23 aprile 2009

L'amore che non separa

Come l'uomo che si chiama ed è divinizzato sia illuminato dalla luce divina ed infiammato di eterno, divino amore, e come la luce e la conoscenza non valgano niente senza l'amore.

Alla domanda su chi o che cosa sia un uomo divino o divinizzato, la risposta suona così: chi è illuminato e splendente di luce eterna e infiammato di eterno e divino amore, quello è un uomo divino o divinizzato.

Ma bisogna sapere che luce e conoscenza non sono e non valgono niente senza amore. Lo si può ricavare dal fatto che un uomo, che sappia molto bene cosa sono virtù e vizio ma che non abbia amore per la virtù, non diviene e non è virtuoso: egli segue il vizio e lascia la virtù. Ma se ama la virtù, la segue, e questo amore fa sì che egli divenga nemico del vizio, non lo pratichi e lo odii in tutti gli uomini. Ed ama tanto la virtù, che non tralascia mai di esercitarla e compierla, quando può, e questo non per una ricompensa o un perché, ma solo per amore della virtù. La virtù è per lui ricompensa e lo soddisfa in pieno, sì che non vorrebbe alcun tesoro o alcun bene al posto di essa: egli è davvero, o diviene, virtuoso. E chi è un uomo vero, virtuoso, non prenderebbe il mondo intero, se dovesse per ciò diventare vizioso. Anzi, preferirebbe morire di misera morte.

Vedi, così è anche per la giustizia. Alcuni sanno bene quel che è giusto e quel che è ingiusto, ma non divengono pertanto giusti, perché non amano la giustizia. Perciò compiono il torto. Ma se amassero la giustizia, non potrebbero compiere il torto, perché sarebbero tanto nemici dell'ingiustizia che, trovandola in un uomo, volentieri soffrirebbero o compirebbero grandi cose, pur di cancellare l'ingiustizia e renderlo giusto. E, prima di compiere il torto, preferirebbero morire, e ciò solo per amore della giustizia. La giustizia è la loro mercede, e li ricompensa con se stessa. Così si diventa e si è giusti, e si vorrebbe cento volte morire piuttosto che vivere ingiustamente.

Vedi, lo stesso avviene con la verità. Se l'uomo molto sa, quel che è vero e quel che è falso o menzognero, ma non ama la verità, allora non è veritiero; se invece l'ama, gli avviene come con la giustizia. Della giustizia Isaia dice: "Guai a tutti quelli che hanno un animo duplice: quelli che sembrano buoni all'esterno e dentro sono pieni di menzogne, che si trovano sulla loro bocca" (Is 5,20). Nota, dunque, che il sapere e il conoscere non valgono niente senza l'amore. Lo si vede anche nel demonio: egli conosce il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, etc., però non ama il bene, che pure conosce, e perciò non diviene buono - cosa che invece avverrebbe se amasse la verità, la virtù e tutto il bene che conosce. E' sì vero che l'amore deve essere avviato e istruito dalla conoscenza, ma, se l'amore non segue la conoscenza, non ne vien fuori nulla.

Vedi, così avviene anche con Dio e con quel che gli appartiene. Se uno sa molto di Dio e delle sue proprietà, e crede davvero di conoscere quel che è Dio, ma non ha l'amore, non diventa divino o divinizzato. Se invece c'è il vero amore, l'uomo si tiene a Dio e lascia tutto quel che non è Dio o non appartiene a lui; anzi gli diventa nemico e lo sento contrario e molesto. E questo amore unisce l'uomo a Dio in modo che non ne sarà mai più separato.
(Anonimo Francofortese, Libretto della vita perfetta, Newton Compton, Roma 1994, p. 68-9)

2 aprile 2009

Sperare contro ogni speranza

Lettera al Presidente della Repubblica
di Elisabetta Chiabolotti
Egr.mio Presidente, mi chiamo Elisabetta Chiabolotti e dopo aver sentito di tutto in questi giorni sul caso Englaro non posso più esimermi dal non dare voce al mio sfogo.
Ho vissuto in coma per sei mesi e altrettanti in stato vegetativo permanente. Come vede però Le sto scrivendo e perciò della mia situazione, dichiarata da diagnosi medica, di permanente è rimasta solo la mia voglia di vivere.
Ieri pomeriggio sono passata davanti ad una caserma militare e mi sono emozionata vedendo il grande tricolore che garriva davanti all’ingresso e mi viene quasi da piangere quando ascolto il nostro inno nazionale. Le sembrerò esagerata, ma sento forte l’appartenenza al mio Paese, eppure dopo poche ore quando ho visto quelle scene al Parlamento, dopo la morte di Eluana, mi sono vergognata di essere Italiana.
Noi che ci siamo battuti per la moratoria contro la pena di morte, abbiamo tolto il sostentamento minimo, perché una persona possa vivere, ad una ragazza impossibilitata ad alimentarsi da sola…! Poche ore per cambiare idea e mi creda i miei principi sono molto radicati, ma un evento così forte, purtroppo ha inciso sul mio pensare.
Caro Presidente, mi chiedo allora: “Eluana non avrebbe potuto cambiare idea riguardo al coma? Gli eventi ci cambiano, la vita ci cambia eppure ho notato una determinazione ad eliminare un problema: quello di non riuscire a tollerare una modalità del vivere totalmente diverso da quello che il senso comune intende. Io ho vissuto in coma e non ho vissuto il coma passivamente. Io c’ero, specialmente durante lo stato vegetativo. Certo non con tutte le mie funzioni e facoltà, ma io c’ero e la presenza quotidiana delle persone che mi amavano ha fatto sì che gli stimoli fossero più “convincenti”. Volevano tutti che tornassi, volevano proprio me e questo lo senti, questo ti resta. Sono passati ventuno anni da allora, eppure questa consapevolezza è come una sorta di corazza che mi fa affrontare la vita con coraggio.
I miei genitori non mi hanno mai abbandonata, non hanno mai perso la speranza nemmeno durante il coma profondo, nemmeno quando sono stata dimessa con la sentenza del “non c’è più niente da fare”. Mia madre ha sempre pregato: “Signore lasciamela, com’è non importa, ci penso io a lei, ma lasciamela!”.
Lo so ognuno ha la sua storia il suo percorso, un anno non è paragonabile a diciassette, ma le contraddizioni sono state troppe. “Tanto non sente niente” dicevano tutti e per tutti intendo anche i medici. Medici i quali hanno preso la laurea cinquanta anni fa, credo, e che dopo non abbiano mai letto aggiornamenti o partecipato di recente a convegni sul tema.
Ho sentito parlare di protocollo con il quale si dava inizio all’interruzione dell’alimentazione. Protocollo? Non ho proprio capito cosa intendessero, perché questo termine l’ho sempre sentito legato a cure per la guarigione. Comunque in questo protocollo hanno previsto una sedazione, perché lei non avvertisse nessun dolore…allora? Si sente o non si sente? Quanta ipocrisia.
Proteggere la dignità di Eluana, questo l’unico motivo che ha spinto con determinazione, in questi anni, il signor Englaro. Non ha mai ceduto, irremovibile in quella che ho sentito definire “coerente richiesta di interruzione dell’accanimento terapeutico”. Coerente, sarebbe stato anche, secondo me, visto l’amore per sua figlia, starle vicino negli ultimi giorni della sua vita. La convinzione dei miei genitori fu un’altra e per molti potrebbe apparire solo egoismo, eppure conosco tante famiglie in preda a questo sentimento e per questo accudiscono con amore i propri cari e non solo coloro che vivono in stato vegetativo, ma affetti da tante altre malattie che portano a dipendere da altri. Grazie mamma e papà per avermi sempre alimentata non solo col cibo, ma con il vostro amore.
Mio caro Presidente La ringrazio per il tempo che mi ha voluto dedicare e Le auguro tanta salute, di tanto altro ne possiamo anche fare a meno.
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Nota personale:
In questi ultimi giorni si è parlato molto di testamento biologico, di ultime volontà, di eutanasia e chi meglio di una persona (oltretutto cara perché la conosco personalmente), che ha vissuto un'esperienza di coma e che dal coma è riemersa in tutta la sua originalità ed individualità poteva tradurre questa esperienza in un messaggio così forte? Si è letto da pochi giorni che è stata conferita la cittadinanza onoraria di Firenze a Beppino Englaro, padre di Eluana. La trovo una notizia negativa, dopo tanto clamore voluto e ricercato attraverso i media e poi il silenzio terribile sulle questioni importanti e sugli ultimi giorni e momenti di Eluana. Non trovo necessario onorare la morte.
In un altro post (http://misticainfo.blogspot.com/2009/02/la-vita-nella-sua-pienezza.html) ho parlato della vita nella sua pienezza, citando Seneca, pensando proprio ad Eluana Englaro. A volte occorre dire di no (alle cure eccessive, all'essere ridotti a larve in un letto da anni con un accanimento terapeutico esasperato, etc.); altre ancora bisogna risolvere la questione (sempre con l'aiuto della propria coscienza) in maniera diversa, osando sperare in un mondo diverso da quello che pare limitato alla ricerca della perfezione ad oltranza, della sicurezza, del benessere fisico, psicologico, sociale. La vita è fatta di molti momenti e triste è la storia di chi non ha vissuto che bene. Sono grato ad Elisabetta Chiabolotti per avermi permesso di pubblicare questa sua lettera (riportata anche, con alcuni tagli redazionali, dal settimanale delle Diocesi umbre La voce: www.lavoce.it). Si tratta, la sua, di un'esperienza personale così forte ed unica da non essere facilmente rintracciabile in nessuna letteratura medica. Ma al di là del caso clinico, c'è una persona che vive nella sua pienezza la vita che le è stata ri-donata. Grazie a lei e a tutti coloro che l'hanno amata fino al termine della sua ripresa, sperando, come dice la Bibbia, contro ogni speranza.