23 giugno 2009

La vera religione

È l’esperienza del distacco – l’esperienza filosofica per eccellenza – a dare esperienza dello spirito, e così a dare l’idea dell’immortalità dell’anima e della divinità dell’uomo. È allora, e solo allora, che si ri-conosce la divinità di Gesù, che viene perciò pensato come vero Dio e vero uomo. Certo, siamo noi a riflettere così, dando un senso che è vero perché proviene dal profondo dell’anima, dall’esperienza: non per obbedienza alla “rivelazione biblica”. Ogni altra divinizzazione è pura mitologia, destinata a sparire con la riflessione e la conoscenza storica, ma non v’è dubbio che senza divinità di Gesù il cristianesimo finisca.

Questo è proprio quel che sta accadendo ai nostri giorni, da quando la Chiesa ha abbandonato progressivamente la “fonte greca”, la filosofia e la metafisica, privilegiando assolutamente la Scrittura. Abbandonando l’idea di immortalità dell’anima – anzi, il concetto stesso di anima, che fin dalla sua origine porta con sé l’immortalità – per tornare all’antropologia biblica, che appare più realistica, concreta, mentre è soltanto più povera e materialistica, se ne va anche il concetto di spirito, bollato come “idealistico”. Allora non si può evitare il pensiero di Dio come Altro, anzi “totalmente altro”, e così scompare di fatto il cristianesimo, che invece è fondato sul concetto della divino-umanità, di Dio come spirito e dell’uomo parimenti come spirito. Quel che resta è una superstizione, giacché tale è comunque la religione priva di pensiero; anzi, una forma di idolatria, giacché una fede senza Logos è empietà.
Occorre perciò riconoscere con chiarezza che il cristianesimo, pur originato in Israele, si è costituito nel mondo greco, attraverso la razionalità, come religione filosofica per eccellenza, esso stesso come filosofia; anzi come la filosofia. Il cristianesimo è perciò una religione difficile, frutto di una riflessione filosofica e teologica articolata e complessa, che non si può sbrigare in poche parole, pena l’essere ricondotta a mera superstizione. Non meraviglia perciò la scristianizzazione e l’indifferentismo religioso del nostro tempo. In realtà esso è frutto del biblicismo, per due motivi, apparentemente opposti ma concomitanti.
Il primo è quello che potremmo definire per reazione, in quanto una persona mediamente colta, abituata al primato della scienza, non può onestamente credere a quelle leggende, e quindi finisce per buttar via tutto, ciò che comprende come falso e anche ciò che non comprende come vero, giacché nessuno più glielo mostra e comprenderlo non è facile. Il secondo motivo però è più grave, da un punto di vista propriamente religioso, giacché tutto sta all’interno della religione/superstizione e ne è per così dire una filiazione diretta: siccome in essa il divino è a servizio delle esigenze umane – e dunque essa è di fatto intimamente atea, anche se religiosa a parole – è normale che queste esigenze prendano il sopravvento e la vita vera si svolga concretamente in un ateismo pratico, ove la “credenza” religiosa può anche sussistere, ma solo come elemento marginale, cioè più o meno col ruolo che la mitologia pagana aveva per le classi colte del mondo antico.
 
(Marco Vannini, La religione della ragione, Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 83-87)

10 giugno 2009

Dio è il respiro di ogni respiro

Una religione può essere paragonata alla luna che illumina la terra di notte, ma che riceve a sua volta la luce dal sole. Se la luna si frappone tra il sole e la terra, abbiamo un’eclissi solare. Lo stesso avviene con la religione. Il sole è il divino che illumina le religioni, in modo che queste, a loro volta, illuminino gli esseri umani sul loro cammino. Se però la religione si considera troppo importante e si frappone tra Dio e l’uomo, ecco che Dio viene oscurato. Questa è una tendenza presente in tutte le religioni – e pertanto la mistica è inevitabilmente soggetta ad una certa critica religiosa – non tanto perché respinga le religioni, ma in quanto ammonimento nei confronti di una auto sopravvalutazione.

Il poeta Kabir, ispirato dalla mistica, ha espresso tale ammonimento in una bella poesia. Figlio di una musulmana ed in seguito discepolo di un bramino, visse sul confine tra islam ed induismo, e forse per questo ebbe un fiuto particolare per i limiti delle religioni. Scrive: “O tu che mi cerchi, dove mi cerchi? Vedi, io sono con te. Non sono nel tempio e neanche nella moschea, nemmeno nella Kaaba né sul Kailash. Non sono nei riti e nelle cerimonie, e neanche nello yoga e nell’ascesi. Se tu davvero sei in ricerca, mi vedrai subito, mi incontrerai nello stesso momento. Dice Kabir: oh saddhu! Dio è il respiro di ogni respiro”.
 
Non consiglierò a nessuno di lasciare la propria religione come del resto neanch’io vorrei abbandonare il mio cristianesimo. ma per me la religione è solo un cartello indicatore, non la meta. Coloro che si rivolgono a me di solito lo fanno perché sono caduti in una crisi e non riescono più a scorgere il senso della propria esistenza. Improvvisamente si trovano di fronte a domande alle quali non sanno dare una risposta da soli: Perché vivo? Dove vado? Perché mi è successo questo? Le religioni hanno sempre cercato di rispondere a questi interrogativi. Ma le risposte non soddisfano più molti uomini dei nostri giorni. Improvvisamente qualcuno si sente mancare il terreno sotto ai piedi, e c’è una grande insicurezza diffusa.

I percorsi spirituali classici sono paragonabili ad una mappa dello spirito che permette di verificare in modo piuttosto esatto dove ci troviamo e quali sviluppi spirituali possiamo aspettarci. Tutti questi percorsi sono dei sentieri che conducono alla vetta dello stesso monte. È evidente che assumo una posizione critica nei confronti delle religioni. In particolare, mi oppongo ad una struttura rigida assoluta. Qual è il cammino giusto per ciascuno? Chi trova il cammino mistico all’interno della propria tradizione religiosa non ha bisogno di rivolgersi ad altre religioni. Tuttavia ciò risulta difficile all’interno della tradizione cristiana. La contemplazione non viene insegnata, non ci sono insegnanti mistici e neanche cammini spirituali che abbiano, fin dall’inizio, come obiettivo l’esperienza del divino. Chi la cerca spesso non ha altra scelta che quella di rivolgersi ad altre tradizioni religiose.
(Willigis Jäger, L’onda è il mare, Appunti di Viaggio, Roma 2004, pp. 82-86)

7 giugno 2009

L’iniziato all’interiorità

In una lettera al dottor Balthasar Walter, Jakob Böhme ricorda che non è opportuno mettere a disposizione di chiunque i suoi scritti, perché sono destinati “ai figli dei misteri”. Si potrebbe del resto dire lo stesso a proposito di Meister Eckhart di certi scritti di Henri Le Saux.
Böhme spiega il senso di tale riserva. Gli uomini che sono fuori di Dio e non sono in Dio non riescono ad afferrare “il mistero del regno di Dio”. Costoro “non conoscono Dio, poiché non percepiscono la parola di Dio nell’intimo della loro anima”. Ci sono persone che, pur appartenendo ad una tradizione, a una religione, pur osservando un culto esteriore e facendo parte di una comunità, non riescono a percepire la vastità interiore. In questo caso si continua a rimanere chiusi nella propria identità. Se la rinuncia non è totale, non può avvenire l’annientamento in Dio. Il modo di vedere, di osservare e vivere la lettera, trascurando lo spirito, costituisce un ostacolo insuperabile. È perciò impossibile che queste persone “passino in Dio”.
Per l’uomo profondo la scrittura, e quindi la lettera, è una mera forma e uno strumento artificiale. L’uomo attaccato alla lettera non è capace di scorgerne la caducità. Soddisfatto della buccia, ignora il sapore della polpa del frutto che racchiude la mandorla. Confinato in una confusione opaca, rimane in tale oscurità senza soffrirne, e può perfino sentirsi a suo agio, non potendo intuire la precarietà della sua situazione.

Dio si fa sentire nel silenzio interiore dell’uomo: la sua parola zampilla. Ma come intenderla senza alterarla? L’uomo è in grado di udirla senza deformarla? La parola di Dio è percepita da Dio e attraversa l’uomo, risuona in lui. La voce umana non sa interpretarla. Ciò significa la condanna al silenzio. Si può parlare… solo se si è visitati dall’ispirazione, che costringe a ripetere come “la Voce” ordinava a Ildegarda di Bingen di trascrivere quanto sentiva. Solo l’uomo “denudato” del deserto può lasciar sgorgare “la Voce” senza appesantirla con le proprie interpretazioni. Qui sta la difficoltà: non prendere le proprie parole per quelle della “Voce”.
I “figli dei misteri” sono avvinti, come trattenuti da una calamita. Nel deserto, che è il luogo della discriminazione, avviene una rivelazione segreta: l’uomo è ammaestrato da Dio. Tramite questo insegnamento l’uomo nasce in Dio.

(Marie-Madeleine Davy, Il deserto interiore, Servitium, Sotto il Monte (BG) 2001, pp. 159-160)

5 giugno 2009

La vera comunione

Mandato della chiesa è di essere luogo del superamento di tutte le barriere e le discriminazioni culturali e sociali, politiche ed etniche, luogo della diversità riconciliata, delle differenze compaginate in comunione: così essa non solo è riflesso della comunione dinamica delle persone trinitarie, ma è icona dell’umanità riconciliata, immagine del cosmo redento, profezia del Regno.
È sulla comunione che la chiesa gioca l’obbedienza alla propria vocazione ricevuta da Dio e l’adempimento della propria testimonianza e missione nel mondo.
Come profondità della vita divina, la comunione viene trasmessa agli uomini in un processo di impoverimento, di svuotamento e di abbassamento di Dio motivato dall’amore, dal suo desiderio di comunione con l’umanità. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Giovanni 3,16); «Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche il Cristo ne è divenuto partecipe» (Ebrei 2,14): fonte della comunione è l’amore, suo mezzo è lo scambio verso il basso per cui colui che era in forma di Dio svuotò se stesso assumendo forma d’uomo e condividendo la condizione umana fino alla morte, anzi, «alla morte di croce» (Filippesi 2,8).
 
Insomma, forma e fondamento della comunione cristiana è la croce come mistero e passione di amore. All’interno di un’ottica centrata solamente sull’altro la chiesa rischia il corto circuito della comunità affettiva, della chiusura autosufficiente del gruppo su di sé, della gratificazione di un rapporto «io-tu» che diviene esclusivo. Oppure può scivolare, nell’ottica della rivalità e della contrapposizione, dell’«io contro l’altro», dando vita a una missione che diviene imposizione e assumendo le sembianze di una setta aggressiva verso il mondo. O ancora può finire col porsi come soggetto di carità, come benefattrice, come ente filantropico. Nel primo caso la comunione si atrofizza e si isterilisce, nel secondo viene tradita e misconosciuta, nel terzo viene ridotta ad attivismo caritativo.
Non basta «l’altro», ma occorre «il Terzo» e la sua trascendenza, e dunque si deve aver chiaro che l’altro, nell’ottica cristiana, è rimando al Terzo che è il Signore, il Creatore di tutti, Colui che in ogni uomo ha impresso la propria immagine.
(Enzo Bianchi, Lessico della vita interiore, BUR, Milano 2004, pp. 203-6)