10 febbraio 2009

La vita nella sua pienezza

Ogni giorno, ogni ora ci mostra la nostra nullità e ricorda a noi smemorati, con qualche nuovo argomento, la nostra fragile natura. Allora noi, che facciamo programmi come se la nostra vita fosse eterna, siamo costretti a pensare alla morte. Tutto è incerto, credimi, anche per chi ha successo, e nessuno può assicurarsi l’avvenire. Anche quello che abbiamo fra le mani ci sfugge e un accidente qualunque tronca l’attimo che stiamo vivendo. Il tempo scorre secondo una legge certa ma imperscrutabile; ma che mi serve l’esistenza di questa legge, se per me è oscura? E poiché non ci pensiamo se non quando porta via gli altri, ogni tanti ci si presentano esempi di morte che ci colpiscono, ma poi svaniscono subito dal nostro animo. Che follia mostrare sorpresa nel vedere che accade in un dato giorno ciò che può accadere ogni giorno!

La nostra vita ha il suo termine al punto in cui l’ha posto l’inesorabile necessità del destino, ma nessuno di noi sa quanto è vicino a quel termine. Disponiamo, dunque, la nostra anima come se questo estremo limite fosse stato raggiunto; non rinviamo niente al futuro. Regoliamo i nostri conti con la vita giorno per giorno. Il difetto principale della vita è che essa ha sempre qualcosa d’incompiuto e che se ne rinvia una parte a un’altra volta. Chi ogni giorno ha saputo dare l’ultima mano alla sua vita non ha bisogno del tempo. Ora, da questo bisogno nasce, con la paura del domani, anche quella cupidigia del domani che rode l’anima. È una situazione veramente miserevole quella di chi si domanda, ad ogni avvenimento, come andrà a finire; con l’anima agitata da un continuo terrore, pensa sempre quanto tempo vivrà ancora e quale sarà il resto della sua esistenza. Quale mezzo abbiamo per sfuggire a questa inquietudine? Uno solo: non permettere che la vita si protenda verso l’avvenire, ma ricondurla al presente. Si volge, infatti, ad attendere il futuro solo chi non sa vivere il presente. Invece, quando ho fatto tutto il mio dovere, quando ho ben chiaro in mente che fra un giorno e un secondo non c’è differenza alcuna, posso con animo distaccato e sorridente contemplare tutto il succedersi dei giorni e degli avvenimenti futuri. Perché infatti dovresti tubarti dei casi sempre diversi e imprevisti della vita, se saprai rimanere fermo di fronte all’instabilità degli eventi? Affrettati perciò a vivere, caro Lucilio, e considera ogni giorno come una vita intera. L’uomo che si è preparato in modo da vivere ogni giorno la vita nella sua pienezza, è veramente sicuro di sé; ma chi si fa della speranza una ragione di vita, si vede sfuggire il presente di ora in ora e subentra in lui, col desiderio di sopravvivere, la paura della morte, sentimento spregevole che rende spregevole ogni momento della vita.

Di qui l’infame voto di Mecenate che accetta malattie e deformità e, infine, la pena del palo, purché, in mezzo a queste disgrazie, possa prolungare la sua vita. Egli desidera ciò che, se accadesse, sarebbe il massimo dei tormenti; chiede, pur di vivere, un prolungamento del supplizio. Vale la pena di pendere dal patibolo con le braccia slogate e il corpo piagato, nella speranza di rinviare quella che, nei tormenti, è la cosa più desiderabile: la fine dei tormenti stessi? Vale la pena di conservare tanto respiro per spirare? Egli si augura i mali peggiori; brama che si prolunghino le più atroci sofferenze. Con quale guadagno? Una vita più lunga. Ma può chiamarsi vita un’agonia prolungata? Liberiamoci, dunque, da questa smania di vivere e impariamo che poco importa in quale momento soffriremo quello che, presto o tardi, dovremo soffrire. Che è importante vivere bene, non vivere a lungo; e che spesso vive bene chi non vive a lungo.

(Seneca, Lettere a Lucilio, Libro XVII, Lettera 101, BUR, Milano 1998)