28 gennaio 2010

L'anima e lo Spirito

Se il mistico cristiano non ama gli ebrei

Ciò che più colpisce nell’ultimo libro di Marco Vannini è la violenza. Convinto che «ai nostri giorni la religione sia tornata a essere oggetto di grande interesse», in Prego Dio che mi liberi da Dio (Bompiani) l’insigne studioso della mistica occidentale intende separare all’interno della religione la verità dalla menzogna, e lo fa sostenendo che il cristianesimo è frutto di due componenti, una buona che è quella greca e più precisamente platonica, e una cattiva che è quella ebraica. Infatti mentre «il platonismo dà il regno di Dio, ossia verità e giustizia», «la mitologia biblica dà un Dio esteriore, creatore e signore – un Dio speculare a un’idolatria del corpo, del sangue, della razza», da cui occorre liberarsi per giungere a «un cristianesimo purificato dall’eredità di Israele». Con tale obiettivo Vannini attacca duramente la teologia, la Bibbia e ogni dimensione istituzionale: «teologie, cerimonie, sinagoghe, chiese, con le loro implicite ma non troppo implicazioni razziste di popolo eletto, comunità di santi ecc., fonte continua di discriminazione e di odio». Spesso lo fa con un livore che contrasta con quel “distacco” da lui posto al cuore dell’esperienza mistica, come quando dice che la teologia «è menzogna e peccato, anzi qualcosa di animalesco», un «prodotto della gula spiritualis con una finalità appropriativa, goditiva, golosa». Il discorso raggiunge toni da invettiva soprattutto contro la Bibbia ebraica, per Vannini «serie di falsità create per un’ideologia razziale». Vi sono persino parole che non dovrebbero essere più scritte dopo la Shoah, come quelle secondo cui «gli ebrei, dopo aver fatto uccidere Gesù, perseguitarono sin dall’inizio i suoi seguaci»; oppure quelle secondo cui «figli del demonio, che è padre della menzogna, sono chiamati i giudei da Gesù». In realtà basta leggere i vangeli con attenzione per vedere che Gesù non ha mai definito gli ebrei in quanto tali “figli del demonio”, perché il testo precisa che si rivolgeva così a quegli ebrei «che avevano creduto in lui» (Gv 8,31), non al popolo ebraico in quanto tale. Né è lecito dire che furono “gli ebrei” a uccidere Gesù, perché è noto che fu l’aristocrazia sacerdotale del tempio, del partito collaborazionista dei sadducei, a consegnare Gesù al potere romano, che poi giustiziò Gesù in quanto minaccia allo status quo. A uccidere Gesù non furono “gli ebrei”, ma il potere religioso e il potere politico uniti in comuni interessi (come spesso accade nella storia). Ma come si fa, ancora oggi, a far ricadere la responsabilità della morte di Gesù su un intero popolo dicendo che “gli ebrei” fecero uccidere Gesù? E sarebbe questo il cristianesimo purificato? In realtà ripetere questi stereotipi, i medesimi dell’antigiudaismo religioso alla base dell’antisemitismo etnico che ha prodotto Auschwitz, è (come minimo) un errore, significa ignorare del tutto i risultati della più accreditata storiografia ed esegesi storico-critica. Ma è tutta l’impostazione di Vannini a lasciare perplessi, non solo il suo sinistro antigiudaismo. Parlare di teologia, di Bibbia, di Chiesa al singolare, è sbagliato. Vi sono diverse teologie, diversi aspetti delle chiese, diversi libri biblici. E che tra queste variegate realtà ve ne siano di negative è vero, verissimo, e occorre criticarle, guai a non farlo. Ma non esercitare la sapienza della distinzione facendo di ogni erba un fascio, significa venir meno al principale compito del pensiero, significa non consegnare alla società ciò che solo il pensiero può darle, cioè la decantazione delle passioni e la luce calma dell’intelligenza. Dire che la teologia in quanto tale è «negazione della religione vera» significa ignorare la storia della teologia del ‘900, nella quale vi sono stati uomini di una grandezza spirituale unica, non inferiori ai maestri medievali cari a Vannini, si pensi a Florenskij, Bonhoeffer, Teilhard de Chardin, teologi che hanno pagato con la vita (martirio rosso e martirio verde) la loro dedizione alla ricerca e al bene del mondo. Come si fa, dimenticandoli, a parlare della teologia nei modi spregiativi e sommari di Vannini? Ma la vera radice del suo errore consiste, a mio avviso, nel concetto di spirito. Spirito per Vannini è correttamente inteso solo come opposizione ad anima, sorge solo come “distacco”, come “rimozione di tutti i contenuti-legami psichici”, come “morte dell’anima”: perché un uomo possa vivere l’esperienza dello spirito, deve morire nella sua individualità psichica. In questa opposizione tra spirito e anima, e tra anima e corpo, rivive la tradizione dell’agostinismo radicale col suo disprezzo del mondo, in particolare della natura umana. Così Vannini: «La natura umana è la fonte da cui derivano tutti i mali dell’uomo, per cui chi si fonda esclusivamente sull’umano non può essere altro che malvagio»; e ancora, l’uomo deve sapere che «tutto quello che procede da se stesso, dalla volontà propria, è menzogna e procede dal demonio». In fondo per lui la vera menzogna, ben oltre teologia chiesa ebraismo, è la natura umana. Attualizzando il gelido pessimismo antropologico del tardo Agostino che faceva dell’umanità una “massa dannata” e collocava tutti i non battezzati all’inferno, Vannini sostiene mediante il concetto di “distacco” che si entra nell’esperienza dello spirito solo negando la natura umana. Se il cristianesimo fosse davvero così, Nietzsche avrebbe ragione a definirlo odio verso la salute, la forza, la bellezza dell’esistenza naturale. E che vi siano elementi in tal senso è vero, l’agostinismo radicale lo mostra. Ma per Gesù l’anima non deve morire, ma deve essere salvata, custodita, coltivata; e tutto ciò va fatto in amore con il mondo e con ogni frammento di essere, non nel distacco ma nella comunione (unione-con), con la gioia della fratellanza verso ogni forma di vita, perché, come insegna la Bibbia ebraica, viviamo all’interno di «un’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne» (Genesi 9,16).

(Vito Mancuso in “la Repubblica” 19 gennaio 2010)

Vannini risponde a Mancuso
Repubblica di ieri, 19 gennaio, ha pubblicato un articolo di Vito Mancuso sul mio "Prego Dio che mi liberi da Dio", in cui mi si accusa, tra l’altro, di antigiudaismo. E' un’accusa che respingo fermamente, chiamando a testimonianza la mia intera vita di studioso, che ha passato anni a tradurre commentarii biblici: in Israele, nella foresta Giovanni XXIII-Jules Isaac, ci sono cinque alberi piantati in mio onore dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma (Keren Kayemeth Leisrael). Tale accusa si fonda infatti sul metodo di citare frasi mutile, avulse dal contesto, o addirittura di attribuire a me quelle che sono invece citazioni di ben più alte autorità. Quest’ultimo è, ad esempio, il caso della teologia definita come “animalesca”: non da me, ma da Meister Eckhart (da cui il libro stesso prende il titolo), e il contesto spiega bene in che senso: bestialità in quanto ignoranza, giacché la teologia è presuntuoso discorso su Dio, che è invece al di là di ogni possibile discorso. E' anche il caso del “cristianesimo purificato dall’eredità di Israele”: citazione, questa, di Simone Weil, altro punto di riferimento fondamentale del libro – e meraviglia che Mancuso lo taccia, visto che le ha dedicato un suo libro: forse teme l’accusa di “sinistro antigiudaismo”?
Mi viene soprattutto rimproverato, a proposito della condanna di Gesù, l'errore di parlare di “ebrei”, senza specificare che si trattava dei soli sadducei collaborazionisti, mentre invece proprio nella riga precedente a quella incriminata si dice che Gesù fu condannato dal “potere sacerdotale ebraico, alleato di quello politico dei romani”, ovvero la stessa tesi che sostiene Mancuso. E’ comunque evidente da tutto il contesto che non intendo affatto attribuire assurde responsabilità storiche collettive, ma solo sottolineare che il cristianesimo si è costituito sulla affermazione della identità tra Gesù e il Padre – bestemmia, questa, per l’ebraismo, che marcava in modo netto l’opposizione tra le due religioni. Che la storia biblica sia costruita su falsità – invenzione i Patriarchi, invenzione l'Esodo, invenzione il Tempio, invenzione la Legge, ecc. – e che ciò sia stato fatto per fini politici, è un dato acquisito dalla più moderna ricerca storico-critica (nel mio libro si cita tra gli altri Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Laterza), e che si sia così costruita “una comunità chiusa non solo per religione ma anche per razza” (ibid. p. 391), lo è altrettanto. Perché non si tratta infatti di criticare un libro biblico piuttosto che un altro, accettando ciò che piace e rifiutando quel che dispiace, ma di riconoscere che “la vera suprema bestemmia è chiamare sacro ciò che proviene da mano umana”, come diceva l’umanista Cornelio Agrippa. Nel momento in cui il maggiore editore cattolico italiano presenta la Bibbia come “via, verità, vita” attribuendo a un libro ciò che Cristo dice di se stesso, credo sia legittimo parlare di religione come menzogna, accanto a religione come verità. Di questo, e non d’altro, tratta il mio libro, che perciò rivendica l’importanza della fonte greca, e del platonismo in particolare, nella formazione del cristianesimo.
Platonismo significa il primato dell’interiorità contro l’esteriorità; significa non costruire teologie/mitologie, ma cercare di “farsi simili a Dio” nella giustizia. Significa conoscenza della malizia insita nell’io, nel suo quasi insopprimibile egoismo, e dunque della necessità di una conversione, di una “morte dell’anima”, ossia di un radicale distacco dall’egoità. Significa, in conclusione, l’esperienza tanto della natura quanto della grazia, e del primato di quest’ultima – ed è su questo che il cristianesimo si è fondato, e che la mistica – unica vera erede della filosofia greca – ha mantenuto nei secoli. Non si tratta quindi di me o di Agostino, col suo “gelido pessimismo”, come vuole Mancuso, quanto e soprattutto di Cristo stesso: odiare la propria anima/vita, rinunciare a se stessi, morire a se stessi come muore il chicco di grano e sperimentare la rinascita e la nuova vita nello Spirito, sono infatti i passi e i tratti essenziali del messaggio evangelico e le condizioni della sequela Christi. Se si cancellano questi, Gesù, ormai solo uomo, viene ridotto a un maestro new-age, e il cristianesimo (ma ha senso chiamarlo così?) a una melassa insulsa e insignificante.
(Marco Vannini)

10 gennaio 2010

Guardare in alto

Pensiamo, figli carissimi, all’insegnamento spirituale, che la festa dell’Ascensione di Nostro Signore ci dà. È un duplice insegnamento, che riguarda la filosofia della vita, o, per meglio dire, la concezione della vita cristiana.
Dobbiamo, innanzi tutto, guardare in alto, cioè pensare alla realtà dell’esistenza futura, la quale costituisce il nostro vero destino, un destino di cui solo intuiamo la pienezza del nostro essere, la felicità del superamento di tutte le deficienze e le sofferenze della vita presente, la ricomposizione della nostra unità vitale, del nostro corpo mortale con la nostra anima immortale, e ciò per virtù e nella comunione gaudiosa di Cristo, nostro vero Salvatore e primizia gloriosa di quella misteriosa promessa esistenza. Guardare in alto: è ciò che dimentichiamo di fare, quando manchiamo di fede, e quando mettiamo ogni nostra speranza nelle seducenti, ma effimere realtà del tempo. È la nube che oscura l’orizzonte del mondo presente.
E poi, secondo insegnamento, guardare in basso, cioè riguardare di nuovo alla terra e al tempo in cui ora si svolge la nostra umana esperienza; di nuovo guardare, ma guidati dalla visione, che dicevamo, del Cielo, per dare alle cose della terra il loro giusto valore e per fare del nostro passaggio nel tempo un cammino, un pellegrinaggio, cosciente delle sue responsabilità e della sua meta; e questo nuovo sguardo deve imprimere al nostro operare un senso superiore, un ottimismo sicuro, un proposito di azione intensa, saggia, benefica, quale appunto Cristo c’insegnò. Ancora una volta la lezione religiosa ci sprona ad un coraggio magnifico nel bene da compiere, e alla speranza invincibile dell’eterno incontro con Cristo e con tutti i nostri morti redivivi nella sua pace e nella sua felicità.

(Paolo VI, Regina coeli, 23 giugno 1968)