammina per terreni scoscesi il gregge che lo segue cade nel precipizio. Perciò il Signore si lamenta per mezzo del profeta contro la spregevole scienza dei Pastori, dicendo: Mentre voi bevevate acqua limpidissima, intorbidavate l’altra con i vostri piedi e le mie pecore si nutrivano di quanto voi avevate calpestato con i vostri piedi e bevevano l’acqua che i vostri piedi avevano intorbidato (Ez. 34, 18-19). I Pastori bevono acqua limpidissima quando attingono alle acque correnti della verità con retta intelligenza, ma è come intorbidare quella stessa acqua con i propri piedi il corrompere gli studi di una meditazione santa con una cattiva condotta di vita. Sono poi pecore che bevono l’acqua intorbidata dai piedi di quelli, i sudditi che non seguono le parole che ascoltano, ma imitano solo ciò che vedono, cioè gli esempi di una vita depravata.
Infatti essi hanno sete di quanto viene loro detto con le parole, ma poi sono pervertiti dalle opere e allora è come se nei loro bicchieri bevessero fango perché le sorgenti si sono inquinate. Perciò è pure scritto per mezzo del profeta: I cattivi sacerdoti sono laccio di rovina per il mio popolo (cf. Os. 5,1; 9,8). E sempre dei sacerdoti dice ancora il Signore: Sono divenuti per la casa di Israele pietra di inciampo per l’iniquità (Ez. 44, 12). In verità nessuno nuoce di più nella Chiesa di chi portando un titolo o un ordine sacro conduce una vita corrotta, giacché nessuno osa confutare un tale peccatore e la colpa si estende irresistibilmente con la forza dell’esempio quando, a causa della riverenza dovuta all’ordine sacro, il peccatore viene onorato. Ma pur essendo indegnissimi, fuggirebbero la responsabilità di una colpa così grave se valutassero con attento orecchio del cuore la sentenza della Verità che afferma: Chi avrà scandalizzato uno solo di questi piccoli che credono in me è meglio per lui che gli si appenda una macina d’asino al collo e lo si getti nel profondo del mare (Mt. 18, 6). Dove la macina d’asino significa quel faticoso ritornare su se stessi della vita del secolo, e il profondo del mare indica la condanna eterna. Pertanto, chi rivestitosi dell’apparenza della santità rovina gli altri con la parola e con l’esempio, sarebbe certo stato meglio per lui che lo avessero trascinato a morte le sue azioni terrestri quand’era nello stato laicale, piuttosto che le sue funzioni sacre lo avessero indicato agli altri — nella sua colpa — come esempio da imitare. Giacché se almeno fosse caduto da solo lo avrebbe tormentato una pena infernale comunque più tollerabile.

(Gregorio Magno, Regola pastorale, n. 2)