11 luglio 2009

L'anima buona è obliosa

Che diremo del ricordo degli amici, dei figli, della moglie, nonché del ricordo della patria e di tutte le altre cose che anche un animo nobile può ricordare senza vergognarsi? L’immaginazione porta con sé questi ricordi, ciascuno con la propria passione; ma l’uomo nobile ricorda tutto senza passionalità. Forse in principio la passione era presente nell’immaginazione; anzi le passioni più nobili risiedono nell’anima saggia, in quanto anch’essa ebbe un certo rapporto con l’anima inferiore.

Ma conviene che l’anima inferiore desideri agire con la memoria come l’anima superiore, specialmente se sia nobile anch’essa, poiché può darsi che un’anima sia migliore o originariamente o per l’educazione ricevuta dall’anima superiore; questa però deve cercare di dimenticare volentieri ciò che le proviene dall’anima inferiore; poiché è possibile che, anche se è saggia l’anima superiore, quella inferiore sia di cattiva natura e sia dominata dall’anima superiore solo con la forza. Quanto più tende all’Intelligibile, tante più cose essa dimentica, a meno che tutta la sua vita, anche quaggiù, non sia tale da aver ricordi soltanto delle cose migliori: infatti, anche quaggiù, è bello sottrarsi alle sollecitudini umane e perciò, necessariamente, anche ai loro ricordi: sicché, se qualcuno dicesse che l’anima buona è obliosa, direbbe giustamente in questo senso.

Essa fugge dal molteplice e conduce il molteplice ad unità, abbandonando l’indeterminato. Solo così essa non ha più con sé il molteplice, ma è leggera e sola con se stessa: infatti, anche quaggiù, allorché desidera esser lassù, pur rimanendo sulla terra, abbandona qualsiasi altra cosa: poche infatti sono le cose che di qui essa porta lassù: anzi, nella sua dimora celeste il più lo lascia perdere.

(Plotino, Enneadi, IV 3,32, Rusconi, Milano 1992, pp. 611-613)

5 luglio 2009

Trascendente, non assente

È possibile stabilire un contatto con Dio per conoscerne la volontà? Non è egli l’Invisibile e l’Asssoluto? Non è l’Altissimo, che ha il suo trono nei cieli, e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo?

Il Dio trascendente non è il Dio assente. Scrive Giovanni Paolo II, nella Dominum et vivificantem, 54 che il Dio uno e trino «in se stesso è completamente trascendente nei riguardi del mondo, specialmente del mondo visibile: è infatti, Spirito assoluto. “Dio è Spirito” e insieme, in modo mirabile, è non solo vicino a questo mondo, ma vi è presente e, in un certo senso, immanente, lo compenetra e vivifica dall’interno. Ciò vale in modo speciale per l’uomo: Dio è nell’intimo del suo essere, come pensiero, coscienza, cuore; è realtà psicologica e ontologica, considerando la quale sant’Agostino diceva di lui: È più intimo del mio intimo” (Confessioni III, 6,11).»

[Non solo non è il Dio assente, ma anche] non è il primo motore immobile. E neppure un orologiaio, che, dopo aver inserito nel cosmo potenze che si attuano con il passare del tempo, ha poi abbandonato tutto al suo destino. Tanto meno è il Baal, di cui si dice in 1Re 18,20-40, un Dio da invocare, come con fine umorismo afferma Elia, “gridate a gran voce, perché è un dio! È occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà”.
Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non è insensibile, come gli idoli delle genti, che, opera delle mani dell’uomo, sono statue con bocca, occhi, orecchi e narici, ma non parlano, non vedono, non odono e non odorano, hanno mani e piedi, ma non palpano, non camminano e dalla loro gola non escono suoni. Non è neppure un burattinaio, che muove soldatini e bambole servendosi di più o meno sofisticati congegni.

Il Dio della Bibbia non si addormenta e non prende sonno, è come un’ombra che sempre ci copre, ci protegge, veglia su di noi; è l’Onnipresente, e, se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti…; è anzi colui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Ed è pure Padre, Figlio e Spirito Santo che, dopo aver parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi, nella pienezza dei tempi ha parlato a noi per mezzo del Figlio e, oggi, continua a parlare sia tramite le Scritture, sia tramite gli avvenimenti e i segni dei tempi.
Più in particolare: è Padre onnipotente, che crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo; Amore sapiente, che governa a meraviglia l’universo; Provvidenza, che opera perché tutto concorra al bene di coloro che lo amano; l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! e tutti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo in lui.
L’Unigenito del Padre, poi, diventato anche figlio di Vergine-Madre, verifica particolare presenza oltre che nell’Eucaristia, negli emarginati, nei piccoli, nel Magistero ed è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Lo Spirito d’amore, infine, è in ciascun battezzato come in un tempio e attesta al nostro spirito che siamo figli; viene in aiuto alla nostra debolezza, dà a tutto il corpo, vita, unità e moto, così che i Santi Padri poterono paragonare la sua funzione con quella che esercita il principio vitale, cioè l’anima, nel corpo umano, opera non soltanto in chi è pienamente incorporato nella società della Chiesa, ma anche nei cristiani non cattolici, negli Ebrei, negli uomini e nelle donne di tutti i continenti e di tutte le razze. È, d’altra parte, fuori di dubbio che tutta la Bibbia non è altro che dimostrazione dell’amorosa presenza del Triunico per l’umanità, racconto della sua operosa, benevola presenza.

(Pietro Schiavone, Il discernimento. Teoria e prassi, Paoline, Milano 2009, pp. 35-37)

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Nota personale:
In apparente contraddizione con quanto affermato da Marco Vannini nel post precedente a questo, propongo un testo che è tratto dal volume del gesuita Pietro Schiavone sul discernimento secondo lo spirito degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Mentre lì si affermava che la Bibbia doveva essere interpretata secondo un criterio di ragione (e quindi risultava come un grande racconto mitologico), qui si propongono testi desunti dalla Scrittura (i cui riferimenti non cito per non appesantire la lettura; chi volesse conoscerli potrà consultare direttamente il libro). La conclusione è che la Bibbia non è solo un racconto, ma la dimostrazione, attraverso la lettura di molti brani, della presenza amorosa di Dio nella nostra esistenza. Credo che entrambi i discorsi abbiano una validità: non esiste fede senza ragione come ragione senza possibilità di trascendenza. E non possiamo vivere “annullando” noi stessi in modo definitivo (in senso mistico eckhartiano), ma, finché siamo in vita, abbiamo l’unica possibilità di farlo intenzionalmente. Consiglio sempre di leggere i libri di Aldo Stella che, a questo proposito, distingue il piano dell’innegabile (il Vero, Dio) da quello dell’inevitabile (la realtà umana) e la loro irriducibilità. D’altronde lo stesso Vannini parla di mistica come di un’esperienza e come tale presente e reale, vissuta dalle persone nell’immanente in attesa che tutto si compia nel regno dello Spirito.