18 agosto 2008

Un'altra strada

E vi è, infine, un’altra strada per cercare Dio: essa è dentro di te ed è la via che cancella ogni cosa che sia delimitata. Quando l’artefice cerca, nella massa di legno, l’immagine del re, rimuove tutte le immagini determinate diversamente da quell’immagine in particolare. Vede infatti nel legno, mediante un’idea di pura fede, il volto che cerca di intuire, come se fosse lì presente, per l’occhio corporeo. Si tratta, per l’occhio, di un’immagine che esisterà solo nel futuro; ma per la mente tale immagine esiste già nel presente come concetto formulato dall’intelletto mediante la fede.

Quando perciò pensi che Dio sia migliore di quanto possa essere pensato, rimuovi tutte le cose limitate e contratte. Rimuovi il corpo, dicendo che Dio non è corpo, ovvero qualcosa di limitato per quantità, luogo, figura, posizione. Rimuovi i sensi, che sono anch’essi limitati: non puoi vedere attraverso un monte, nelle viscere della terra, nella luminosità del sole, e ciò vale anche per l’udito e per gli altri sensi. Ciascuno di essi è limitato nella potenza e nella virtù. Dunque, i sensi non sono Dio. Rimuovi il senso comune, la fantasia e l’immaginazione, perché non oltrepassano la natura corporea. L’immaginazione non è in grado di cogliere il non-corporeo. Rimuovi la ragione; anch’essa è spesso manchevole e non afferra ogni cosa. Vorresti sapere perché questo è un uomo, quella una pietra; ma non sei in grado di cogliere nessuna delle ragioni delle opere di Dio. Piccola è, in effetti, la virtù della ragione, e dunque Dio non è la ragione. Rimuovi l’intelletto, perché anche l’intelletto è limitato nella sua virtù nonostante abbracci tutte le cose. Non è in grado di cogliere perfettamente, nella sua purezza, la quiddità di alcunché ed è consapevole, inoltre, che quel che apprende potrebbe essere appreso in modo più perfetto. Dio non è pertanto l’intelletto. Anche se cerchi oltre, non scopri in te nulla di simile a Dio e affermi perciò che egli è al di sopra di tutte queste cose, in quanto causa, principio e lume della vita della tua anima intellettiva.

Sarai infine lieto di aver trovato Dio al di là di ogni tua intimità, come sorgente del bene dalla quale scorre fino a te tutto quanto possiedi. Volgiti a Dio, entrando in te stesso di giorno in giorno più profondamente e abbandonando tutte le cose che esistono all’esterno, in modo da giungere a lui per quella strada per la quale lo si trova e coglie in verità. Che ciò venga concesso sia a te che a me da colui che, benedetto nei secoli, fa generosamente dono di sé a coloro che lo amano.

(Niccolò Cusano, Il Dio nascosto, Laterza, Bari 2004)

10 agosto 2008

Sta in silenzio

Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui” (Sal 37,7). Il motivo per cui il silenzio interiore è così necessario, è che essendo il Verbo la parola eterna ed essenziale, occorre, perché sia ricevuto nell’anima, una disposizione che abbia qualche rapporto con ciò ch’egli è. Ora è certo che per ricevere la Parola, bisogna prestare l’orecchio ed ascoltare. L’udito è il senso fatto per ricevere la parola che gli viene comunicata. L’udito è un senso passivo e non attivo, che riceve e non comunica. Poiché il Verbo è la Parola che deve comunicarsi all’anima e rivivificarla, bisogna che questa sia attenta.

Ecco perché ci sono tanti luoghi che ci esortano ad ascoltare Dio e a renderci attenti alla sua voce. Se ne potrebbero citare molti, ma ci accontenteremo di ricordare questi: “Ascoltatemi attenti, o popoli; nazioni, porgetemi l’orecchio” (Is 51,4); “Ascoltatemi, voi tutti, portati da me fin dal seno materno, sorretti fin dalla nascita” (Is 46,3); “Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre; al re piacerà la tua bellezza” (Sal 45,11).

Bisogna ascoltare Dio e rendersi attenti a lui, dimenticare se stessi e ogni interesse. Queste due sole azioni – o meglio non-azioni perché sono assolutamente passive – attirano l’amore della bellezza ch’egli stesso comunica. Ascoltare ed essere attenti, dimenticare se stessi.
Il silenzio esteriore è estremamente necessario per coltivare il silenzio interiore, ed è impossibile coltivare la propria interiorità senza amare il silenzio e il ritiro. Dio ce lo ha detto per bocca del suo profeta: “La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,14). Il mezzo per occuparsi di Dio interiormente è forse quello di occuparsi esteriormente di mille sciocchezze? È impossibile. Quando la debolezza vi porta a disperdervi al di fuori, bisogna fare un piccolo sforzo per rientrare in sé, sforzo al quale bisogna essere fedeli ogniqualvolta si è distratti o dissipati.

Sarebbe poca cosa fare orazione e raccogliersi per mezz’ora, se non si conservasse l’unzione e l’orazione durante tutto il giorno.

(Jeanne Guyon, Metodo semplice per l’orazione, Gribaudi, Milano 1998, pp. 48-49)

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Nota personale:Jeanne-Marie Guyon Bouvier de la Motte (1648-1717) ebbe una vita molto travagliata: da un’infanzia lontana dalla famiglia, vedova in giovane età, madre di cinque figli, si dedica alla vita ascetica sotto la guida di alcuni maestri spirituali. Molto colta, scrisse diverse opere, tra cui questo Metodo semplice per l’orazione. Vicina al movimento quietista (cfr. www.mistica.info/unquieti.htm), fu difesa da Fénelon e attaccata da Bossuet. Per parecchi anni subisce l’esilio e anche il carcere. Ora, quasi completamente rivalutata, come è successo spesso in questo ambito, è possibile leggere questi testi come un grande insegnamento spirituale. Il senso in cui parla di “orazione” è il seguente: “il parlare di Dio soltanto con il cuore, senza ricorrere alla bocca”.

7 agosto 2008

Il libro del Maestro

La luce della fede vuole impossessarsi dell’uomo al di là di ogni ragionevole comprensione; in quelle persone Dio trova il suo riposo e la sua dimora, lì può abitare e agire quando vuole e come vuole. Dio realizza in esse il suo disegno, modellandole perfettamente a propria immagine. Sappiate comunque che tali persone rimangono sconosciute a tutti, la loro vita e la loro natura rimangono nascoste e inosservate, a meno che non ne esista qualcun’altra che si trova nel medesimo stato di vita; ma di tali anime temo purtroppo che ne esistano poche.

Tenete dunque per certo che a questo modo d’essere, a questa nobile perfezione nessuno può arrivare mediante una pur profondamente umile, purificata e chiara visione intellettiva. Sappiamo infatti per esperienza che taluni tra i grandi e acuti teologi raziocinanti sono caduti; come già molti degli intelligentissimi spiriti della schiera celeste, che nella loro natura ed essenza altro non sono che pura ragione, e tuttavia con la loro somma intelligenza hanno errato, allontanandosi per sempre dall’eterna verità. Perciò, nella misura che mi è stato possibile, ho cercato e scelto nella Scrittura ventiquattro principi che una simile persona deve realizzare in sé.
  
  1. Il primo principio, stabilito dal Sommo tra tutti i Maestri, nel quale dimora ogni scienza e sapienza, suona: “Da questo potete riconoscere di essere miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri e osservate i miei comandamenti, e vi amate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34-35). È come se dicesse: “Se anche possedeste tutta la scienza e la sapienza, ma non la fedeltà e l’amore, non vi giova nulla” (1 Cor 13,1ss). Si pensa che Balaam (Nm 22,1–24,25) sia stato così intelligente da conoscere le cose che Dio avrebbe rivelato soltanto dopo varie centinaia d’anni; ma ciò gli giovò ben poco, per il fatto che non aderiva con fedeltà e amore vivo a quanto aveva capito.
  2. Il secondo punto, che si addice a una persona giusta, retta, ragionevole e illuminata, consiste nel doversi liberare di se stessa. Una liberazione che non può mai pensare di aver perfettamente realizzata, ma alla quale deve sempre in continuazione tendere.
  3. La persona deve abbandonarsi totalmente a Dio, nel più profondo di sé, cosicché Dio non trovi alcun ostacolo a dimorare in lei e possa realizzarvi la sua opera. E l’anima non deve pensare di poter realizzare questo da se stessa, ma ritenersi del tutto inadeguata.
  4. Deve distaccarsi da se stessa riguardo a tutte le cose che si sente portata ad amare o pensare, sia in ordine al tempo che all’eternità.
  5. Non deve mai e in nessun modo cercare in qualsivoglia creatura il proprio vantaggio, sia in ordine al tempo che all’eternità.
  6. Deve in ogni momento essere vigile e porre attenzione a ciò che Dio si attende da lei, in modo che con l’aiuto di Dio vi possa corrispondere, senza considerazione per se stessa.
  7. Deve costantemente e senza interruzione riversare il proprio volere in quello di Dio, così da non cercare mai nulla di diverso da ciò che Dio vuole.
  8. Deve, con grande forza e costanza, e con sommo impeto d’amore, aderire e vincolarsi a Dio, cosicché egli nulla possa realizzare in lei e senza di lei, e anch’essa nulla senza Dio.
  9. Deve gustare la gioia della presenza di Dio in tutte le sue opere, in ogni momento e in ogni luogo, qualunque cosa Dio disponga, sia essa amara oppure dolce.
  10. Non deve, in nessuna situazione, ricevere da creatura alcuna né amore né dolore, ma tutto soltanto da Dio, benché accada che Dio frequentemente intervenga attraverso le creature. Perciò non deve attendersi nulla se non da Dio.
  11. Non deve cadere prigioniera di qualsivoglia desiderio o del piacere legato alle creature o alla natura, senza giustificata necessità.
  12. Non deve lasciarsi assillare né mettere sotto pressione da qualsivoglia avvilimento che la possa distogliere dalla verità, ma deve restare costantemente salda e ben radicata in essa.
  13. Non deve lasciarsi ingannare né da qualche falsa luce, né dall’apparenza delle creature. Deve invece accogliere in sé, con benevolenza e amore, tutte le cose e da tutte prendere il meglio, così da migliorarsi e non averne dispiacere.
  14. Deve in ogni occasione mantenersi vigile e armata di ogni virtù, per poter combattere contro tutti i vizi. E in questa lotta deve perseverare per risultare vittoriosa sempre.
  15. Deve riconoscere apertamente la verità e contemplarla com’è in se stessa, nella misura in cui Dio vuole ed è possibile. E senza sosta deve vivere in conformità ad essa e realizzare ciò di cui viene a conoscenza.
  16. Dev’essere una persona perfetta e giusta, ma senza ritenersi tale.
  17. Deve dire poche parole, ma possedere molta vita interiore.
  18. Deve predicare alla gente con la sua vita, umile e interiore.
  19. Deve ricercare la gloria di Dio in tutte le cose, senza null’altro attendersi da esse.
  20. Deve saper cedere quando si combatte esclusivamente contro di lei, e non è in gioco Dio.
  21. In nessuna circostanza deve mirare a qualsivoglia vantaggio personale; non deve infatti mai ritenersi meritevole della minima cosa.
  22. Deve considerarsi come la creatura più inutile che esista su questa terra; ciò nonostante deve nutrire in sé grande fede, fiducia e amore.
  23. Deve prendere a modello la vita e gli insegnamenti di Nostro Signore, cioè le sue parole e le sue opere, così da rispecchiarsi sotto ogni aspetto in esse, tralasciando nella misura del possibile tutto ciò che non corrisponde a questo sublime esempio.
  24. Deve sempre, al modo dei bambini, procedere in somma e perfetta umiltà, pensando che soltanto ora inizia il cammino e soltanto ora invoca il soccorso della misericordia di Dio perché la aiuti a diventare una persona buona. E se la gente non s’accorge di questo, dev’esserne contenta, ben più che se ricevesse lode.
(Rulman Merswin, Il libro del Maestro (Meisterbuch), Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, pp. 16-20)
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Nota personale:
Rulman Merswin (1307-1382), mercante e banchiere, nel 1347 si ritira dal mondo sotto l'influsso di Giovanni Taulero. In stretto contatto con il movimento spirituale degli "amici di Dio", conduce una vita di pietà e di penitenza. Nel 1366 acquista l'antico monastero benedettino del "Grünes Wörth" presso Strasburgo, che trasforma in centro di spiritualità per laici. Dopo la sua morte si scoprono i suoi scritti: lettere e trattati. Nella letteratura religiosa medioevale sono pochi gli scritti che trasmettono la testimonianza di un laico, il quale con la parola e con l'esempio porta un teologo alla conversione interiore, facendogli comprendere la necessità e il valore di una profonda vita di pietà, raggiunta mediante la preghiera e la pratica delle virtù cristiane.

2 agosto 2008

Meditazione e amore

L’isolamento non può creare l’amore, crea il bisogno. L’amore non è un bisogno! Cos’è l’amore? L’amore è un lusso e scaturisce dalla solitudine. Quando sei terribilmente solo, felice, gioioso e con un animo in celebrazione, in te si accumula un’energia immensa. Non hai bisogno di nessuno. In quello stato, l’energia è tale e tanta che vorresti condividerla, per cui inizi a donarla. La doni perché hai tantissimo, dai senza chiedere in cambio: quello è amore.


Pochissime persone realizzano l’amore e sono persone che, prima, hanno realizzato la solitudine. E quando sei solo, la meditazione accade in modo naturale, semplice e spontaneo. In quel caso è sufficiente che ti sieda in silenzio, senza fare nulla e sei in meditazione. Non hai bisogno di ripetere un mantra o di cantare stupide litanie. Stai semplicemente seduto, oppure cammini, oppure fai le tue cose e la meditazione arriva, simile ad un’atmosfera che ti circonda, come una nuvola bianca che ti avvolge. Sei soffuso di luce, vi sei immerso, sei inondato dalla luce e quella freschezza continua a sorgere in te. In quello stato cominci a condividere, cos’altro potresti fare?


Quando nel tuo cuore nasce un canto, devi cantare. Quando nel tuo cuore nasce l’amore – l’amore è un derivato della solitudine – devi inondare gli altri. Quando la nuvola è piena di pioggia, deve scaricarsi; quando il fiore è colmo di fragranza, deve diffonderla nel vento. La fragranza si diffonde, senza avere una direzione, non è orientata verso qualcuno; il fiore non aspetta per chiedere: Cosa riceverò in cambio? Il fiore è felice che il vento abbia avuto la gentilezza di sollevarlo dal peso del suo profumo. Questo è vero amore, e in questo caso non esiste alcuna possessività. Questa è vera meditazione, priva di qualsiasi sforzo.

(Osho, La luce nell’abisso, tratta dall’opera complessiva: I libri del Fiore d’oro, Bompiani, Milano 2007, p. 648)