28 febbraio 2010

Il Dio sconosciuto che viene

Ogni cristiano si muove e lavora in mezzo agli altri come i discepoli di Emmaus. Costoro erano in viaggio verso il villaggio di Emmaus insieme con un forestiero («Non sai dunque nulla di ciò che avviene qui?»): dovettero condividere lo stesso pane per riconoscere in lui Gesù (cf. Lc 24,13-35).
È dall’inconosciuto e come sconosciuto che il Signore arriva sempre nella propria casa e dai suoi: «Ecco, io vengo come un ladro» (Ap 16,15; cf. 3,3). Coloro che credono in lui sono chiamati incessantemente a riconoscerlo così, abitante lontano o venuto da altrove, vicino irriconoscibile o fratello separato, accostato per via, rinchiuso nelle prigioni, alloggiato presso i derelitti, o ignorato, quasi mitico, in una regione al di là delle nostre frontiere. Anche il «mistico» irrompe sempre nella chiesa come un guastafeste, un importuno, un estraneo. È stato così per tutti i grandi movimenti spirituali o apostolici. Per contro, ogni cristiano è tentato di diventare un inquisitore, come quello di Dostoevskij, e di eliminare l’estraneo.
Questo ci rimanda a qualcosa di più sconcertante ancora, ma di fondamentale per la fede cristiana: Dio resta lo sconosciuto, colui che non conosciamo, pur credendo in lui; egli rimane l’estraneo per noi, nello spessore dell’esperienza umana e delle nostre relazioni. Ma egli è altresì misconosciuto, colui che non vogliamo riconoscere e che, come dice Giovanni, non è «accolto» in casa propria, dai suoi (cf. Gv 1,11). Ed è su questo, alla fine, che saremo giudicati, questo è l’esame definitivo della vera vita cristiana: abbiamo accolto l’estraneo, frequentato il prigioniero, dato ospitalità all’altro (cf. Mt 25,35-36)?
Bisogna essere realisti. La chiesa è una società. Ora, ogni società si definisce per ciò che essa esclude. Si costituisce differenziandosi. Formare un gruppo significa creare degli estranei. C’è qui una struttura bipolare, essenziale a ogni società: essa pone un «di fuori» perché esista un «fra noi», delle frontiere perché si delinei un paese interno, degli «altri» perché prenda corpo un «noi».
Questa legge è anche un principio di eliminazione e di intolleranza. Essa porta a dominare, in nome di una verità definita dal gruppo. Per difendersi dall’estraneo, lo si assorbe oppure lo si isola. Conquistar y pacificar: due termini identici per gli antichi conquistadores spagnoli. Ma noi non facciamo forse altrettanto, sia pure con la pretesa di comprendere gli altri e, nel campo dell’etnologia per esempio, di identificarli con ciò che sappiamo di loro e (pensiamo) meglio di loro?
Proprio perché è anche una società, benché di un genere particolare, la chiesa è sempre tentata di contraddire ciò che afferma, di difendersi, di obbedire a questa legge che esclude o sopprime gli estranei, di identificare la verità con ciò che essa dice della stessa, di contare i «buoni» in base ai propri membri visibili, di ricondurre Dio a non essere nient’altro che la giustificazione e l’"idolo" di un gruppo esistente. La storia dimostra che questa tentazione è reale. Ciò pone un grave problema: è possibile una società che testimoni Dio e non si limiti a fare di Dio il proprio possesso?
L’esperienza cristiana rifiuta profondamente questa riduzione alla legge del gruppo, e ciò si traduce in un movimento di superamento incessante. Si potrebbe dire che la chiesa è una setta che non accetta mai di esserlo. Essa è attirata costantemente fuori di sé da quegli «estranei» che le tolgono i suoi beni, che sempre sorprendono le elaborazioni e le istituzioni faticosamente acquisite, e in cui la fede viva riconosce a poco a poco il Ladro, il Veniente.

(Michel de Certeau, Mai senza l'altro, Qiqajon, Bose 1993)

20 febbraio 2010

Sentieri di santità

La canonizzazione, col suo carattere esemplaristico-selettivo e la sua implicazione cultuale, seleziona non soltanto le persone, ma i modelli stessi di santità, puntando a un livello di esemplarità di grande evidenza. La santità conosce tuttavia percorsi e modelli svariatissimi. La misura della santità di una persona è, in ultima analis, conosciuta da Dio solo e nulla vieta che un convertito possa santificarsi in un tempo molto breve e giungendo a un alto grado di santità. Il caso tipico è offerto dal Vangelo stesso nell'episodio del buon ladrone, "canonizzato" ante litteram da Cristo stesso: "Oggi sarai con me nel Paradiso" (Lc 23,43). In genere, però, questa concentrazione del cammino, posta a confronto con una vita poco esemplare condotta molto a lungo, non rende quel modello facilmente verificabile e proponibile per la canonizzazione. La santità di una tale persona non è per questo meno autentica.

Altri problemi possono derivare dal fatto che la proposta della santità canonizzata tende a risentire degli schemi culturali dominanti e, su aspetti non essenziali della vita cristiana, può capitare che si adottino atteggiamenti diversi, pur condividendo la stessa santità fondamentale. Spesso i condizionamenti culturali degli uomini di Chiesa che hanno la responsabilità di tale delicato discernimento emergono con forza.

La storia della santità nella Chiesa conosce in effetti una estrema varietà di percorsi. Tempi, temperamenti, contesti, circostanze, hanno agito in modo da plasmare figure di Santi che, se in alcune cose necessariamente si assomigliano, in altre esprimono grandi e arricchenti diversità. Ci possono essere schemi di autentica santità al di là di quella "canonizzata" e "canonizzabile". Lo scenario della santità conosce una categoria di Santi che è quanto meno sconcertante per la nostra sensibilità: i cosiddetti "folli di Dio", ben noti in Oriente (in Occidente pensiamo a Francesco di Assisi).

Esiste una santità fuori dai confini della Chiesa? Se si assume il concetto di santità in rapporto all'impegno con cui si risponde alla grazia, partendo dal principio che questa opera universalmente, anche la santità è universale. C'è dunque una santità che è "non cristiana" sul piano della coscienza esplicita, in quanto non include il dato della rivelazione in Cristo, ma è cristiana "in radice", in quanto è accoglienza del suo Spirito, in attesa della piena rivelazione.

Anche la spiritualità cristiana subisce inevitabili contraccolpi dalla condizione complessa della cultura e della religiosità del nostro mondo, e negli spazi non circoscrivibili di tale "spiritualità fuori delle frontiere", e non c'è da meravigliarsi che, sotto gli influssi dello Spirito di Dio che non si arrende ai condizionamenti dell'uomo, si sviluppino sentieri di santità che solo Dio conosce e che il discernimento cristiano può forse intravedere lasciando al giudizio di Dio la valutazione definitiva.

(Domenico Sorrentino, L'esperienza di Dio. Disegno di teologia spirituale, Cittadella Editrice, Assisi 2007, pp. 870-876).

14 febbraio 2010

L'anima disinteressata

In questo post cito François de Salignac Fènelon, in un brano tratto dalla sua opera "Spiegazione delle massime dei Santi sulla vita interiore", San Paolo, 2002, curato come sempre dal grande Marco Vannini. Associato per le sue idee e il suo supporto a Madame Guyon al movimento Quietista, in questo brano parla dell'anima "disinteressata", ossia quell'anima che si è totalmente affidata a Dio e alla sua volontà, perdendo la propria identità, il proprio desiderio, la propria autonomia. Quest'anima non desidera che l'amore (somma di tutte le virtù) e arriva a non desiderare neanche l'amore come felicità e bene, ma Dio solo.

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ARTICOLO XXXIII
VERO

Vi è nello stato passivo un'unione di tutte le virtù nell'amore, cosa che non esclude mai l'esercizio distinto di ogni virtù. È la carità, come dice san Tommaso seguendo Sant'Agostino, che è la forma o il principio di tutte le virtù. Ciò che le distingue o le specifica è l'oggetto particolare al quale viene applicato l'amore. L'amore che si astiene dai piaceri impuri è la castità, e questo stesso amore, quando sopporta dei mali, prende il nome di pazienza.

Questo amore, senza uscire dalla sua semplicità, diventa di volta in volta tutte le diverse virtù, ma non ne vuole nessuna in quanto virtù, cioè in quanto forza, grandezza, bellezza, regolarità, perfezione. «L'anima disinteressata non ama più le virtù», come san Francesco di Sales ha sottolineato, «né perché sono belle e pure, né perché sono degne di essere amate, né perché rendono più belli e più perfetti coloro che le praticano, né perché sono meritorie, né perché preparano la ricompensa eterna, ma soltanto perché sono la volontà di Dio. L'anima disinteressata», come questo grande santo diceva di Madre Chantal, «non si lava delle sue colpe per essere pura e non si adorna delle virtù per essere bella, ma per piacere al suo Sposo, e se la bruttezza fosse stata per lui altrettanto piacevole, lei l'avrebbe amata tanto quanto la bellezza».

Si esercitano dunque tutte le virtù distinte senza pensare che sono virtù, in ogni momento non si pensa che a fare la volontà di Dio, e l'amore geloso fa si che non si desideri più essere virtuosi per se stessi e, insieme, che non lo si sia mai, se non quando non si è più interessati a esserlo. Possiamo dire in questo senso che l'anima passiva e disinteressata non vuole più neanche l'amore in quanto è la sua perfezione e la sua felicità, ma soltanto in quanto è ciò che Dio vuole da noi. Da qui deriva che san Francesco di Sales dice che «torniamo a noi stessi amando l'amore invece di amare il beneamato». Altrove questo santo dice che «il desiderio della salvezza è buono, ma» che «è ancora più perfetto non desiderare niente».

Vuole dire che non bisogna neanche desiderare l'amore di Dio in quanto nostro bene. Infine, per dare a questa verità tutta la precisione necessaria, questo santo dice che «bisogna fare in modo di non cercare in Dio se non l'amore della sua bellezza, e non il piacere che c'è nella bellezza del suo amore». Questa distinzione sembrerà una sottigliezza a coloro i quali non sono stati ancora istruiti dall'unzione: ma è sostenuta da una tradizione di tutti i santi fin dall'origine del cristianesimo, e non si può criticarla senza criticare i santi che hanno posto la perfezione in questa gelosia casi delicata dell'amore. Parlare in questo modo è ripetere quello che i santi mistici hanno detto dopo san Clemente e dopo gli Asceti sulla sospensione delle virtù, e che ha grande bisogno di essere spiegato con precauzione infinita.

FALSO
Nello stato passivo, l'esercizio distinto delle virtù non è più opportuno, poiché il puro amore che le contiene tutte eminentemente nella sua quiete dispensa in maniera assoluta le anime dal loro esercizio. Parlare in questo modo è contraddire il Vangelo, è mettere la pietra dello scandalo nella via dei figli della Chiesa (cfr Rm 14,13), è dare loro il nome di viventi mentre sono morti.

10 febbraio 2010

La carità, anima del santo

Traggo dal Catechismo della Chiesa cattolica i punti essenziali dove si parla di "santità" e di "comunione dei santi".

II. La Chiesa è santa

823 «Noi crediamo che la Chiesa... è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato “il solo Santo”, ha amato la Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l’ha unita a sé come suo Corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 39]. La Chiesa è dunque «il Popolo santo di Dio», [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 39] e i suoi membri sono chiamati «santi» [Cf At 9,13; 1Cor 6,1; 1Cor 16,1].

824 La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, «verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo» [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 10]. È nella Chiesa che si trova «tutta la pienezza dei mezzi di salvezza» [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3]. È in essa che «per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

825 «La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. «Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

826 La carità è l’anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa «dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine»: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]
Compresi che la Chiesa aveva un corpo, composto di varie membra, e non mancava il membro più nobile e più necessario. Compresi che la Chiesa aveva un cuore, un cuore ardente d’Amore. Capii che solo l’Amore spingeva al l’azione le membra della Chiesa e che, spento questo Amore, gli Apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i Martiri non avrebbero più versato il loro sangue… Compresi che l’Amore abbracciava in sé tutte le vocazioni, che l’Amore era tutto, che si estendeva a tutti i tempi e a tutti i luoghi, … in una parola, che l’Amore è eterno! [Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritti autobiografici, B 3v]

827 «Mentre Cristo “santo, innocente, immacolato”, non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8; cf Id. , Unitatis redintegratio, 3; 6]. Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori [Cf 1Gv 1,8-10]. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo [Cf Mt 13,24-30]. La Chiesa raduna dunque dei peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:
La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 19].

828 Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 40; 48-51]. «I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa» [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 16]. Infatti, «la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario» [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 16].

829 «Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria»: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 65] in lei la Chiesa è già la tutta santa.


LA COMUNIONE DEI SANTI

946 Dopo aver confessato «la santa Chiesa cattolica», il Simbolo degli Apostoli aggiunge «la comunione dei santi». Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: «Che cosa è la Chiesa se non l’assemblea di tutti i santi?» [Niceta, Explanatio symboli, 10: PL 52, 871B]. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.

947 «Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri… Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo… Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa» [San Tommaso d’Aquino, Expositio in symbolum apostolicum, 10]. «L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono» [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

948 Il termine «comunione dei santi» ha pertanto due significati, strettamente legati: «comunione alle cose sante [“sancta”]» e «comunione tra le persone sante [“sancti”]».
«Sancta sanctis!» - le cose sante ai santi - viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli [“sancti”] vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo [“sancta”] per crescere nella comunione dello Spirito Santo [“koinonia”] e comunicarla al mondo.

6 febbraio 2010

Tendere alla perfezione

Tratto dal “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica” di A. Tanquerey (pubblicato nel 1927) propongo la parte in cui si parla dell’obbligo di tendere alla perfezione da parte di tutti coloro che vivono una vita cristiana. Riassumo e ometto citazioni latine.

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Esposta la natura della vita cristiana e la sua perfezione, ci resta ad esaminare se ci sia per noi un vero obbligo di progredire in questa vita oppure se basti di serbarla gelosamente come si custodisce un tesoro.

Dell'obbligo propriamente detto.
In materia così delicata è necessario usare la maggior precisione possibile. È certo che bisogna e che basta morire in stato di grazia per salvarsi; pare quindi che non ci sia per i fedeli altro obbligo stretto che quello di conservare lo stato di grazia. Ma la questione sta appunto qui: sapere se si può conservare per un tempo notevole lo stato di grazia senza sforzarsi di progredire. Ora l'autorità e la ragione illuminata dalla fede ci mostrano che, nello stato di natura decaduta, non si può restare a lungo nello stato di grazia senza sforzarsi di progredire nella vita spirituale e di praticare di tanto in tanto alcuni dei consigli evangelici.
L'argomento d'autorità.

La Sacra Scrittura non tratta direttamente una tal questione; posto che ha il principio generale della distinzione tra precetti e consigli, non dice ordinariamente ciò che nelle esortazioni di Nostro Signore è obbligatorio o no. Ma insiste tanto sulla santità che si addice ai cristiani, ci mette davanti agli occhi tale ideale di perfezione, predica così apertamente a tutti la necessità della rinunzia e della carità, elementi essenziali della perfezione, che ad ogni animo imparziale nasce subito la convinzione che, per salvarsi, è necessario, in certe occasioni, far di più di quello che è strettamente comandato e quindi sforzarsi di progredire.

A) Così Nostro Signore ci presenta come ideale di santità la perfezione stessa del nostro Padre celeste: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste"; tutti quelli quindi che hanno Dio per padre, devono accostarsi a questa divina perfezione; il che non può evidentemente farsi senza un qualche progresso. Tutto il discorso della montagna non è in sostanza che il commento e lo sviluppo di quest'ideale. La via da tenere per questo è la via della rinunzia, dell'imitazione di Nostro Signore e dell'amor di Dio: "Chi viene a me e non odia (cioè non sacrifica) il padre, la madre, la moglie, i figliuoli, i fratelli, le sorelle e persino la vita, non può essere mio discepolo". Bisogna dunque, in certi casi, preferire Dio e la sua volontà all'amore dei genitori, della moglie, dei figli, della propria vita e sacrificar tutto per seguire Gesù; il che suppone un coraggio eroico che non si avrà al momento opportuno se non vi si è preparati con sacrifici di supererogazione. È questa certamente via stretta e difficile e ben pochi la seguono; ma Gesù vuole che si facciano sforzi seri per entrarvi: non è questo un chiederci di tendere alla perfezione?

B) Né altrimenti parlano i suoi apostoli. S. Paolo rammenta spesso ai fedeli che sono stati eletti per diventar santi; il che non possono fare senza spogliarsi dell'uomo vecchio e rivestirsi del nuovo, cioè senza mortificare le tendenze della corrotta natura e senza sforzarsi di imitare le virtù di Gesù. Né a ciò potranno riuscire, aggiunge S. Paolo, senza studiarsi di pervenire "alla misura dell'età piena di Cristo"; il che significa che, essendo incorporati a Cristo, noi ne siamo il compimento, e spetta a noi, col progredire nell'imitazione delle sue virtù, di farlo crescere e di integrarlo. Anche S. Pietro vuole che tutti i suoi discepoli siano santi come colui che li ha chiamati alla salute. E come lo possono essere senza progredire nella pratica delle cristiane virtù? San Giovanni nell'ultimo capo dell'Apocalisse invita i giusti a non smettere di praticar la giustizia e i santi a santificarsi sempre più.

C) Questa conclusione sgorga pure dalla natura della vita cristiana, che, al dire di Nostro Signore e dei suoi discepoli, è una lotta ove la vigilanza e la preghiera, la mortificazione e la pratica positiva delle virtù sono necessarie per riportar vittoria: "Vigilate e pregate per non entrare in tentazione". Dovendo lottare non solo contro la carne e il sangue, cioè contro la triplice concupiscenza, ma anche contro i demoni che in noi la aizzano, abbiamo bisogno di armarci spiritualmente e di valorosamente lottare. Ora in una lotta che duri a lungo, si è quasi fatalmente vinti se uno si tiene soltanto sulla difensiva; bisogna quindi ricorrere pure ai contrattacchi, cioè alla pratica positiva delle virtù, alla vigilanza, alla mortificazione, allo spirito di fede e di confidenza. Tal è veramente la conclusione che ne trae S. Paolo, quando, descritta la lotta che dobbiamo sostenere, dichiara che dobbiamo stare armati da capo a piedi come il soldato romano, "cinti i lombi con la verità, vestiti dell'usbergo della giustizia, calzati i piedi pronti ad annunziare il Vangelo della pace, con lo scudo della fede, l'elmo della salute e la spada dello Spirito". Col che ci mostra che, per trionfare dei nostri avversari, bisogna fare di più di quanto è strettamente prescritto.

2° La Tradizione conferma quest'insegnamento. Quando i Padri vogliono insistere sulla necessità della perfezione per tutti, dicono che nella via che conduce a Dio e alla salute, non si può rimaner stazionari, ma o che si avanza o che si retrocede". Così S. Agostino, facendo notare che la carità è attiva, ci avverte che non bisogna fermarsi per via, appunto perché l'arrestarsi è un retrocedere; e Pelagio medesimo, suo avversario, ammetteva lo stesso principio, tanto è evidente. Quindi S. Bernardo, che da taluno è detto l'ultimo dei Padri, espone questa dottrina in forma drammatica: "Non vuoi progredire? No. Vuoi dunque retrocedere? Niente affatto. Che vuoi dunque? Voglio vivere in modo da star fermo nel punto in cui sono… Ciò che tu vuoi è cosa impossibile, perché nulla a questo mondo rimane nel medesimo stato". E altrove aggiunge: "Bisogna necessariamente salire o discendere; chi vuol fermarsi, cade infallantemente". Anche il S. P. Pio XI, nell'Enciclica del 26 gennaio 1923 sopra S. Francesco di Sales, dichiara nettamente che tutti i cristiani, senza eccezione, devono tendere alla santità.

L'argomento di ragione.La ragione fondamentale per cui dobbiamo tendere alla perfezione è quella appunto dataci dai Padri.

Ogni vita, essendo movimento, è essenzialmente progressiva, nel senso che, quando cessa di crescere, comincia pure a decadere. La ragione è che vi sono in ogni vivente delle forze disgregative, le quali, ove non siano infrenate, finiscono col produrre la malattia e la morte. Lo stesso avviene della nostra vita spirituale: a fianco delle tendenze che ci portano al bene, ve ne sono altre, attivissime, che ci trascinano al male; a combatterle, il solo mezzo efficace è di accrescere in noi le forze vive, l'amor di Dio e le virtù cristiane; allora queste tendenze cattive s'indeboliscono. Ma se desistiamo dal fare sforzi per progredire, i nostri vizi si ridestano e, riprendendo vigore, ci danno più vivi e più frequenti assalti; e se non ci scotiamo dal nostro torpore, viene il momento in cui, di debolezza in debolezza, cadiamo in peccato mortale. Tal è, ahimè! la storia di molte anime, come ben sanno i direttori che hanno esperienza.
Ecco un paragone che farà capir la cosa. Per salvarci dobbiamo risalire una corrente più o meno violenta, quella delle nostre passioni disordinate che ci trascinano al male. Finché ci sforziamo di spingere avanti la nostra navicella, riusciamo a risalir la corrente o almeno a contrappesarla; ma, appena cessiamo di remare, veniamo dalla corrente travolti e indietreggiamo verso l'Oceano, ove ci attendono le tempeste, vale a dire le tentazioni gravi e forse anche le miserande cadute.

2° Vi sono precetti gravi che in certe occasioni non possono essere osservati se non con atti eroici. Ora, tenendo conto delle leggi psicologiche, non si è ordinariamente capaci di compiere atti eroici, se prima non vi si è preparati con sacrifici, cioè con atti di mortificazione. S'avvera quindi dovunque quella legge morale che, per non cadere in peccato, bisogna fuggirne il pericolo con atti generosi che non cadono direttamente sotto precetto. In altre parole, per colpire nel segno si deve mirare un poco più in alto; e per non perdere la grazia bisogna rinvigorir la volontà contro le tentazioni pericolose con opere di supererogazione; bisogna insomma tendere alla perfezione.

2 febbraio 2010

L'ufficialità del Santo

Scrive ancora Vittorino Andreoli (op. cit., pp. 13-14): «Passando al versante religioso, va osservato che non tutte le religioni prevedono la figura del santo. Tipicamente, né l’islam né l’ebraismo hanno santi. Nemmeno il buddismo ne prevede, anche se esistono le molteplici rappresentazioni di un Buddha, cui il fedele si può direttamente rivolgere. Rientriamo pertanto in una dimensione storica, per cui la figura del santo va strettamente connessa con la visione cristiana. Nella cultura cattolica il peso del fenomeno è veramente enorme e arriva a coinvolgere aspetti molto contingenti: se il santo è colui che fa i miracoli, ciò implica che la gente gli si rivolge per ottenerne; si assiste quindi ad una proliferazione di santi e si mette inevitabilmente in moto il meccanismo della ricompensa “per grazia ricevuta”. Non solo quindi l’offerta a Dio, ma l’offerta al santo che rappresenta, in fondo, un’espressione più bonaria, più confidenziale, più immediata della divinità; e per questo più accessibile anche a un “ritorno”, non di rado piuttosto consistente, in termini economici. Portato all’estremo, il santo può apparire come una materializzazione della religione, una trasformazione economica dello spirito; proprio nel Duecento, in quella cultura protesa all’aldilà, pare si incominci ad ammettere l’esistenza di un terzo Regno, quel “Purgatorio” che allargherà a dismisura l’area dell’intercessione del santo, visto che non si chiede più un beneficio per se stessi, per proprie esigenze personali, ma si pensa di poter ottenere per una persona cara defunta la sua completa liberazione o, quanto meno, un abbreviamento della pena».

Nel corso della storia del cristianesimo, l’appellativo di “santo” venne sempre più limitato a quelle persone che si distinguevano per uno stile di vita eroico. Il culto dei santi parte dai primi martiri cristiani, che affrontarono la morte proprio per “testimoniare” (questo il significato di martire = testimone) la propria fede. A partire dal V secolo vennero venerati come santi anche i confessori, che pur avendo testimoniato con la propria esistenza la fede nel Dio cristiano, non subirono la morte per questi motivi. In questa categoria vennero inclusi vescovi, padri della Chiesa, persone pie. La Chiesa, in seguito al numero crescente di santi, introdusse verso il IX secolo la procedura di canonizzazione, preceduta dalla beatificazione. La canonizzazione è la dichiarazione solenne, infallibile e riservata personalmente al Papa, che un trapassato (Servo di Dio) è santo, ossia regna in cielo con Cristo e può essere venerato da parte della Chiesa in ogni luogo.
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Il Rito di Beatificazione: Evoluzione storica

La prima solenne Beatificazione celebrata in San Pietro è quella di Francesco di Sales (Papa Alessandro VII, 8 gennaio 1662).
Fino a tutto il 1969 (per l'ultima volta nella beatificazione di Clelia Barbieri, 27 ottobre 1968), il rito si svolgeva [normalmente nella Basilica di San Pietro, secondo il prescritto di Benedetto XIV, Breve Ad sepulchra Apostolorum, 23 dicembre 1741] in due tempi: in mattinata veniva pubblicato solennemente il Breve di Beatificazione, al termine del quale si scopriva l'immagine del novello Beato nella "gloria del Bernini" e s'intonava il Te Deum; seguiva il Pontificale all'altare della Cattedra, officiato dal Capitolo della Basilica. Ed era questo il Rito di Beatificazione propriamente detto. Nel pomeriggio il Papa scendeva nella Basilica per venerare il nuovo Beato e prendeva parte ad una breve funzione, con la Benedizione Eucaristica, in onore del nuovo Beato.
Una radicale trasformazione del Rito di Beatificazione si è avuta durante il Pontificato di Paolo VI, con l’unificazione dei due momenti celebrativi nell’ambito della solenne Liturgia Eucaristica: è il Papa personalmente che all’inizio del sacro rito procede, con la rituale formula, all’atto della Beatificazione, e dopo la lettura del Vangelo tiene l’Omelia ad illustrazione della vita e delle virtù del novello Beato: segue la Liturgia Eucaristica celebrata normalmente dallo stesso Sommo Pontefice.
Il rito iniziato con la Beatificazione di Massimiliano Maria Kolbe (17 ottobre 1971), con la puntualizzazione poi apportata nella formula, si è perpetuato fino ad oggi, anche nei casi sempre più frequenti di celebrazioni fuori della Basilica Vaticana o fuori della città di Roma.
Con ciò il rito della Beatificazione si è mantenuto sempre distinto e separato dal rito di Canonizzazione e in tutta la storia non si registra un solo caso in cui i due atti siano stati unificati ossia congiunti nel rito celebrativo.
(tratto dal sito: http://www.vatican.va/)
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Per quanto attiene alle statistiche degli ultimi anni, possiamo constatare che in ventisette anni di pontificato, Giovanni Paolo II ha svolto 198 cerimonie ufficiali, ha beatificato 1338 persone (1032 martiri e 306 confessori della fede), mentre ha canonizzato 482 persone (402 martiri ed 80 confessori), per un totale di 1820 persone (circa 67 nuovi beati/santi ogni anno).
Benedetto XVI, dal 2005 al 2008, ha invece provveduto ad effettuare 58 cerimonie ufficiali, beatificando 563 persone (527 martiri e 36 confessori) e canonizzando 14 persone, per un totale di 577 nuovi tra beati e santi (pari a 144 persone l’anno), ossia il doppio della media del suo predecessore. Si fa presente che 547 persone, pari al 95% dei nuovi beati/santi, appartengono ad ordini religiosi, oppure sono persone di chiesa e solo il resto (30 persone) sono laici. Inoltre, ai fini statistici, 520 persone (pari al 90%) sono uomini e solo 57 sono donne.
N.B. I dati sono elaborati da fonti vaticane consultabili sul sito www.vatican.va

1 febbraio 2010

Il bisogno di santità

Inizio da questo post a parlare di santi e santità. Anzitutto, perché in questi tempi, soprattutto in Italia, terra di santi in ogni dove, si parla a sproposito di tutto ciò e si avverte un bisogno (vedi oltre) di figure eccezionali; inoltre, basta così poco ad esaltare (o a condannare) le persone (vive o morte che siano) che forse il discorso merita un approfondimento. Il discorso sulla santità è alquanto delicato ed ovviamente non intendo qui trattarlo come se fosse un saggio, ma semplicemente offrire spunti di considerazione e documenti che possano contribuire ad avere idee più chiare sull'argomento.
La prima distinzione che occorre fare è quella tra «santità come fenomeno sociale e santità come fenomeno religioso. Sul piano sociale esistono indubbiamente dei bisogni di santità, come quelli alimentati dalla paura, dall'irrazionalità, dalla percezione della fine di un'epoca. Esistono anzi periodi storici caratterizzati da una particolare voglia di santi: uno di questi è stato il Medioevo. Ma un altro periodo storico con una grande voglia di santi sembra proprio l'attuale, con il suo bisogno di eccezionalità, di straordinarietà, di eroismo, di carisma» (Vittorino Andreoli, Follia e santità, BUR, Milano 2010, p. 13).
Partiamo da un documento di sintesi pubblicato nel sito Vaticano (www.vatican.va), che riguarda proprio la procedura canonica per le cause di beatificazione e di canonizzazione (due livelli di santità della chiesa cattolica).
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NOTA: Le immagini che propongo per questo post e quelli che seguiranno sull'argomento sono tutte di Duccio di Boninsegna (1255 ca.-1319).


Nota circa la procedura canonica delle Cause di Beatificazione e di Canonizzazione

1. Le norme canoniche riguardanti la procedura da seguire nelle Cause dei Santi sono contenute nella Costituzione Apostolica Divinus Perfectionis Magister promulgata da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983 (AAS LXXV, 1983, 349-355).
2. Per iniziare una Causa occorre che passino almeno 5 anni dalla morte del candidato. Ciò per consentire maggior equilibrio ed obiettività nella valutazione del caso e per far decantare le emozioni del momento. Tra la gente deve essere chiara la convinzione circa la sua santità (fama sanctitas) e circa l’efficacia della sua intercessione presso il Signore (fama signorum).
3. Ad iniziare l’istruttoria è competente il vescovo della diocesi in cui è morta la persona di cui è richiesta la beatificazione. Il gruppo promotore (Actor Causae): diocesi, parrocchia, congregazione religiosa, associazione, tramite il postulatore chiede al vescovo l’apertura dell’istruttoria. Il vescovo, ottenuto il nulla osta della Santa Sede, costituisce un apposito Tribunale diocesano. Davanti al Tribunale i testimoni sono chiamati a riferire fatti concreti sull’esercizio, ritenuto eroico, delle virtù cristiane, e cioè delle virtù teologali: fede, speranza e carità, e delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, temperanza, fortezza, e delle altre specifiche del proprio stato di vita. Inoltre, si devono raccogliere tutti i documenti riguardanti il candidato. Da questo momento gli compete il titolo di Servo/a di Dio.
4. Terminata l’istruttoria diocesana, gli atti e la documentazione passano alla Congregazione delle Cause dei Santi. Qui viene confezionata la Copia pubblica, che serve per l’ulteriore lavoro. Il postulatore, residente a Roma, segue sotto la direzione di un relatore della Congregazione, la preparazione della Positio cioè della sintesi della documentazione che prova l’esercizio eroico delle virtù. La Positio viene sottoposta all’esame (teologico) dei nove teologi che esprimono il loro voto. Se la maggioranza dei teologi è favorevole, la Causa passa all’esame dei Cardinali e dei Vescovi, membri della Congregazione. Questi tengono le riunioni due volte al mese. Se il loro giudizio è favorevole, il Prefetto della Congregazione presenta il risultato di tutto l’iter della Causa al Santo Padre che concede la sua approvazione ed autorizza la Congregazione a redigere il decreto relativo. Segue la lettura pubblica e promulgazione del decreto.
5. Per la beatificazione di un confessore [per "confessore" si intende quella categoria di Beati e Santi distinta dai martiri: i martiri hanno versato il loro sangue per la fede (uccisi in odium fidei); i confessori sono i beati e i santi che hanno testimoniato la loro fede durante la vita terrena, senza subire però il martirio] occorre un miracolo attribuito all’intercessione del Servo/a di Dio, verificatosi dopo la sua morte. Il miracolo richiesto deve essere provato tramite un’apposita istruttoria canonica, seguendo una procedura analoga a quella per le virtù eroiche. Si conclude anche essa con il relativo decreto. Promulgati i due decreti (cioè circa le virtù eroiche e circa il miracolo) il Santo Padre decide la beatificazione che è la concessione del culto pubblico, limitato ad un ambiente particolare. Con la beatificazione al candidato spetta il titolo di Beato.
Per la Beatificazione di un martire non serve il miracolo: viene riconosciuto il martirio.
6. Per la canonizzazione occorre un altro miracolo, attribuito all’intercessione del Beato e avvenuto dopo la sua beatificazione. Le modalità dell’accertamento dell’asserito miracolo sono uguali a quelle seguite per la beatificazione. Per la canonizzazione si intende la concessione del culto pubblico nella Chiesa Universale. Ne è coinvolta l’infallibilità pontificia. Con la canonizzazione, al Beato compete il titolo di Santo.
Anche per la Canonizzazione di un Beato martire, serve il riconoscimento di un miracolo.