26 ottobre 2008

Camminare verso l'Uno

Mistico non è affatto il misterico, misterioso, esoterico – cioè, in ultima analisi, il mistificatorio – bensì il razionale puro, il logico pienamente dispiegato, ben oltre la povertà del ragionare condizionato da un fine – ovvero da un legame, da una passione.
Questo spiega perché il mistico appartenga in proprio alla sfera religiosa, ove per essa si intenda il muoversi verso l’Assoluto, distaccandosi quindi da ogni finito, e, insieme, a quella della filosofia, ove per essa si intenda la medesima cosa, secondo il senso classico della parola. Ed è perciò che nella mistica cristiana si è conservata l’essenza nobile – non quella superstiziosa – della religione e, insieme, quella della grande filosofia classica. Essa era sempre esercizio spirituale, e perciò sempre mistica: quella che noi chiamiamo così, con termine terribilmente equivoco e abusato, non è altro che la prosecuzione della filosofia antica: esercizio della ragione in un genere di vita.
L’esito della mistica è l’Uno (dire “unione” presuppone infatti ancora un dualismo), ovvero l’essere ein einig ein, come diceva Eckhart, un unico uno, identici all’Uno, esperimentando, con ciò, una felicità e una luce indescrivibile, “che intender non la può chi non la prova”. Un’esperienza assoluta di salvezza, se questa parola ha un senso. Non v’è dubbio perciò che, in Occidente, quella di Plotino sia la forma più pura e compiuta di mistica, la quale si prolunga nel mondo cristiano, soprattutto in quella che, sia pure impropriamente, vanno comunque sotto il nome di mistica. [...]
Notiamo che anche per Giovanni della Croce il cammino spirituale consiste di una cosa soltanto: distacco. Esso deve essere assoluto: non conta quanto sia sottile o grosso il filo cui un uccello è legato, perché, comunque, finché non lo spezzerà non potrà volare. È vero che sarà tanto più facile da spezzare quanto più sarà sottile, ma, fin tanto che non lo spezza, l’uccello non volerà. E lo stesso è per l’anima: finché mantiene un qualche legame, non giungerà alla libertà dell’unione divina.

(Marco Vannini, La religione della ragione, Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 89-90)
 
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Nota personale:

Consiglio vivamente la lettura del libro citato di Marco Vannini. Si tratta di un volume breve, ma intenso, così ricco di spunti per vivere questa stagione così compromessa da tante ambiguità e da moltissime incomprensioni. L'Autore crede che il cristianesimo debba e possa recuperare il suo senso originario, quello vero, privandosi di qualunque superstizione o mitologia, riaffermando l'insegnamento della vera religione, che è quello mistico-filosofico, quello dello Spirito che può veramente renderci uno con l'Uno. "Allora - termina il volume - quando lo sguardo è rivolto all'eterno, l'eterno illumina il presente, in un inizio sempre nuovo: ut initium esset creatus est homo, come insegna ancora Agostino".

19 ottobre 2008

La vita vera

L'Uno, essendo immune da alterità, è sempre presente; noi, invece, siamo presso di Lui soltanto quando non ne abbiamo. E non è Lui che tende a noi per attorniarci; ma siamo noi che tendiamo a Lui così da essergli intorno. E sempre siamo intorno a Lui, ma non sempre volgiamo a Lui lo sguardo. Un coro di cantori, pur essendo stretto intorno al corifeo, può voltarsi e guardare al di fuori, ma quando si è nuovamente rivolto a guardare all'interno, allora soltanto canta bene ed è veramente stretto intorno a lui; allo stesso modo anche noi siamo sempre intorno a Lui (se non lo fossimo, saremmo completamente annientati e non esisteremmo più), ma non sempre guardiamo a Lui, ma quando volgiamo a Lui lo sguardo, soltanto allora troviamo in Lui il nostro fine e il nostro riposo e, senza alcun disaccordo, danziamo veramente intorno a Lui una danza ispirata.
In questa danza l'anima contempla la sorgente della vita, la sorgente dell'Intelligenza, il principio dell'essere, la causa del bene, la radice dell'anima: non si vuol dire che queste cose scorrano prima da Lui e poi lo diminuiscano: poiché Egli non è una massa, altrimenti le cose da Lui generate sarebbero corruttibili; invece esse sono eterne perché il loro principio rimane sempre identico senza frantumarsi in esse ma persistendo intero. Perciò anch'esse persistono, come dura la luce del sole finché esso risplende. Di fatto, noi non siamo né scissi né separati da Lui, anche se la natura corporea si è insinuata in noi e ci ha trascinati con sé; anzi, se noi respiriamo e siamo conservati in vita, non è perché Egli ce l'abbia donata una volta e poi si sia ritirato; ma Egli ce la dona perennemente finché è ciò che è.
Noi però esistiamo in grado maggiore quando ci incliniamo verso di Lui, e in Lui sussiste il nostro bene: anche l'esserne lontani vuol dire esistere in grado minore. In Lui l'anima riposa ed è lontana dai mali, poiché è ritornata alla sede pura dai mali, e in Lui pensa ed è libera dalle passioni.
Inoltre, la vita vera è soltanto lassù; poiché la vita attuale senza Dio è una traccia di vita che imita la vita di lassù; mentre la vita di lassù è forza operante dell'Intelligenza; e mediante questa forza essa genera gli dei nel sereno contatto con Lui, genera la bellezza, genera la giustizia e la virtù. Di tutto questo l'anima è incinta quando è stata fecondata da Dio; e questa maternità è per essa principio e fine: è principio, perché deriva da lassù; è fine, perché il Bene è lassù e, una volta che essa vi sia giunta, diventa ancora "quello che era".

(Plotino, Enneadi, VI, 9, 8-9, a cura di Giuseppe Faggin, Rusconi, Milano 1992)